Il Buon Cattivo

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Una delle sfide più accattivanti (per restare in tema) e più faticose nell’arte di scrivere, è sempre stata per me quella di fornire alle mie storie, o meglio ai miei protagonisti, dei cattivi all’altezza.

Sfogliando a memoria i libri che mi hanno appassionato di più, mi sono reso conto che il “cattivo” è una componente essenziale.

Non parlo qui di semplici antagonisti, individui o entità che hanno obiettivi opposti a quelli dei personaggi principali, e che possono comunque trovare le simpatie del lettore; mi riferisco invece ad autentici figli di puttana letterari, personaggi capaci di suscitare tanto odio da farti scagliare il libro lontano (salvo correre a riprenderlo subito dopo, per vedere come va a finire).

Nella testa del cattivo

 

Butch Bowers (Stphen King, “It”) pazientemente fa affezionare a sé il cagnolino del povero Mike Hanlon, solo per poi avvelenarlo, legarlo a un albero e guardarlo morire.

Il comandante della prigione (Henri Carriere, “Papillon”) ordina di rinchiudere Papillon in una cella di isolamento immonda per un periodo tale che – se non morto – lo renderà certamente folle.

Il maiale Napoleone (George Orwell, “La fattoria degli animali”), con l’inganno manda al macello Boxer, forte ma ingenuo cavallo da tiro, che si è sempre spaccato la schiena per il bene di tutti ma che ormai è esausto e inadatto al lavoro.

Cosa accomuna questi – e altri – grandi cattivi?

Certamente l’agire in maniera spregevole, ma fare cose cattive non basta. L’elemento chiave dev’essere necessariamente oltre il piano del fare – che pure risulta necessario – e deve trovarsi in quello che i giuristi chiamano “elemento soggettivo del reato”, qualcosa che ha a che vedere con la componente psichica e psicologica.

Cosa avrà pensato ciascuno dei precedenti all’apice della propria cattiveria?

La meschinità del male

Tempo fa, mentre preparavo un laboratorio di scrittura sul tema del bullismo, mi sono imbattuto in un libro curioso (E. Badellino, F. Benincasa, “Bulli di Carta”), che attraverso brani ben scelti ripercorreva la storia del bullismo della letteratura.

Quella lettura fu illuminante, e non solo per gli esempi di malvagità che riportava, cattiveria talvolta sottile, talvolta di una violenza ignorante. C’era infatti un fil rouge che riuniva tutti i personaggi portati come esempio nel libro (e anche quelli che ho menzionato più su): tutti i personaggi citati sono magari estremamente carismatici o forti o scaltri, ma nel complesso meschini.

Meschino: […] riferito alla mente, all’animo, al modo di pensare di una persona, con valore alquanto limitativo o spregiativo, esprime povertà spirituale, angustia, grettezza.
TRECCANI.

Da loro si sprigiona un male fine a se stesso, puro, raccapricciante. Lungi dall’avere delle giustificazioni al loro operato, che li renderebbero immediatamente meno alieni agli occhi del lettore, si comportano invece in maniera totalmente arbitraria, feroce.

Forse è questo il segreto: saper grattare la superficie, per far affacciare il lettore sul baratro della meschinità del male.

 

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Un commento su “Il Buon Cattivo

  1. Pingback: IT | rosalbax

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