Liebster

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Sant’Antonio era un burlone. Non a caso, due dei flagelli di questo secolo portano il suo nome: il Fuoco e la Catena. Malattia causata dalla riattivazione dell’herpesvirus della varicella il primo, morbo sociale causato dalla disattivazione del senso critico il secondo.

Ma c’è un ma.

Sebbene il Fuoco di Sant’Antonio non sia mai gradevole, una minuscola quota delle Catene di Sant’Antonio sono piacevoli o addirittura divertenti (soprattutto quando non prevedono conseguenze nefaste in caso di interruzione della stessa).

Per questo ho deciso di cogliere il sasso lanciato da Francesca nel mio stagno di inerzia produttiva e usarlo per tirar fuori un post. Il sasso in questione è rappresentato dal Premio Liebster (di cui sono appena venuto a conoscenza) di cui Il Drago di Carta è stato fregiato. Le regole sono presto dette:

  • ringrazia chi te l’ha affibbiato dedicato;
  • nomina altri blog degni di questo premio, che abbiano <200 lettori;
  • rispondi alle 11 domande;
  • fanne undici a tua volta cui i premiati dovranno rispondere.

Facile no? Ora vediamo.

Punto uno: sorridi e ringrazia

Intanto ringrazio Francesca, il cui blog Sessoyogadogdance è uno dei pochi che leggo con assiduità. È un blog che non saprei dire bene l’argomento (forse parla di sesso, forse di yoga, forse di cani e certamente di danza), ma che in realtà contiene un punto di vista originale su un sacco di cose (ad esempio sull’andare in bici senza mani e gli amici immaginari). Ha un modo spassoso di raccontare e mi ci ritrovo su un sacco di cose (ad esempio sull’andare in bici senza mani e gli amici immaginari).

Punto 2: premia altri blog

Innanzitutto appioppo il premio a Filosofia Vegetale, altro blog che seguo con passione: Paolo ha una verve eccezionale e sa tutto di piante, ma soprattutto del rapporto tra piante ed esseri umani. Un blog rilassante e divertente.

Il secondo va invece a Neurobioblog: un blog interessantissimo per chi da profano si avvicina al mondo sconfinato delle neuroscienze, ma più in generale del rapporto tra mente e corpo, e spera di capirci qualcosa.

La terza menzione va a Paolo Agrati, che fa un sacco di cose ma soprattutto scrive, e se non avete ancora letto qualcosa di suo dovreste proprio rimediare.

(Ok, secondo le regole il premio andrebbe dato a blog con meno di duecento follouers, ma se io conosco solo persone brave a scrivere, che vogliamo fare?)

Punto 3: rispondi alle domande.

Ti svegli subito la mattina quando suona la sveglia o rimani a letto a posporre?
Dirò di più: la imposto mezz’ora prima solo per poterla posporre. Sono un maniaco del tasto “snooze”.

Ti ricordi il giorno della tua prima comunione?
A tratti, ho tipo dei flash: un mio caro amico è stato morso da un pastore tedesco e poi è caduto in un torrente (eventi non connessi). Considerando che avevo 8 anni, una figata assurda.

Ti piace il Capodanno. Se sì, perché? Se no, perché?
No, perché non mi piace che mi si dica quello che devo fare e quando devo festeggiare.

Ti sei mai fratturato/a un osso del corpo? Quale e come? (Se la risposta è no vale anche una ferita).
Una volta mi sono aperto la testa scivolando su un pallone Tango, volando all’indietro e battendo su un gigantesco vaso di pietra. Buon compleanno!

Il tuo film preferito.
Uno a caso di Robin Williams. A naso direi L’attimo fuggente, anche se è uno dei pochi che non riesco a riguardare.

Un nome proprio di persona che trovi bruttissimo.
Adolfo.

Ti piacciono i gelati sfusi o confezionati?
Dai, i gelati confezionati non sono gelati, sono merendine fredde.

Che lavoro fai? Ti piace?
Faccio il social media coso e mi occupo del digital coso in una fondazione sanitaria. Non è male, mi consente di scrivere e inventare cose, ma l’argomento potrebbe essere più allegro.

Che lavoro vorresti fare?
Diventare bravo in quello che faccio sarebbe già ottimo.

Qual è il tuo scrittore preferito?
Italo Calvino.

Soffri o ti godi la vita?
Probabilmente godo nel soffrire.

Punto 4: ecco le mie 11 domande

  1. Qual è il tuo primo ricordo?
  2. Qual è la cosa più folle che hai fatto?
  3. Che cosa fai quando ti senti giù?
  4. Se potessi avere un superpotere, quale sarebbe?
  5. Cinque cose belle che ti sono successe oggi
  6. Ti capita mai di presentarti e subito dopo non ricordare il nome di chi hai appena conosciuto? Come ti comporti?
  7. Un paese che vorresti visitare
  8. Devi affrontare una missione pericolosissima per salvare il mondo: quale personaggio di un telefilm anni 80-90 vorresti con te?
  9. A cosa servono le monetine da 1 – 2 cent?
  10. Qual era il tuo gioco preferito quando eri bambino?
  11. Mare o montagna?

E questo è quanto. E per tutti gli altri, che Sant’Antonio vi colga. Scegliete voi se catena o fuoco.

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Officina di Scrittura Creativa a Torino

OFFICINA

Sabato 2 settembre 2017 comincia un percorso a cui tengo molto: l’ho chiamato Officina di Scrittura Creativa.

Che cos’è l’Officina?

Uno spazio per poter scrivere in libertà.

Ma non posso farlo a casa?

Certo, anche la ginnastica si può fare a casa con risultati eccellenti. Ma l’impegno fisso di andare in palestra, unito alla compagnia, aiuta chi non riesce a trovare tempo e spazio regolari per scrivere.

Cosa trovo all’Officina?

Tempo, spazio e quiete;
Appassionati con cui scambiare idee;
Una persona “del mestiere” a disposizione per dare un’occhiata ai tuoi lavori in itinere e – se lo desideri – qualche suggerimento.

Come funziona?

Porta quello che preferisci per scrivere (computer o carta e penna).
Se hai un lavoro o un’idea da sviluppare, perfetto!
Se non ce l’hai, troveremo senza problemi qualche esercizio di stile adatto al tuo umore.

Devo partecipare per forza a tutti gli incontri?

No, puoi venire se e quando vuoi.

Quanto costa?

L’Officina è un’iniziativa completamente gratuita.

Come faccio a partecipare?

Lascia un commento a questo post e il gioco è fatto.

Posso portare un amico/a?

Certo che sì!

Ti aspetto sabato 2 settembre al Centro Studi Per la Pace Sereno Regis, via Garibaldi 13 – Torino, dalle 10:00 alle 12:00, per il primo incontro di “rodaggio” dell’Officina!

Sarahah e il cyberbullismo 2.0

La nuova app per messaggistica anonima Sarahah fa molto parlare di sé: soprattutto per gli utilizzi collaterali che cyberbulli e aspiranti tali potrebbero farne.

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Cos’è il cyberbullismo?

Sai cos’è il cyberbullismo? Potremmo pensarlo come un bullismo 2.0.

È quella forma di violenza psicologica che passa attraverso i canali digitali – da facebook, a snapchat, a instagram, a quello che ti pare.

Perché il cyberbullismo è peggio del bullismo “tradizionale”?

Innanzitutto, perché non lo sostituisce, ma gli si somma.
Il bullismo esiste praticamente da sempre. Un libro interessante, “Bulli di carta”, ne ripercorre addirittura la storia all’interno della letteratura. Anche quando ero piccolo io, ovviamente, c’era. Ma prima dell’avvento di internet e dei social, quel bullismo aveva tutta una serie di “vantaggi” dal punto di vista di chi lo subiva:

  • Lo sfottò era circoscritto nello spazio e nel tempo: solitamente a scuola o immediatamente dopo. Chiusa la porta di casa, perlomeno, si era liberi fino alla mattina successiva. Il bullismo sui social invece non ti molla mai, ti segue dentro casa e prosegue addirittura in assenza del bullizzato.
  • Il bullo doveva guardare in faccia la sua vittima. Non è una cosa da sottovalutare: l’essere umano è programmato, almeno in linea di principio, per provare empatia. Non tutti hanno la cattiveria necessaria per fare male a qualcuno guardandolo in faccia. Con il cyberbullismo questo elemento viene meno e la cattiveria di ciascuno trova libero sfogo al riparo dello schermo di uno smartphone.

Teppisti Anonimi

Quanto al guardare in faccia la vittima, internet e la comunicazione digitale hanno ultimamente regalato ai bulli un’arma micidiale: l’anonimato.

La possibilità di mantenersi anonimi consente anche ai meno “coraggiosi” di farsi avanti. Credo che questo fenomeno sia, alla radice, lo stesso che precorre alle dinamiche di gruppo: il singolo si annulla nel gruppo che perpetra la violenza, si annichilisce e perde la propria identità.

In questo modo non è più riconoscibile, incolpabile e punibile come colpevole, soprattutto da se stesso: se non ci fosse stato Cristo a guardarli, quanti peccatori avrebbero scagliato la prima pietra?

Bryan of Nazareth, la lapidazione.

Bryan of Nazareth, Monty Pyton

Per questo motivo l’uscita di Sarahah, l’app per messaggi anonimi, ha fatto suonare parecchi dei miei campanelli d’allarme.

Cos’è Sarahah?

Sarahah è un’applicazione di messaggistica istantanea che garantisce il completo anonimato. Secondo l’intenzione dei creatori, che voglio ritenere quantomeno ingenua, l’applicazione serve a migliorare sé stessi attraverso feedback onesti (perché anonimi) dei propri collaboratori, amici o altro. Boom!

Sarahah è nato nel 2017 come sito, ma a seguito del grande successo riscontrato fin dagli esordi, è stato convertito in app e sdoganato su Google.

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Perché Sarahah è potenzialmente la nuova frontiera del Cyberbullismo?

Garantendo il totale anonimato (gli utenti autori di commenti non sono rintracciabili neppure dall’app stessa) e la possibilità di condividere contenuti come immagini e video, Sarahah dà a ogni cyberbullo o aspirante tale tutti gli strumenti necessari per fare un buon lavoro:

  • Un pubblico, anche molto vasto: gli spettatori sono essenziali nelle dinamiche di bullismo quanto il bullo e il bullizzato;
  • La possibilità di seguire la vittima anche fuori dal proprio raggio di azione materiale, nello spazio e nel tempo;
  • L’anonimato: cioè la potenziale e totale impunità. Inoltre, il limite dell’aggressione si amplia di molto: senza la paura di essere scoperti, ci si spinge oltre il punto in cui la paura della sanzione o punizione fungerebbe da limite (minacce e istigazione al suicidio, tanto per dirne un paio). Ma anche la diffusione di immagini e video denigratori di vittime ignare sarebbero al riparo dell’anonimato.

Che ne Sarahah di noi?

Non ci resta che aspettare per vedere se si tratta dell’ennesimo cyberfenomeno passeggero, una bolla che scoppierà tra poco insieme a tutte le nostre perplessità.

Ma potrebbe anche diventare un fenomeno radicato, soprattutto tra i più giovani, come a suo tempo Snapchat, che a sua volta fece molto discutere per “l’autodistruzione delle prove”.

Non abbiamo ancora capito che gli smartphone, e più in generale internet, sono uno strumento grandioso da mettere in mano ai nostri figli. Lo sarebbe anche un’automobile, ma non gli consentiamo di guidarne una fino ai 18 anni – e comunque non prima di aver ottenuto l’abilitazione – per la loro stessa sicurezza e quella di tutti gli altri.

Per internet non dovrebbe essere poi tanto diverso: magari sarebbe esagerato attendere i 18 anni, ma sicuramente un maggior controllo, o meglio una semplice educazione all’utilizzo delle risorse che il web offre, sarebbe davvero auspicabile.

Dialoghi del Terzo Tipo: Gelato.

Dialoghi del terzo tipo - Gelato gusto FIAT Panda

Dialoghi del terzo tipo – Gelato gusto FIAT Panda

– Buongiorno, vorrei un gelato.

– Che gusto?

– Gusto Fontana di Trevi.

– Mi prende in giro?

– No, perché?

– L’ho appena finito.

– Ah. Che gusti c’ha allora?

– Fragola e cioccolato, crema e FIAT Panda.

– Mi prende in giro?

– No, perché?

– Fragola e cioccolato sono il mio gusto preferito.

– Le faccio un cono fragola e cioccolato?

– Grazie.

– Mi spiace, l’ho finito.

– Fragola e cioccolato?

– No, il cono.

– Mi dia una coppa allora.

– La UEFA va bene?

– Ok.

– Ecco, sono mille euro.

– Ecco a lei. Che buono, grazie signor gelatista!

– Grazie a lei, buona giornata!

Clara e l’ultimo albero

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The Last Tree by keego51 – Deviant Art. https://goo.gl/LrSW5K

– Sono preoccupata per Clara.

– Preoccupata? Perché? – l’uomo si girò sul fianco, per guardare negli occhi sua moglie.

– Passa troppo tempo con tuo padre. Davvero, le sta riempiendo la testa di sciocchezze.

– Cosa vuoi che sia? Le racconta solo qualche storia…

– Qualche storia? Passa il tempo andando in giro là fuori, a volte la tata-bot la perde perfino di vista. Oggi è tornata a casa dicendo di aver visto un albero. UN ALBERO, Mario! Non so nemmeno come sia fatto un albero, io.

– Ma sì, papà le avrà mostrato qualcuna delle foto di quando era giovane. Non c’è niente di cui preoccuparsi.

– Non m’importa, voglio che tuo padre la smetta di infilarle sciocchezze in testa.

– E va bene, domani gliene parlerò.

– Ma non può giocare ai videogiochi come tutti gli anziani della sua età? Un albero, senti tu…

Clara sgambettò oltre la duna. La terra sotto i suoi stivaletti termici aveva la consistenza della roccia. Poco più in là invece, si sfarinava in polvere che il vento soffiava lontano. La collina si stagliava davanti ai suoi occhi bambini come un gigante rosso.

– Ci sgrideranno fortissimo! – disse Marcello, il cugino di Clara. Era un bimbetto biondo e nervoso, con occhi che sapevano guardarti come quelli di un adulto.

– Quando lo avrai visto, ti farai sgridare volentieri – ribatté Clara, cocciuta.

– Ma tra poco sorgerà il sole! Moriremo fritti!

– Non sorgerà prima di un paio d’ore e saremo già tornati.

Senza aspettare l’obiezione del cugino, prese ad affrontare la salita. Nonostante l’alba fosse ancora parecchio lontana, il calore che sprigionava dal terreno la faceva sudare. Se non fosse stato per gli stivali, si sarebbe cotta i piedi.

Suo nonno diceva che una volta la terra era fresca e ci potevi andare anche scalzo, e addirittura c’era l’erba, che era una cosa verde e soffice, che era fresca e faceva il solletico ai piedi. Diceva che la gente usciva di giorno e dormiva di notte e non viceversa e il sole era bello sulla pelle e a volte cadeva dal cielo la neve, che è come l’acqua ma molto più fredda e ovattata.

– Ecco, siamo quasi arrivati.

La collina era fatta come una ciambella, con un bel buco nel centro. Nel buco la terra era scura e morbida.

I due bambini scesero adagio, tenendosi per mano.

– Ci credi adesso? – disse Clara.

Davanti a loro, dritto come un maestro, c’era un tronco scuro e largo, così largo che i bambini ci misero dieci secondi per corrervi tutt’intorno.

Proprio Marcello, preso dall’entusiasmo, iniziò a scalarlo.

– Clara! Vieni, vieni a vedere! – strillò da lassù.

La bambina, che si dondolava appena un ramo più sotto, fu da lui in un attimo, come se non avesse mai fatto altro in vita sua che arrampicarsi sugli alberi.

– Che c’è? – disse, ma poi rimase come folgorata.

I due bambini, le facce vicine e gli occhi scintillanti, osservavano un minuscolo ovale verde smeraldo che faceva capolino da un punto del ramo.

– Cos’è?- disse Marcello.

– È una foglia! Una foglia, una foglia, una foglia!

– Guarda! – Gridò di nuovo Marcello, puntando col ditino un poco più in alto – ce ne sono altre!

L’albero era pieno di piccole gemme.

– Se lo dico al babbo non ci crede! – squittì Marcello.

– E infatti tu non glielo dici.

– Cosa? E perché?

– Perché se no vengono i signori a tagliarlo per fare gli sgabelli.

– Gli sga… che cavolo dici?

– Lo sai almeno cos’è un cavolo?

– Io…

– Il nonno dice che se oggi non possiamo uscire di giorno e camminare scalzi e vedere la neve e arrampicarci sugli alberi è anche perché dei signori li hanno tagliati per fare gli sgabelli.

– A me il babbo mi ha detto che è per l’effetto Serbia. Credo.

– Che roba è?

Marcello fece spallucce. – Non voglio che lo tagliano, però – disse.

– E allora… – disse Clara, e gli porse il mignolo.

Alla luce fatua delle loro tute fluorescenti, Marcello lo prese.

Centenari e bici rubate

“Mio nonno campò cent’anni perché si faceva i cazzi suoi”.

Stando al detto, un sacco di gente in questo paese ha un’innata predisposizione alla longevità.

Da questo distillato di saggezza popolare, che lascia intendere che chi si immischia nei fatti altrui corre il rischio concreto di finire nei guai, emerge infatti uno spaccato interessante riguardo alcune dinamiche della nostra biosfera sociale.

Porta Palazzo, oggi: lego la mia bici a un palo, nonostante ci fosse un parcheggio apposta proprio lì a fianco, per poterla tenere sotto controllo dalla vetrina mentre faccio alcune compere in un negozio.

Un tizio, anche lui in bici, si accosta alle rastrelliere poco distanti e fissa una bicicletta.
Avrei scommesso cento euro che stava per portarsi via un souvenir. E infatti, cinque secondi dopo, lo vedo armeggiare con un sellino. Dieci persone lì intorno e nessuno che dice niente.

La seguente riflessione si è svolta nella mia testa, sull’uscio del negozio, nel giro di cinque secondi.

Minchia, lo sapevo. E mo?
E mo non sono fatti tuoi, entra.
Non sono fatti miei ma potrebbero: ricordi che giramento di coglioni quando hanno rubato il tuo?
Daje, è solo un sellino! Devi rischiare una sberla per un sellino?
Non è il sellino, è una questione di principio.
Sei il solito ingenuo!
Sei il solito cinico!
Fottiti, se le prendi poi non venire a piangere.

Mi volto verso il tizio, che è appena riuscito a sfilare la sella.
“E beh?” gli dico.
“Perché, è mica tua?” risponde lui, facendo leva sul proverbio di cui sopra.
“Sì” mento spudoratamente, considerato che mi aveva visto legare la mia al palo.
Non se l’aspettava. Ci pensa.
“Eh, mi serviva una sella. Ma se è tua la rimetto a posto.”
Lui se ne va e io entro nel negozio, dove spiego la cosa al proprietario che si offre di dare un’occhiata dalla vetrina nel caso tornasse.

Ho rischiato di prenderle forse. Ma vedere quel sellino ancora al suo posto quando me ne sono andato mi ha fatto sentire una persona. Non una brava persona, non una persona migliore, ma una persona e basta.

E pazienza se non camperò fino a cento anni, tanto il nonno di chi ha inventato quel detto era uno stronzo.

P.S. Non voglio fare il disfattista, di esempi virtuosi ce ne sono tanti. Proprio a proposito di biciclette ad esempio, su Facebook, in un gruppo di vendita di bici usate che bazzico, più volte ho assistito in tempo reale al recupero di una bici rubata: il proprietario aveva segnalato il furto sul gruppo, qualcuno l’ha vista per strada ed è andato a tenerla ferma fino al suo arrivo. Rischiando di prenderle, of course.

Uno spot per i 60 anni di FIAT 500

Tempo di lettura stimato: 1 minuto.

Con “See you in the future”, spot firmato Leo Burnett che è un vero e proprio corto, FCA festeggia i 60 anni della sua figlia prediletta: la 500.

L’entusiasmo attorno a questo prodotto cinematografico è piuttosto alto – e giustamente, se si considera la presenza come protagonista del premio Oscar Adrien Brody.

Il corto-spot per i 60 anni della FIAT 500 è gradevole: sfoggia un abito retrò di taglio italiano, ma senza scadere nel binomio pizza-mandolino

La trama è semplicissima, il che è un bene considerato che si tratta di uno spot per un’automobile e non di un film di Almodovar: un uomo si addormenta negli anni ’50 e al risveglio, uscito di casa, si ritrova nella Milano del 2017; incontra una donna di cui si invaghisce, la quale lo scarrozza in giro per la città sulla nuova 500. Il tutto sulle note di Come Prima.

Proprio l’incipit di questa storia è ciò che ha fatto sì che la mia mano, per riflesso involontario, andasse a prendere la caratteristica forma a “carciofo”: quello del sogno è un espediente narrativo così logoro che quando è uscita la 500 era già vecchio.

Il tentativo di spiazzare lo spettatore con un finale “aperto” non è abbastanza potente da lavare il sapore del cliché.

Altri topoi letterari invece, come il contatto involontario delle mani dei due o la battuta sul film d’epoca che per Brody è appena uscito, sono apprezzabili perché propri di una narrativa d’altri tempi. In altre parole, non forzano lo spettatore ma gli ammiccano.

Di positivo conservo la performance di Adrien Brody, le piccole gag seminate nella storia, la cura certosina dei dettagli, la splendida fotografia e più in generale l’atmosfera sognante da Carosello che caratterizza il girato.

Insomma, un bel 60esimo compleanno per la FIAT 500.

Chapeau.

Adam Brody - Spot 60 anni FIAT 500

 

 

 

 

Paolo Villaggio e l’ultimo Fantozzi

Fantozzi in Paradiso

Ho smesso di ridere di Fantozzi quando ho cominciato a capirlo.

Quelle che per un bambino erano le sfighe assurde di un personaggio donchisciottesco, al punto che nei miei giochi d’infanzia fingevo di essere lui per far ridere gli amici, sono per uno spettatore più maturo la tragedia quotidiana di un’intera generazione – e probabilmente anche di quelle successive.

In Fantozzi ritrovo la lotta disperata per un posto nel mondo, l’autoaffermazione ostinata dell’essere umano laddove l’intero meccanismo-società lo vorrebbe annichilito, scopro l’insensatezza e la leggerezza.

Paolo Villaggio ha creato un adorabile mostro, se è vero che si può riderne e piangerne insieme. E ora che anche lui ha fatto i bagagli, guardando la sua creatura nei caroselli di rito che i telegiornali e le reti televisive dedicano in massa ai mostri sacri di questo o quello, mi giunge fortissima un’impressione:

non ci sarà un altro Ugo Fantozzi.

Non siamo più capaci di generare personaggi così forti da entrare a gamba tesa nell’immaginario collettivo fino a diventare attributo – “fantozziano” – per persone o situazioni.

Del resto, questo nuovo pubblico così vorace di novità, pronto a ingollare youtuber e cantautori usa-e-getta uno dietro l’altro, forse non saprebbe nemmeno che farsene.

I grandi lumi del passato, com’è naturale, vanno a poco a poco spegnendosi. Ma noi con cosa cerchiamo di rimpiazzarli? Non c’è talent show che possa sputare fuori un altro Paolo Villaggio e, a dirla tutta, nemmeno un Fantozzi.

Sapore di SIAE

borderò

Quanto fa 300 – 300?
Fa zero, ovvio. Ma tenetelo bene a mente mentre leggete queste righe.

***

Succede che, per far qualcosa di bello in una città progressivamente svuotata dei suoi luoghi di ritrovo e dei suoi eventi culturali, decidi di organizzare un micro-festival di letteratura e musica con la tua associazione.

Succede che, per unire l’utile al dilettevole, decidi che l’evento sarà gratuito e volto a raccogliere offerte spontanee per sostenere un progetto in cui credi (questo).

Succede che l’iniziativa piace e molti artisti – anche parecchio affermati – decidano di partecipare senza volere assolutamente niente in cambio.

Succede che quando – per fare le cose secondo le regole – vai dalla SIAE a chiedere a quanto ammonta il pizzo contributo da pagare per un evento

  1. di beneficienza;
  2. completamente gratuito;
  3. in cui gli artisti partecipano gratis e suonano le proprie canzoni;

in agenzia ti rispondano che per una cosa del genere hai da sganciare la bellezza di 167 euro (forfettari, per ciascuna performance), poi diventati 147 perché siamo passati attraverso la ONLUS.

Dopo aver tentato invano di impietosirli ed esserti sentito rispondere che per pagare un po’ meno avresti potuto provare ad “appoggiarti a una parrocchia” (?), con estrema riluttanza sganci l’obolo.

Morale della favola:

  • Pur di far suonare due bravissimi talenti torinesi, abbiamo regalato alla SIAE circa 300 euro dei quali – tolte le tasse – non ho la minima idea di quanti andranno effettivamente nelle tasche degli artisti in questione. Ma temo ben pochi.
  • Con il cappello, in 4 date sono stati raccolti 335,21 euro per finanziare la costruzione di un impianto idrico in Madagascar.

E ora torniamo alla domanda che ho fatto a inizio articolo: quanto fa 300 – 300?

Zero.

Euro più, euro meno. Che è pressapoco quanto sarebbe stato versato oggi a Help For Optimism Onlus se, guardandoci negli occhi, in associazione non avessimo deciso di farci carico della spesa di tasca nostra.

Trecento euro che avrei preferito devolvere al progetto, invece che pagarli a un ente monopolista come in Europa non se ne vedono dai tempi delle dittature.

In conclusione

non sono un fan di Fedez, ma dopo l’ennesima scampagnata non posso che schierarmi dalla sua parte nella battaglia contro questi burini a vento: si tratta di un ente dalla procedura fumosa, ché non sai mai con certezza quanto dovrai pagare (e figuriamoci se sai a chi e in che proporzione vanno a finire i soldi).

Credo sia ora di dargli una regolata, o meglio ancora una regolamentazione, come del resto vorrebbe la UE.

Il pomeriggio

Poi lentamente accade
il pomeriggio.

pomeriggio

La bomba che non c’è

Cronaca di un triste finale di finale di Champions in piazza San Carlo, Torino.

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Capita, tornando a casa a tarda sera, dopo aver cercato parcheggio per venti minuti e averlo miracolosamente trovato, di incappare in una fiumana di gente che corre nei pressi di casa tua, con addosso i colori di una delle squadre cittadine. Quella che è arrivata in finale di Champions, per l’esattezza.

Quando chiedi cosa sia successo, capita che ti rispondano in modo confuso cose come «arrivano» o «sparano» o ancora «non andare di là». Ma siccome tu “di là” ci abiti, cammini tranquillo controcorrente, svolti nella via di casa e fai per mettere la chiave nella toppa.

«Abiti là?» dice una voce «Ci fai entrare?»

Ed ecco che mentre una seconda ondata di umanità terrorizzata scuote le strade, tu ti ritrovi a far passare dallo stretto ma pesante e tutto sommato rassicurante portone di casa tua una bella trentina di persone.

Dentro, mentre altre bussano per entrare, con l’aiuto di alcuni vicini che sono scesi a dare soccorso cerchi di capire cosa sia successo.

Non uno che sappia.

E anche gli altri, quelli che arrivano dopo e premono per entrare facendosi quasi male a vicenda, nessuno sa nulla.

«E allora cosa spingi?» chiedi, indicando una ragazza lacrimante incastrata tra lo stipite e il destinatario della domanda.

Si riesce a portare acqua, bende, disinfettante e un po’ di calma:

«Hai visto qualcuno sparare?»
No.

«Hai visto qualcosa esplodere?»
No.

Si danno indicazioni per raggiungere la stazione o altri punti di interesse più o meno turistico senza passare per il carnaio, e poi si esce a cercare di capirci qualcosa.

E più ti avvicini alla piazza del maxischermo – Piazza San Carlo, il salotto di Torino – più lo scenario si fa surreale. Gente travolta, perlopiù scalza, gente sanguinante, gente impaurita, gente sovreccitata. Gente, ovunque.

Ambulanze, lampeggianti, un tizio di Bari che piange, un carabiniere al cellulare.

La folla terrorizzata ha calpestato se stessa, in un frullato di cocci di bottiglia, epitelio e indumenti perduti.

Ma niente. Nessuno sa cosa sia successo.

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E quando torni indietro, ti assicuri che anche i più scossi abbiano trovato la strada di casa o almeno un amico che l’aiuti a trovarla, e con un mucchio di giornali aiuti il tuo vicino a pulire le macchie di sangue che sono ovunque nell’androne e sulle scale, ti fai una domanda.

Siamo già arrivati a questo punto?

Il terrorismo ha funzionato, perché non ha più bisogno di fare nulla per incutere terrore.

E forza Juve.

Meditazione – monologo interiore senza fiato.

Inspira, espira.

Inspira, espira.

Dicono che il segreto della meditazione sia tutto qui.

Inspira.

Concentrandoti sul respiro (espira) puoi tenere a bada la mente.

Inspira.

Solo che proprio mentre sei lì ti viene in mente qualcosa.

Espira.

Qualcosa di insensato, tipo che INSPIRA invece di fare attenzione al respiro stai facendo ESPIRA attenzione a te stesso che stai attento al respiro.

La mente ti ha già fregato.

Inspira. In-spira. Ispira.

Che poi l’ispirazione è proprio questo (espira) lasciare entrare dentro qualcosa.

Probabile che inspirare e ispirare abbiano (inspira) una radice comune.

Espira. E-spira. Spirare. Spirato. Morto.

Chi è morto è senza fiato, una volta per tutte.

Inspira, espira.

Può uno spirato essere ispirato?

Inspira. Espira.

E chi spira, si accorge di aver – inspira espira – esalato l’ultimo respiro?

Inspira, espira, inspira, espira.

Curioso come le parole, dopo che le ripeti un po’ di volte (INSPIRA PERDIO!) sembrino perdere il significato.

Fai attenzione. Espira.

E l’addome? Quando respiri normalmente mica ci mette tutto ‘sto tempo a fare su e giù.

Inspira.

Se fai attenzione al respiro, non riesci più a respirare naturalmente. Espira.

Inspira. Metti il corpo in imbarazzo, come uno che ti guarda mentre fai pipì. E non ti viene.

Espira, inspira, espira

O Dio! E se ora non riuscissi più a tornare a respirare naturalmente e dovessi farci attenzione in eterno?

Inspiiiiira.

Ora ci provo.

… … …

Espira-inspira-espira-inspira.

No, va bene, funziona.

Meglio non esagerare. ESPIRA. Bisogna riportare l’attenzione al respiro INSPIRA ogni volta che la mente scappa via. Facile.

Credo che in frigo ci sia del gelato.

Archeologia degli anni ’90: il GameBoy

Piccoli dettagli, direttamente dagli anni ’90. Perché le generazioni future devono sapere.

nintendo_gameboy.jpg

Di William Warby – originally posted to Flickr as Nintendo Gameboy

Ricordo quel momento bene come il primo bacio: era il 28 giugno del 1995 e compivo 7 anni.

Scartai quel pacchetto seduto sul legno del pavimento, col pigiama ancora addosso. Già alla “G” – scritta con quel font inconfondibile – che si intravvedeva a un primo strappo del pacchetto, m’era presa una smania assurda, che divenne autentico delirio appena liberato completamente dall’involucro.

Per i bambini degli anni ’90 il GameBoy era la Mecca dei videogiochi: portatile, rumoroso, potenzialmente contundente. Niente a che vedere coi joystick (traduci bastoncini di gioia) anatomici della Playstation, che adattavano perfettamente la conformazione della mano a se stessi, e non viceversa.

I primi giochi erano pochi e fatti per tenerti incollato allo schermo: questo perché non c’era l’opzione salvataggio e quindi dovevi giocare fino alla morte (tua). Nei più tecnologici c’era un sistema di password che ti permetteva di riprendere il gioco da dove lo avevi lasciato, ma era quasi fantascienza. Così era per esempio per Dr. Franken, il mio primo gioco: un mostro allampanato doveva ricomporre i pezzi di un puzzle tra mille pericoli, viaggiando per un mondo rigorosamente in 2D.

I giochi erano in bianco e nero, con pixel grossi come noci, che li potevi contare. Eppure erano belli, avevano un fascino inconfondibile. Tra gli immancabili, all’interno della gamma di cassette grigie con l’adesivo quadrato del gioco, c’erano Super Mario Land (idraulico italoamericano condannato alla Friendzone a vita), Kirby’s dreamland (non ho mai capito cosa fosse Kirby), Donkey Kong e ovviamente Tetris.
Poi dal 1999, Pokemon Rosso e Blu: quello fu il punto di non ritorno.

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Con l’arrivo degli smartphone e delle consolle portatili di ultima generazione, il Game Boy concluse il lungo  Cammino degli Eroi cominciato nel 1990, che lo aveva infine condotto al Valhalla del Vintage.

Non so che fine abbia fatto il mio.

So solo che ricordo il plin! inconfondibile che faceva all’accensione, quando compariva la scritta Nintendo. E so che, se siete cresciuti negli anni ’90, leggendo queste ultime righe l’avete sentito risuonare nella testa anche voi.

Archeologia degli anni ’90: le Superga

Piccole cose, dettagli di un’epoca, perle perdute del secolo scorso.

1990

Per il bambino degli anni ’90 c’era un solo tipo di “scarpa da tennis”: le Superga. Un’autentica sicurezza. Potevi star certo di trovarle in qualsiasi negozio di calzature, di solito ammonticchiate in un cesto con sopra un foglio scritto a mano col prezzo  – diecimila lire – tutte uguali, di tela blu con la suola bianca.

Quella suola che sotto aveva l’inconfondibile trama a vermicelli, in pura gomma vulcanizzata. E vulcanizzato era pure il piede del bambino, dopo una giornata al trotto nelle sue brave Superga. Storie di calzini che si suicidavano nottetempo gettandosi dal filo del bucato, pur di non tornare là dentro.

Scarpe da assalto, praticamente indistruttibili, che ti guardavano coi loro occhielli in alluminio come a dire: ciccio, ti seppelliranno con noi ai piedi. Scarpe perlopiù sempre slacciate, adatte per il mare, la montagna e la prima comunione.

Scarpe che così non le fanno più, ché quelle di oggi si aprono dopo i primi cento chilometri di sfacchinata, mentre mia sorella ne ha ancora un paio dell’89 che ha fatto più strada di Albert Schwarzer.

E scusate se è poco.

I Dialoghi del Terzo Tipo allo Square Festival – Torino

Square Festival - Dialoghi del Terzo Tipo

Mercoledì 17 maggio, dalle 22:15, insieme all’insostituibile trio teatrale Bosco – Palumeri – Simonetti di Doppeltraum Teatro porterò in scena i famigerati Dialoghi Del Terzo Tipo.

La cornice è quella della prima edizione dello Square Festival, manifestazione culturale che ospita oltre 100 artisti e coinvolge circa 44 locali, in fila per sei col resto di due.

Orsù (M.S., dal lat. orsùs: mammifero esortativo) venite a bere un bicchiere di vino e a farvi quattro risate (o a bere quattro bicchieri di vino e a fare una risata molto lunga) a Casa Martin, in Via Sant’ Agostino 23M!

 

Requie

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Aveva piovuto tutta la settimana, e ora che c’era il sereno andavo per castagne col padre di mio padre.

La guerra era finita da un po’, e la terra aveva cominciato a rigettare le cose che le avevano nascosto in grembo.

Non avevo mai visto un morto prima di allora. Vederne così tanti, tutti insieme, emergere in lembi bianchi dalla terra bruna autunnale, mi atterrì. Così mi voltai e feci per scappare, ma mio nonno mi afferrò per un braccio.

«Sono morti. Non possono farti nulla» disse, il sacco pieno di castagne stretto con forza nell’altra mano.

Quella sera stessa, venti uomini tra cui mio nonno e mio padre salirono al monte con pale e lanterne. Il curato gli andava dietro con gli scarponi sotto la tonaca nera, la Bibbia nella tracolla e la grappa nella fiaschetta.

Aspettai mio padre e mio nonno, sgranocchiando castagne vicino alla stufa, ma fui vinto dal sonno.

Quando mi svegliai, mio padre mi stava adagiando nel piccolo lettuccio, vicino a mio fratello piccolo.

«Erano nostri o loro?» riuscii a dire.

«Che importanza ha?» rispose. «Là sotto non fa differenza».

Il Buon Cattivo

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Una delle sfide più accattivanti (per restare in tema) e più faticose nell’arte di scrivere, è sempre stata per me quella di fornire alle mie storie, o meglio ai miei protagonisti, dei cattivi all’altezza.

Sfogliando a memoria i libri che mi hanno appassionato di più, mi sono reso conto che il “cattivo” è una componente essenziale.

Non parlo qui di semplici antagonisti, individui o entità che hanno obiettivi opposti a quelli dei personaggi principali, e che possono comunque trovare le simpatie del lettore; mi riferisco invece ad autentici figli di puttana letterari, personaggi capaci di suscitare tanto odio da farti scagliare il libro lontano (salvo correre a riprenderlo subito dopo, per vedere come va a finire).

Nella testa del cattivo

 

Butch Bowers (Stphen King, “It”) pazientemente fa affezionare a sé il cagnolino del povero Mike Hanlon, solo per poi avvelenarlo, legarlo a un albero e guardarlo morire.

Il comandante della prigione (Henri Carriere, “Papillon”) ordina di rinchiudere Papillon in una cella di isolamento immonda per un periodo tale che – se non morto – lo renderà certamente folle.

Il maiale Napoleone (George Orwell, “La fattoria degli animali”), con l’inganno manda al macello Boxer, forte ma ingenuo cavallo da tiro, che si è sempre spaccato la schiena per il bene di tutti ma che ormai è esausto e inadatto al lavoro.

Cosa accomuna questi – e altri – grandi cattivi?

Certamente l’agire in maniera spregevole, ma fare cose cattive non basta. L’elemento chiave dev’essere necessariamente oltre il piano del fare – che pure risulta necessario – e deve trovarsi in quello che i giuristi chiamano “elemento soggettivo del reato”, qualcosa che ha a che vedere con la componente psichica e psicologica.

Cosa avrà pensato ciascuno dei precedenti all’apice della propria cattiveria?

La meschinità del male

Tempo fa, mentre preparavo un laboratorio di scrittura sul tema del bullismo, mi sono imbattuto in un libro curioso (E. Badellino, F. Benincasa, “Bulli di Carta”), che attraverso brani ben scelti ripercorreva la storia del bullismo della letteratura.

Quella lettura fu illuminante, e non solo per gli esempi di malvagità che riportava, cattiveria talvolta sottile, talvolta di una violenza ignorante. C’era infatti un fil rouge che riuniva tutti i personaggi portati come esempio nel libro (e anche quelli che ho menzionato più su): tutti i personaggi citati sono magari estremamente carismatici o forti o scaltri, ma nel complesso meschini.

Meschino: […] riferito alla mente, all’animo, al modo di pensare di una persona, con valore alquanto limitativo o spregiativo, esprime povertà spirituale, angustia, grettezza.
TRECCANI.

Da loro si sprigiona un male fine a se stesso, puro, raccapricciante. Lungi dall’avere delle giustificazioni al loro operato, che li renderebbero immediatamente meno alieni agli occhi del lettore, si comportano invece in maniera totalmente arbitraria, feroce.

Forse è questo il segreto: saper grattare la superficie, per far affacciare il lettore sul baratro della meschinità del male.

 

Incipit: che roba è?

Cos’è l’incipit? Come si scrive un buon incipit? Perché dovrei preoccuparmene?
Tutte domande interessanti. Cominciamo dalla prima.

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Che cos’è l’incipit?

Qualche tempo fa ho letto che una buona stretta di mano incide molto sull’impressione che facciamo a uno sconosciuto. Una stretta debole può comunicare disagio, viceversa una troppo energica può esprimere aggressività (si pensi alla famosa stretta di mano di Trump). Una buona stretta di mano invece, decisa ma non forte, comunicherà sicurezza e confidenza.

L’incipit è la stretta di mano di uno scrittore: un inizio troppo debole annoierà il lettore, uno troppo aggressivo potrebbe metterlo a disagio. Un incipit equilibrato – come una buona stretta di mano – farà venir voglia di approfondire la conoscenza o, in questo caso, la lettura. Starà poi allo scrittore dimostrare di essere un buon intrattenitore fino alla fine.

L’incipit è il modo in cui un’opera comincia. Niente di più.

Dico opera perché non solo i racconti e i romanzi hanno un incipit, ma anche i testi teatrali, le canzoni… e anche i temi in classe, ovvio. Tutto ciò che ha un’anima narrativa, ha un incipit.

Ora starai pensando: bene, ma come si scrive un buon incipit?
Tranquillo, lo vediamo subito.

Tre regole d’oro per scrivere un incipit efficace

1.      Incuriosisci.

Hai presente quella sensazione strana che dà un aereo quando decolla, o un attimo prima di atterrare? Quell’attesa eccitata che genera l’imminenza del distacco o del contatto? Questa è la sensazione che dovrebbe dare un buon incipit (e un buon cliffhanger, ma questa è un’altra storia): una tensione sopportabile, anzi piacevole.

Ed è certamente quella che riesce a infondere Italo Calvino nel suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore, dove ogni incipit si dissolve in un altro incipit, portando ogni volta al limite la curiosità del lettore. Calvino sfrutta appieno il potenziale che un incipit può sprigionare.

La curiosità è la benzina di ogni storia, ciò che tiene il lettore incollato alla pagina dall’inizio alla fine. Ovviamente è importante in tutte le parti dell’opera, ma nell’incipit, proprio come per l’avvio di un’automobile, la quantità di curiosità da suscitare è maggiore.

Quindi non essere impaziente: dedica all’incipit tutto il tempo necessario perché sia inaffondabile, ma poi…

2.      Non perdere tempo

Il tempo che dedicherai alla scrittura dell’incipit sarà inversamente proporzionale al tempo che il lettore impiegherà per leggerlo. Oggi infatti nessuno ha tempo da perdere e tutti vogliono tutto subito: la vita è troppo breve per leggere libri scadenti (semi-cit.) e il lettore lo sa.

Lo dimostra il fatto che il gusto del lettore moderno si è orientato verso quello che viene chiamato incipit in medias res: altra espressione latina che significa “nel mezzo della cosa”. In altre parole, il lettore viene immediatamente calato nel flusso degli eventi: talvolta per esempio si presenta una situazione già compiuta, che poi verrà spiegata tramite un flashback a regola d’arte, e dalla quale il personaggio dovrà districarsi.

Anche preferendo un incipit un po’ più morbido, comunque, è bene non prendersela con troppa calma. Il tempo del lettore è prezioso, e il fatto che lo stia dedicando a qualcosa che hai scritto deve essere motivo di orgoglio, ma anche di grande responsabilità: non sprecarlo.

3.      Conosci il tuo pubblico.

D’accordo, questa è una cosa importante non solo per l’incipit ma in generale per la scrittura. Conoscere il tuo pubblico significa sapere cosa si aspettano da te i tuoi potenziali lettori: scrivere per un congresso di cardiologi non è lo stesso che scrivere per i membri del Fan Club di Harry Potter, quindi stai in campana.
Conoscere il tuo pubblico di riferimento ti aiuterà a scegliere il linguaggio giusto, e a solleticare la curiosità dei lettori nei punti più sensibili.

Seguendo queste tre regole – o meglio allenandoti a seguirle – sarai in grado di scrivere incipit efficaci, che catturano il lettore e non lo lasciano più andar via.

Se ne hai altre, sentiti libero di condividerle nei commenti al post!

Premiate Lavanderie Martinez

L’italiano ha un immenso patrimonio di modi di dire. Per chi si cimenta con la scrittura è una fonte di grande ispirazione. Quello che ti presento oggi è un esercizio di stile, un manifesto, un racconto. Un volantino immaginario dietro il quale prendono vita le Premiate Lavanderie Martinez.

Lo senti, l’odore del sapone e dell’ammorbidente?

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Da oltre cinquant’ anni offriamo ai nostri clienti un servizio impeccabile.

Le Premiate Lavanderie dispongono di un programma completo di lavaggio del danaro sporco.

Si praticano altresì efficaci lavaggi di coscienza: le Premiate Lavanderie vi permettono di scegliere tra un programma delicato e uno energico, a seconda del capo da trattare. Le Premiate Lavanderie smacchiano la vostra coscienza in 24 ore.

Il mercoledì e il lunedì, presso le Premiate Lavanderie si effettuano lavate di capo: portate i vostri mariti da strigliare! Presentando questo volantino, potrete avvantaggiarvi dell’offerta 2 al prezzo di 1.
Alla bisogna è disponibile su prenotazione anche un servizio di lavaggio del cervello, singolo o di massa.

Grazie alla nostra lunga esperienza, leviamo anche gli aloni di sudore più ostinati dalle vostre 7 camicie (stiratura non inclusa).

Inoltre smacchiamo cavalieri e fedine penali, laviamo e stendiamo veli pietosi.

NUOVO: Le Premiate Lavanderie Martinez oggi lavorano anche a domicilio, perché i panni sporchi si lavano in casa.

Tutti i trattamenti sono effettuati a mano.

Le Premiate Lavanderie Martinez vi offrono anche un servizio sartoriale d’eccellenza:

  • si confezionano su misura abiti per fare il monaco;
  • si cuciono facili costumi;
  • si rattoppano mezze calzette;
  • si fa tanto di cappello;
  • si rammendano rotti della cuffia e fazzoletti di terra;
  • si taglia corto qualsiasi tipo di argomento.

Se di stoffa, vi facciamo anche le scarpe.

Premiate Lavanderie Martinez: da oltre 50 anni, ci mettiamo nei vostri panni.

George Orwell, 1984: quando lo scrittore diventa veggente.

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Capita spesso che la penna di scrittori visionari preceda la realtà di parecchi anni:

In “Dalla terra alla Luna” Verne aveva immaginato nel 1865 – con cento anni di anticipo – l’arrivo dell’uomo sulla luna, appunto.
Wells predisse i carri armati (The War Ironclads) e le porte scorrevoli automatiche (The Sleeper Wakes) – non saprei ben dire con quale nesso.
Twain, nel racconto “From the London Times of 1904” aveva addirittura predetto con buona approssimazione l’arrivo di internet e dei social network, e così via [un’infografica ben fatta sui libri che hanno predetto il futuro la trovate qui].

Ma tra tutti gli scrittori-profeti, uno spicca per l’attualità delle sue parole: George Orwell, il cui capolavoro “1984” sembra aver emesso una dura condanna nei confronti della società moderna.

Vediamo quali sono i tre punti salienti di questa sentenza:

1.      Il Grande Fratello ti vede

Tra gli elementi più inquietanti dell’opera, c’è la presenza continua e invasiva delle telecamere: occhi e orecchie del Grande Fratello, che incessantemente vegliano sulla vita – e la morte – dell’umanità.

Se pensate che il paragone sia azzardato sappiate che in media, in una metropoli italiana, quando una persona esce di casa viene inquadrata da circa 100 telecamere in un giorno solo (fonte).
[Una mappa delle telecamere nel nostro paese è disponibile qui. Prego, non c’è di ché].

2.      La verità è un’opinione

Si parla tantissimo, in questi ultimi giorni, di post verità, cioè quella «condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza» [Wikipedia].

Winston, il protagonista di 1984, lavora al Ministero della Verità: il suo compito è modificare retroattivamente tutte le notizie dei vecchi giornali per adeguarle alla nuova verità stabilita dal Grande Fratello. Verità immediatamente accettata, con cieco ipse dixit, dalla moltitudine del popolo.

Ora con qualche differenza (non è il governo a confezionarci le balle – o almeno non sistematicamente), è possibile affermare che la stessa cosa sta avvenendo ai giorni nostri: le bufale pascolano su internet, rimbalzando di tweet in post fino allo schermo di qualche analfabeta funzionale (leggi: idiota) che le prende per verità, forte della convinzione che verificarne la fonte non sia tra le sue responsabilità, e in fondo non sia affatto necessario:

«nella post verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi effettiva sulla sua veridicità o meno dei fatti reali» [Wikipedia].

3.      Il Nemico del mio nemico è mio nemico pure lui.

Nel 1984 di Orwell la terra è suddivisa in tre grandi potenze totalitarie, impegnate in una guerra costante: Eurasia, Estasia e Oceania, quest’ultima posta sotto una dittatura chiamata Socing e guidata dal fantomatico Grande Fratello.

In questo mondo, la Guerra è impiegata da ciascuna di queste superpotenze come mezzo per domare le masse attraverso una politica di odio e terrore.
Le alleanze tra questi stati variano in continuazione dall’oggi al domani e senza logica apparente e il Nemico numero 1 dell’Oceania, tale Emmanuel Goldstein, non meno evanescente del Grande Fratello stesso, si rifugia ora in un paese ora nell’altro, a seconda di chi sia il nemico di turno.

Immediato è il richiamo alla figura di Bin Laden, che nascondendosi per anni ora qua ora là ha fatto ridurre il Medio Oriente in una polveriera; o alla minaccia senza volto dell’ISIS.
La contrapposizione tra Noi e Loro, tra l’Io e l’Altro, scaturisce con prepotenza dalle pagine del libro, depositandosi su quelle dei nostri quotidiani.

Se siano stati i libri a prevedere il futuro, o sia stato il futuro a essere determinato dai libri, resta un quesito paragonabile a quello dell’uovo e della gallina, o del vaso di fiori in Matrix.
Non so dire se 1984 seguirà o meno la sorte di altri illustri e meno cupi romanzi trasformandosi in realtà, o trasformando la realtà.

So che noi, rispetto al protagonista di 1984, abbiamo un indiscutibile vantaggio: abbiamo letto 1984.

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