Archeologia degli anni ’90: il GameBoy

Piccoli dettagli, direttamente dagli anni ’90. Perché le generazioni future devono sapere.

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Di William Warby – originally posted to Flickr as Nintendo Gameboy

Ricordo quel momento bene come il primo bacio: era il 28 giugno del 1995 e compivo 7 anni.

Scartai quel pacchetto seduto sul legno del pavimento, col pigiama ancora addosso. Già alla “G” – scritta con quel font inconfondibile – che si intravvedeva a un primo strappo del pacchetto, m’era presa una smania assurda, che divenne autentico delirio appena liberato completamente dall’involucro.

Per i bambini degli anni ’90 il GameBoy era la Mecca dei videogiochi: portatile, rumoroso, potenzialmente contundente. Niente a che vedere coi joystick (traduci bastoncini di gioia) anatomici della Playstation, che adattavano perfettamente la conformazione della mano a se stessi, e non viceversa.

I primi giochi erano pochi e fatti per tenerti incollato allo schermo: questo perché non c’era l’opzione salvataggio e quindi dovevi giocare fino alla morte (tua). Nei più tecnologici c’era un sistema di password che ti permetteva di riprendere il gioco da dove lo avevi lasciato, ma era quasi fantascienza. Così era per esempio per Dr. Franken, il mio primo gioco: un mostro allampanato doveva ricomporre i pezzi di un puzzle tra mille pericoli, viaggiando per un mondo rigorosamente in 2D.

I giochi erano in bianco e nero, con pixel grossi come noci, che li potevi contare. Eppure erano belli, avevano un fascino inconfondibile. Tra gli immancabili, all’interno della gamma di cassette grigie con l’adesivo quadrato del gioco, c’erano Super Mario Land (idraulico italoamericano condannato alla Friendzone a vita), Kirby’s dreamland (non ho mai capito cosa fosse Kirby), Donkey Kong e ovviamente Tetris.
Poi dal 1999, Pokemon Rosso e Blu: quello fu il punto di non ritorno.

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Con l’arrivo degli smartphone e delle consolle portatili di ultima generazione, il Game Boy concluse il lungo  Cammino degli Eroi cominciato nel 1990, che lo aveva infine condotto al Valhalla del Vintage.

Non so che fine abbia fatto il mio.

So solo che ricordo il plin! inconfondibile che faceva all’accensione, quando compariva la scritta Nintendo. E so che, se siete cresciuti negli anni ’90, leggendo queste ultime righe l’avete sentito risuonare nella testa anche voi.

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Archeologia degli anni ’90: le Superga

Piccole cose, dettagli di un’epoca, perle perdute del secolo scorso.

1990

Per il bambino degli anni ’90 c’era un solo tipo di “scarpa da tennis”: le Superga. Un’autentica sicurezza. Potevi star certo di trovarle in qualsiasi negozio di calzature, di solito ammonticchiate in un cesto con sopra un foglio scritto a mano col prezzo  – diecimila lire – tutte uguali, di tela blu con la suola bianca.

Quella suola che sotto aveva l’inconfondibile trama a vermicelli, in pura gomma vulcanizzata. E vulcanizzato era pure il piede del bambino, dopo una giornata al trotto nelle sue brave Superga. Storie di calzini che si suicidavano nottetempo gettandosi dal filo del bucato, pur di non tornare là dentro.

Scarpe da assalto, praticamente indistruttibili, che ti guardavano coi loro occhielli in alluminio come a dire: ciccio, ti seppelliranno con noi ai piedi. Scarpe perlopiù sempre slacciate, adatte per il mare, la montagna e la prima comunione.

Scarpe che così non le fanno più, ché quelle di oggi si aprono dopo i primi cento chilometri di sfacchinata, mentre mia sorella ne ha ancora un paio dell’89 che ha fatto più strada di Albert Schwarzer.

E scusate se è poco.

I Dialoghi del Terzo Tipo allo Square Festival – Torino

Square Festival - Dialoghi del Terzo Tipo

Mercoledì 17 maggio, dalle 22:15, insieme all’insostituibile trio teatrale Bosco – Palumeri – Simonetti di Doppeltraum Teatro porterò in scena i famigerati Dialoghi Del Terzo Tipo.

La cornice è quella della prima edizione dello Square Festival, manifestazione culturale che ospita oltre 100 artisti e coinvolge circa 44 locali, in fila per sei col resto di due.

Orsù (M.S., dal lat. orsùs: mammifero esortativo) venite a bere un bicchiere di vino e a farvi quattro risate (o a bere quattro bicchieri di vino e a fare una risata molto lunga) a Casa Martin, in Via Sant’ Agostino 23M!

 

Requie

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Aveva piovuto tutta la settimana, e ora che c’era il sereno andavo per castagne col padre di mio padre.

La guerra era finita da un po’, e la terra aveva cominciato a rigettare le cose che le avevano nascosto in grembo.

Non avevo mai visto un morto prima di allora. Vederne così tanti, tutti insieme, emergere in lembi bianchi dalla terra bruna autunnale, mi atterrì. Così mi voltai e feci per scappare, ma mio nonno mi afferrò per un braccio.

«Sono morti. Non possono farti nulla» disse, il sacco pieno di castagne stretto con forza nell’altra mano.

Quella sera stessa, venti uomini tra cui mio nonno e mio padre salirono al monte con pale e lanterne. Il curato gli andava dietro con gli scarponi sotto la tonaca nera, la Bibbia nella tracolla e la grappa nella fiaschetta.

Aspettai mio padre e mio nonno, sgranocchiando castagne vicino alla stufa, ma fui vinto dal sonno.

Quando mi svegliai, mio padre mi stava adagiando nel piccolo lettuccio, vicino a mio fratello piccolo.

«Erano nostri o loro?» riuscii a dire.

«Che importanza ha?» rispose. «Là sotto non fa differenza».

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