Sapore di SIAE

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Quanto fa 300 – 300?
Fa zero, ovvio. Ma tenetelo bene a mente mentre leggete queste righe.

***

Succede che, per far qualcosa di bello in una città progressivamente svuotata dei suoi luoghi di ritrovo e dei suoi eventi culturali, decidi di organizzare un micro-festival di letteratura e musica con la tua associazione.

Succede che, per unire l’utile al dilettevole, decidi che l’evento sarà gratuito e volto a raccogliere offerte spontanee per sostenere un progetto in cui credi (questo).

Succede che l’iniziativa piace e molti artisti – anche parecchio affermati – decidano di partecipare senza volere assolutamente niente in cambio.

Succede che quando – per fare le cose secondo le regole – vai dalla SIAE a chiedere a quanto ammonta il pizzo contributo da pagare per un evento

  1. di beneficienza;
  2. completamente gratuito;
  3. in cui gli artisti partecipano gratis e suonano le proprie canzoni;

in agenzia ti rispondano che per una cosa del genere hai da sganciare la bellezza di 167 euro (forfettari, per ciascuna performance), poi diventati 147 perché siamo passati attraverso la ONLUS.

Dopo aver tentato invano di impietosirli ed esserti sentito rispondere che per pagare un po’ meno avresti potuto provare ad “appoggiarti a una parrocchia” (?), con estrema riluttanza sganci l’obolo.

Morale della favola:

  • Pur di far suonare due bravissimi talenti torinesi, abbiamo regalato alla SIAE circa 300 euro dei quali – tolte le tasse – non ho la minima idea di quanti andranno effettivamente nelle tasche degli artisti in questione. Ma temo ben pochi.
  • Con il cappello, in 4 date sono stati raccolti 335,21 euro per finanziare la costruzione di un impianto idrico in Madagascar.

E ora torniamo alla domanda che ho fatto a inizio articolo: quanto fa 300 – 300?

Zero.

Euro più, euro meno. Che è pressapoco quanto sarebbe stato versato oggi a Help For Optimism Onlus se, guardandoci negli occhi, in associazione non avessimo deciso di farci carico della spesa di tasca nostra.

Trecento euro che avrei preferito devolvere al progetto, invece che pagarli a un ente monopolista come in Europa non se ne vedono dai tempi delle dittature.

In conclusione

non sono un fan di Fedez, ma dopo l’ennesima scampagnata non posso che schierarmi dalla sua parte nella battaglia contro questi burini a vento: si tratta di un ente dalla procedura fumosa, ché non sai mai con certezza quanto dovrai pagare (e figuriamoci se sai a chi e in che proporzione vanno a finire i soldi).

Credo sia ora di dargli una regolata, o meglio ancora una regolamentazione, come del resto vorrebbe la UE.

Il pomeriggio

Poi lentamente accade
il pomeriggio.

pomeriggio

La bomba che non c’è

Cronaca di un triste finale di finale di Champions in piazza San Carlo, Torino.

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Capita, tornando a casa a tarda sera, dopo aver cercato parcheggio per venti minuti e averlo miracolosamente trovato, di incappare in una fiumana di gente che corre nei pressi di casa tua, con addosso i colori di una delle squadre cittadine. Quella che è arrivata in finale di Champions, per l’esattezza.

Quando chiedi cosa sia successo, capita che ti rispondano in modo confuso cose come «arrivano» o «sparano» o ancora «non andare di là». Ma siccome tu “di là” ci abiti, cammini tranquillo controcorrente, svolti nella via di casa e fai per mettere la chiave nella toppa.

«Abiti là?» dice una voce «Ci fai entrare?»

Ed ecco che mentre una seconda ondata di umanità terrorizzata scuote le strade, tu ti ritrovi a far passare dallo stretto ma pesante e tutto sommato rassicurante portone di casa tua una bella trentina di persone.

Dentro, mentre altre bussano per entrare, con l’aiuto di alcuni vicini che sono scesi a dare soccorso cerchi di capire cosa sia successo.

Non uno che sappia.

E anche gli altri, quelli che arrivano dopo e premono per entrare facendosi quasi male a vicenda, nessuno sa nulla.

«E allora cosa spingi?» chiedi, indicando una ragazza lacrimante incastrata tra lo stipite e il destinatario della domanda.

Si riesce a portare acqua, bende, disinfettante e un po’ di calma:

«Hai visto qualcuno sparare?»
No.

«Hai visto qualcosa esplodere?»
No.

Si danno indicazioni per raggiungere la stazione o altri punti di interesse più o meno turistico senza passare per il carnaio, e poi si esce a cercare di capirci qualcosa.

E più ti avvicini alla piazza del maxischermo – Piazza San Carlo, il salotto di Torino – più lo scenario si fa surreale. Gente travolta, perlopiù scalza, gente sanguinante, gente impaurita, gente sovreccitata. Gente, ovunque.

Ambulanze, lampeggianti, un tizio di Bari che piange, un carabiniere al cellulare.

La folla terrorizzata ha calpestato se stessa, in un frullato di cocci di bottiglia, epitelio e indumenti perduti.

Ma niente. Nessuno sa cosa sia successo.

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E quando torni indietro, ti assicuri che anche i più scossi abbiano trovato la strada di casa o almeno un amico che l’aiuti a trovarla, e con un mucchio di giornali aiuti il tuo vicino a pulire le macchie di sangue che sono ovunque nell’androne e sulle scale, ti fai una domanda.

Siamo già arrivati a questo punto?

Il terrorismo ha funzionato, perché non ha più bisogno di fare nulla per incutere terrore.

E forza Juve.

Meditazione – monologo interiore senza fiato.

Inspira, espira.

Inspira, espira.

Dicono che il segreto della meditazione sia tutto qui.

Inspira.

Concentrandoti sul respiro (espira) puoi tenere a bada la mente.

Inspira.

Solo che proprio mentre sei lì ti viene in mente qualcosa.

Espira.

Qualcosa di insensato, tipo che INSPIRA invece di fare attenzione al respiro stai facendo ESPIRA attenzione a te stesso che stai attento al respiro.

La mente ti ha già fregato.

Inspira. In-spira. Ispira.

Che poi l’ispirazione è proprio questo (espira) lasciare entrare dentro qualcosa.

Probabile che inspirare e ispirare abbiano (inspira) una radice comune.

Espira. E-spira. Spirare. Spirato. Morto.

Chi è morto è senza fiato, una volta per tutte.

Inspira, espira.

Può uno spirato essere ispirato?

Inspira. Espira.

E chi spira, si accorge di aver – inspira espira – esalato l’ultimo respiro?

Inspira, espira, inspira, espira.

Curioso come le parole, dopo che le ripeti un po’ di volte (INSPIRA PERDIO!) sembrino perdere il significato.

Fai attenzione. Espira.

E l’addome? Quando respiri normalmente mica ci mette tutto ‘sto tempo a fare su e giù.

Inspira.

Se fai attenzione al respiro, non riesci più a respirare naturalmente. Espira.

Inspira. Metti il corpo in imbarazzo, come uno che ti guarda mentre fai pipì. E non ti viene.

Espira, inspira, espira

O Dio! E se ora non riuscissi più a tornare a respirare naturalmente e dovessi farci attenzione in eterno?

Inspiiiiira.

Ora ci provo.

… … …

Espira-inspira-espira-inspira.

No, va bene, funziona.

Meglio non esagerare. ESPIRA. Bisogna riportare l’attenzione al respiro INSPIRA ogni volta che la mente scappa via. Facile.

Credo che in frigo ci sia del gelato.

Archeologia degli anni ’90: il GameBoy

Piccoli dettagli, direttamente dagli anni ’90. Perché le generazioni future devono sapere.

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Di William Warby – originally posted to Flickr as Nintendo Gameboy

Ricordo quel momento bene come il primo bacio: era il 28 giugno del 1995 e compivo 7 anni.

Scartai quel pacchetto seduto sul legno del pavimento, col pigiama ancora addosso. Già alla “G” – scritta con quel font inconfondibile – che si intravvedeva a un primo strappo del pacchetto, m’era presa una smania assurda, che divenne autentico delirio appena liberato completamente dall’involucro.

Per i bambini degli anni ’90 il GameBoy era la Mecca dei videogiochi: portatile, rumoroso, potenzialmente contundente. Niente a che vedere coi joystick (traduci bastoncini di gioia) anatomici della Playstation, che adattavano perfettamente la conformazione della mano a se stessi, e non viceversa.

I primi giochi erano pochi e fatti per tenerti incollato allo schermo: questo perché non c’era l’opzione salvataggio e quindi dovevi giocare fino alla morte (tua). Nei più tecnologici c’era un sistema di password che ti permetteva di riprendere il gioco da dove lo avevi lasciato, ma era quasi fantascienza. Così era per esempio per Dr. Franken, il mio primo gioco: un mostro allampanato doveva ricomporre i pezzi di un puzzle tra mille pericoli, viaggiando per un mondo rigorosamente in 2D.

I giochi erano in bianco e nero, con pixel grossi come noci, che li potevi contare. Eppure erano belli, avevano un fascino inconfondibile. Tra gli immancabili, all’interno della gamma di cassette grigie con l’adesivo quadrato del gioco, c’erano Super Mario Land (idraulico italoamericano condannato alla Friendzone a vita), Kirby’s dreamland (non ho mai capito cosa fosse Kirby), Donkey Kong e ovviamente Tetris.
Poi dal 1999, Pokemon Rosso e Blu: quello fu il punto di non ritorno.

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Con l’arrivo degli smartphone e delle consolle portatili di ultima generazione, il Game Boy concluse il lungo  Cammino degli Eroi cominciato nel 1990, che lo aveva infine condotto al Valhalla del Vintage.

Non so che fine abbia fatto il mio.

So solo che ricordo il plin! inconfondibile che faceva all’accensione, quando compariva la scritta Nintendo. E so che, se siete cresciuti negli anni ’90, leggendo queste ultime righe l’avete sentito risuonare nella testa anche voi.

Archeologia degli anni ’90: le Superga

Piccole cose, dettagli di un’epoca, perle perdute del secolo scorso.

1990

Per il bambino degli anni ’90 c’era un solo tipo di “scarpa da tennis”: le Superga. Un’autentica sicurezza. Potevi star certo di trovarle in qualsiasi negozio di calzature, di solito ammonticchiate in un cesto con sopra un foglio scritto a mano col prezzo  – diecimila lire – tutte uguali, di tela blu con la suola bianca.

Quella suola che sotto aveva l’inconfondibile trama a vermicelli, in pura gomma vulcanizzata. E vulcanizzato era pure il piede del bambino, dopo una giornata al trotto nelle sue brave Superga. Storie di calzini che si suicidavano nottetempo gettandosi dal filo del bucato, pur di non tornare là dentro.

Scarpe da assalto, praticamente indistruttibili, che ti guardavano coi loro occhielli in alluminio come a dire: ciccio, ti seppelliranno con noi ai piedi. Scarpe perlopiù sempre slacciate, adatte per il mare, la montagna e la prima comunione.

Scarpe che così non le fanno più, ché quelle di oggi si aprono dopo i primi cento chilometri di sfacchinata, mentre mia sorella ne ha ancora un paio dell’89 che ha fatto più strada di Albert Schwarzer.

E scusate se è poco.

I Dialoghi del Terzo Tipo allo Square Festival – Torino

Square Festival - Dialoghi del Terzo Tipo

Mercoledì 17 maggio, dalle 22:15, insieme all’insostituibile trio teatrale Bosco – Palumeri – Simonetti di Doppeltraum Teatro porterò in scena i famigerati Dialoghi Del Terzo Tipo.

La cornice è quella della prima edizione dello Square Festival, manifestazione culturale che ospita oltre 100 artisti e coinvolge circa 44 locali, in fila per sei col resto di due.

Orsù (M.S., dal lat. orsùs: mammifero esortativo) venite a bere un bicchiere di vino e a farvi quattro risate (o a bere quattro bicchieri di vino e a fare una risata molto lunga) a Casa Martin, in Via Sant’ Agostino 23M!

 

Requie

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Aveva piovuto tutta la settimana, e ora che c’era il sereno andavo per castagne col padre di mio padre.

La guerra era finita da un po’, e la terra aveva cominciato a rigettare le cose che le avevano nascosto in grembo.

Non avevo mai visto un morto prima di allora. Vederne così tanti, tutti insieme, emergere in lembi bianchi dalla terra bruna autunnale, mi atterrì. Così mi voltai e feci per scappare, ma mio nonno mi afferrò per un braccio.

«Sono morti. Non possono farti nulla» disse, il sacco pieno di castagne stretto con forza nell’altra mano.

Quella sera stessa, venti uomini tra cui mio nonno e mio padre salirono al monte con pale e lanterne. Il curato gli andava dietro con gli scarponi sotto la tonaca nera, la Bibbia nella tracolla e la grappa nella fiaschetta.

Aspettai mio padre e mio nonno, sgranocchiando castagne vicino alla stufa, ma fui vinto dal sonno.

Quando mi svegliai, mio padre mi stava adagiando nel piccolo lettuccio, vicino a mio fratello piccolo.

«Erano nostri o loro?» riuscii a dire.

«Che importanza ha?» rispose. «Là sotto non fa differenza».

Il Buon Cattivo

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Una delle sfide più accattivanti (per restare in tema) e più faticose nell’arte di scrivere, è sempre stata per me quella di fornire alle mie storie, o meglio ai miei protagonisti, dei cattivi all’altezza.

Sfogliando a memoria i libri che mi hanno appassionato di più, mi sono reso conto che il “cattivo” è una componente essenziale.

Non parlo qui di semplici antagonisti, individui o entità che hanno obiettivi opposti a quelli dei personaggi principali, e che possono comunque trovare le simpatie del lettore; mi riferisco invece ad autentici figli di puttana letterari, personaggi capaci di suscitare tanto odio da farti scagliare il libro lontano (salvo correre a riprenderlo subito dopo, per vedere come va a finire).

Nella testa del cattivo

 

Butch Bowers (Stphen King, “It”) pazientemente fa affezionare a sé il cagnolino del povero Mike Hanlon, solo per poi avvelenarlo, legarlo a un albero e guardarlo morire.

Il comandante della prigione (Henri Carriere, “Papillon”) ordina di rinchiudere Papillon in una cella di isolamento immonda per un periodo tale che – se non morto – lo renderà certamente folle.

Il maiale Napoleone (George Orwell, “La fattoria degli animali”), con l’inganno manda al macello Boxer, forte ma ingenuo cavallo da tiro, che si è sempre spaccato la schiena per il bene di tutti ma che ormai è esausto e inadatto al lavoro.

Cosa accomuna questi – e altri – grandi cattivi?

Certamente l’agire in maniera spregevole, ma fare cose cattive non basta. L’elemento chiave dev’essere necessariamente oltre il piano del fare – che pure risulta necessario – e deve trovarsi in quello che i giuristi chiamano “elemento soggettivo del reato”, qualcosa che ha a che vedere con la componente psichica e psicologica.

Cosa avrà pensato ciascuno dei precedenti all’apice della propria cattiveria?

La meschinità del male

Tempo fa, mentre preparavo un laboratorio di scrittura sul tema del bullismo, mi sono imbattuto in un libro curioso (E. Badellino, F. Benincasa, “Bulli di Carta”), che attraverso brani ben scelti ripercorreva la storia del bullismo della letteratura.

Quella lettura fu illuminante, e non solo per gli esempi di malvagità che riportava, cattiveria talvolta sottile, talvolta di una violenza ignorante. C’era infatti un fil rouge che riuniva tutti i personaggi portati come esempio nel libro (e anche quelli che ho menzionato più su): tutti i personaggi citati sono magari estremamente carismatici o forti o scaltri, ma nel complesso meschini.

Meschino: […] riferito alla mente, all’animo, al modo di pensare di una persona, con valore alquanto limitativo o spregiativo, esprime povertà spirituale, angustia, grettezza.
TRECCANI.

Da loro si sprigiona un male fine a se stesso, puro, raccapricciante. Lungi dall’avere delle giustificazioni al loro operato, che li renderebbero immediatamente meno alieni agli occhi del lettore, si comportano invece in maniera totalmente arbitraria, feroce.

Forse è questo il segreto: saper grattare la superficie, per far affacciare il lettore sul baratro della meschinità del male.

 

Incipit: che roba è?

Cos’è l’incipit? Come si scrive un buon incipit? Perché dovrei preoccuparmene?
Tutte domande interessanti. Cominciamo dalla prima.

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Che cos’è l’incipit?

Qualche tempo fa ho letto che una buona stretta di mano incide molto sull’impressione che facciamo a uno sconosciuto. Una stretta debole può comunicare disagio, viceversa una troppo energica può esprimere aggressività (si pensi alla famosa stretta di mano di Trump). Una buona stretta di mano invece, decisa ma non forte, comunicherà sicurezza e confidenza.

L’incipit è la stretta di mano di uno scrittore: un inizio troppo debole annoierà il lettore, uno troppo aggressivo potrebbe metterlo a disagio. Un incipit equilibrato – come una buona stretta di mano – farà venir voglia di approfondire la conoscenza o, in questo caso, la lettura. Starà poi allo scrittore dimostrare di essere un buon intrattenitore fino alla fine.

L’incipit è il modo in cui un’opera comincia. Niente di più.

Dico opera perché non solo i racconti e i romanzi hanno un incipit, ma anche i testi teatrali, le canzoni… e anche i temi in classe, ovvio. Tutto ciò che ha un’anima narrativa, ha un incipit.

Ora starai pensando: bene, ma come si scrive un buon incipit?
Tranquillo, lo vediamo subito.

Tre regole d’oro per scrivere un incipit efficace

1.      Incuriosisci.

Hai presente quella sensazione strana che dà un aereo quando decolla, o un attimo prima di atterrare? Quell’attesa eccitata che genera l’imminenza del distacco o del contatto? Questa è la sensazione che dovrebbe dare un buon incipit (e un buon cliffhanger, ma questa è un’altra storia): una tensione sopportabile, anzi piacevole.

Ed è certamente quella che riesce a infondere Italo Calvino nel suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore, dove ogni incipit si dissolve in un altro incipit, portando ogni volta al limite la curiosità del lettore. Calvino sfrutta appieno il potenziale che un incipit può sprigionare.

La curiosità è la benzina di ogni storia, ciò che tiene il lettore incollato alla pagina dall’inizio alla fine. Ovviamente è importante in tutte le parti dell’opera, ma nell’incipit, proprio come per l’avvio di un’automobile, la quantità di curiosità da suscitare è maggiore.

Quindi non essere impaziente: dedica all’incipit tutto il tempo necessario perché sia inaffondabile, ma poi…

2.      Non perdere tempo

Il tempo che dedicherai alla scrittura dell’incipit sarà inversamente proporzionale al tempo che il lettore impiegherà per leggerlo. Oggi infatti nessuno ha tempo da perdere e tutti vogliono tutto subito: la vita è troppo breve per leggere libri scadenti (semi-cit.) e il lettore lo sa.

Lo dimostra il fatto che il gusto del lettore moderno si è orientato verso quello che viene chiamato incipit in medias res: altra espressione latina che significa “nel mezzo della cosa”. In altre parole, il lettore viene immediatamente calato nel flusso degli eventi: talvolta per esempio si presenta una situazione già compiuta, che poi verrà spiegata tramite un flashback a regola d’arte, e dalla quale il personaggio dovrà districarsi.

Anche preferendo un incipit un po’ più morbido, comunque, è bene non prendersela con troppa calma. Il tempo del lettore è prezioso, e il fatto che lo stia dedicando a qualcosa che hai scritto deve essere motivo di orgoglio, ma anche di grande responsabilità: non sprecarlo.

3.      Conosci il tuo pubblico.

D’accordo, questa è una cosa importante non solo per l’incipit ma in generale per la scrittura. Conoscere il tuo pubblico significa sapere cosa si aspettano da te i tuoi potenziali lettori: scrivere per un congresso di cardiologi non è lo stesso che scrivere per i membri del Fan Club di Harry Potter, quindi stai in campana.
Conoscere il tuo pubblico di riferimento ti aiuterà a scegliere il linguaggio giusto, e a solleticare la curiosità dei lettori nei punti più sensibili.

Seguendo queste tre regole – o meglio allenandoti a seguirle – sarai in grado di scrivere incipit efficaci, che catturano il lettore e non lo lasciano più andar via.

Se ne hai altre, sentiti libero di condividerle nei commenti al post!

Premiate Lavanderie Martinez

L’italiano ha un immenso patrimonio di modi di dire. Per chi si cimenta con la scrittura è una fonte di grande ispirazione. Quello che ti presento oggi è un esercizio di stile, un manifesto, un racconto. Un volantino immaginario dietro il quale prendono vita le Premiate Lavanderie Martinez.

Lo senti, l’odore del sapone e dell’ammorbidente?

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Da oltre cinquant’ anni offriamo ai nostri clienti un servizio impeccabile.

Le Premiate Lavanderie dispongono di un programma completo di lavaggio del danaro sporco.

Si praticano altresì efficaci lavaggi di coscienza: le Premiate Lavanderie vi permettono di scegliere tra un programma delicato e uno energico, a seconda del capo da trattare. Le Premiate Lavanderie smacchiano la vostra coscienza in 24 ore.

Il mercoledì e il lunedì, presso le Premiate Lavanderie si effettuano lavate di capo: portate i vostri mariti da strigliare! Presentando questo volantino, potrete avvantaggiarvi dell’offerta 2 al prezzo di 1.
Alla bisogna è disponibile su prenotazione anche un servizio di lavaggio del cervello, singolo o di massa.

Grazie alla nostra lunga esperienza, leviamo anche gli aloni di sudore più ostinati dalle vostre 7 camicie (stiratura non inclusa).

Inoltre smacchiamo cavalieri e fedine penali, laviamo e stendiamo veli pietosi.

NUOVO: Le Premiate Lavanderie Martinez oggi lavorano anche a domicilio, perché i panni sporchi si lavano in casa.

Tutti i trattamenti sono effettuati a mano.

Le Premiate Lavanderie Martinez vi offrono anche un servizio sartoriale d’eccellenza:

  • si confezionano su misura abiti per fare il monaco;
  • si cuciono facili costumi;
  • si rattoppano mezze calzette;
  • si fa tanto di cappello;
  • si rammendano rotti della cuffia e fazzoletti di terra;
  • si taglia corto qualsiasi tipo di argomento.

Se di stoffa, vi facciamo anche le scarpe.

Premiate Lavanderie Martinez: da oltre 50 anni, ci mettiamo nei vostri panni.

George Orwell, 1984: quando lo scrittore diventa veggente.

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Capita spesso che la penna di scrittori visionari preceda la realtà di parecchi anni:

In “Dalla terra alla Luna” Verne aveva immaginato nel 1865 – con cento anni di anticipo – l’arrivo dell’uomo sulla luna, appunto.
Wells predisse i carri armati (The War Ironclads) e le porte scorrevoli automatiche (The Sleeper Wakes) – non saprei ben dire con quale nesso.
Twain, nel racconto “From the London Times of 1904” aveva addirittura predetto con buona approssimazione l’arrivo di internet e dei social network, e così via [un’infografica ben fatta sui libri che hanno predetto il futuro la trovate qui].

Ma tra tutti gli scrittori-profeti, uno spicca per l’attualità delle sue parole: George Orwell, il cui capolavoro “1984” sembra aver emesso una dura condanna nei confronti della società moderna.

Vediamo quali sono i tre punti salienti di questa sentenza:

1.      Il Grande Fratello ti vede

Tra gli elementi più inquietanti dell’opera, c’è la presenza continua e invasiva delle telecamere: occhi e orecchie del Grande Fratello, che incessantemente vegliano sulla vita – e la morte – dell’umanità.

Se pensate che il paragone sia azzardato sappiate che in media, in una metropoli italiana, quando una persona esce di casa viene inquadrata da circa 100 telecamere in un giorno solo (fonte).
[Una mappa delle telecamere nel nostro paese è disponibile qui. Prego, non c’è di ché].

2.      La verità è un’opinione

Si parla tantissimo, in questi ultimi giorni, di post verità, cioè quella «condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza» [Wikipedia].

Winston, il protagonista di 1984, lavora al Ministero della Verità: il suo compito è modificare retroattivamente tutte le notizie dei vecchi giornali per adeguarle alla nuova verità stabilita dal Grande Fratello. Verità immediatamente accettata, con cieco ipse dixit, dalla moltitudine del popolo.

Ora con qualche differenza (non è il governo a confezionarci le balle – o almeno non sistematicamente), è possibile affermare che la stessa cosa sta avvenendo ai giorni nostri: le bufale pascolano su internet, rimbalzando di tweet in post fino allo schermo di qualche analfabeta funzionale (leggi: idiota) che le prende per verità, forte della convinzione che verificarne la fonte non sia tra le sue responsabilità, e in fondo non sia affatto necessario:

«nella post verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi effettiva sulla sua veridicità o meno dei fatti reali» [Wikipedia].

3.      Il Nemico del mio nemico è mio nemico pure lui.

Nel 1984 di Orwell la terra è suddivisa in tre grandi potenze totalitarie, impegnate in una guerra costante: Eurasia, Estasia e Oceania, quest’ultima posta sotto una dittatura chiamata Socing e guidata dal fantomatico Grande Fratello.

In questo mondo, la Guerra è impiegata da ciascuna di queste superpotenze come mezzo per domare le masse attraverso una politica di odio e terrore.
Le alleanze tra questi stati variano in continuazione dall’oggi al domani e senza logica apparente e il Nemico numero 1 dell’Oceania, tale Emmanuel Goldstein, non meno evanescente del Grande Fratello stesso, si rifugia ora in un paese ora nell’altro, a seconda di chi sia il nemico di turno.

Immediato è il richiamo alla figura di Bin Laden, che nascondendosi per anni ora qua ora là ha fatto ridurre il Medio Oriente in una polveriera; o alla minaccia senza volto dell’ISIS.
La contrapposizione tra Noi e Loro, tra l’Io e l’Altro, scaturisce con prepotenza dalle pagine del libro, depositandosi su quelle dei nostri quotidiani.

Se siano stati i libri a prevedere il futuro, o sia stato il futuro a essere determinato dai libri, resta un quesito paragonabile a quello dell’uovo e della gallina, o del vaso di fiori in Matrix.
Non so dire se 1984 seguirà o meno la sorte di altri illustri e meno cupi romanzi trasformandosi in realtà, o trasformando la realtà.

So che noi, rispetto al protagonista di 1984, abbiamo un indiscutibile vantaggio: abbiamo letto 1984.

Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo) – teaser

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Ferdinando de Blasio di Palizzi – Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo), Undici||Edizioni – con le illustrazioni di Giovanni Frasconi.

“Pensa al tuo segreto più abietto e inconfessabile.
Prova a riassumerlo in una parola.
Ora pensa se quella parola ce l’avessi scritta in fronte, dove tutti possono leggerla”.

Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo) non è né un romanzo, né una raccolta di racconti. O forse è entrambe le cose, ma credo si tratti del vecchio adagio del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Il Giorno del Giudizio è una storia di storie.

Forse i protagonisti sono molti e si mescolano scivolano l’uno nella storia dell’altro si sfiorano e influenzano in un vortice di citazioni reciproche.

O forse il vero protagonista è, se proprio ne vogliamo trovare uno soltanto, il Giorno del Giudizio stesso.

Edito da Undici || Edizioni, Il Giorno del Giudizio ha avuto la fortuna di essere illustrato da Giovanni Frasconi.

Prossimamente, sui vostri scaffali.

Come ebbe inizio la Guerra delle Stoviglie

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Nella grande Sala dei Cristalli tutti trattenevano il fiato.

Sua trasparenza il Re Calice guardava torvo l’ambasciatore del regno delle posate, ma il dignitario, un cucchiaio d’argento finissimo, non accennava a inginocchiarsi in segno di riverenza.

La Coppa Regina inclinò con eleganza il suo bordo dorato verso quello del suo sposo e sussurrò qualcosa.

«Dunque il vostro sovrano non ammette il torto» tuonò Re Calice.

«Maestà, come ben sapete, i destrieri si sono spaventati nel fragore della caccia e il figlio del mio sire è involontariamente caduto sul vostro».

«Sfigurandolo irreparabilmente!»

«Si è appena un po’ incrinato, altezza».

Re Calice fremette, tintinnando di sdegno. «Sbrecciato, vorrete dire» ringhiò«come un volgare bicchiere! Quale onta per il rampollo di una famiglia reale…»

«Se lo dite voi, umilmente taccio. Vi faccio notare però che si è trattato pur sempre di un incidente, per il quale il principe stesso si è già mille volte scusato. Lo stesso Re Coltello si è detto profondamente dispiaciuto».

«Eppure non vedo Re Coltello, a porgermi le sue scuse».

«Sapete meglio di me che il Galateo impedisce al Re delle Posate di domandare perdono di persona. Ha addirittura mandato me, suo fratello, a umiliarsi davanti a voi e la vostra corte. Perciò ve lo chiedo un’ultima volta: rilasciate il principe Cucchiaio o le conseguenze saranno terribili».

«Nessuno» sussurrò il Re avanzando fin quasi a sfiorare il suo ospite «minaccia la Stirpe dei Calici nella sua casa. Inchinatevi e poi liberatemi della vostra presenza. Tornate dal vostro sovrano: che si prepari alla guerra».

Il cucchiaio, prima scintillante alla luce delle torce, si fece opaco; ma non si mosse.

«Siete sordo?» gridò il Re dei bicchieri con gran fragore di vetri. «Inchinatevi, ho detto!»

Il cucchiaio esitò, colpito da tanta rozzezza. «Come desiderate» disse poi.

La sua testa lucente ondeggiò indietro e poi avanti, con forza metallica, abbattendosi sul bordo sottile del Calice.

I Boccali gli si lanciarono addosso mentre il sire, sbrecciato, barcollava verso il trono.

Lo Scrittore che Non Scrive

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Lo scrittore che non scrive
è una nube che non piove
treno merci che non stride
giacca vecchia e toppe nuove;

è una rima che non rima
prato verde senza brina
carcerato senza lima
invitato che declina;

corridore che non corre
libertino senza voglie
fiume in piena che non scorre
primavera senza foglie;

Paradosso – mostro il fianco –
che mi tocca d’affrontare
quando il foglio è ancora bianco
e mi vien da vomitare.

 

Come pubblicare un libro (e non pentirsene)

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Hai scritto un libro? Benissimo. E ora?

Averlo scritto non basta: a meno che tu non sia Joanne Rowling o Stephen King, non ci sarà la fila di editori davanti alla porta di casa tua.

Ecco quindi alcuni suggerimenti per arrivare a pubblicare e vendere il tuo libro. Perché se lo pubblichi ma non lo vendi – o comunque non lo diffondi – tanto vale lasciarlo nel cassetto.

1) Assicurati che sia davvero un capolavoro.

O almeno che valga la pena di leggerlo.

Dico sul serio. Alcuni pensano d’aver scritto il prossimo best-seller mondiale, e non si accorgono di aver soltanto imbrattato della carta.

So quello che dico: molti li edito io.

Quindi rileggi il tuo scritto. Rileggilo molte, molte (ma molte) volte e correggi, lima, sfoltisci. Richiedi pareri, ma non fidarti troppo di quelli di amici e parenti – non per cattiveria, ma ogni scarrafone è bello a mamma soja – e, se possibile, fallo leggere a qualcuno del mestiere.

2) Scegli il tipo di pubblicazione che fa al caso tuo

Quando si parla di pubblicazione, si pensa sempre alla pubblicazione tramite casa editrice (CE), a volte senza sapere bene neppure cosa sia.

Oggi però esistono numerose opportunità, diverse tra loro, che consentono agli autori di scegliere il tipo di pubblicazione più adatto alle esigenze del proprio lavoro. Vediamo quali.

Casa Editrice (CE)

Mettiamo subito in chiaro una cosa: l’editore, per quanto maneggi oggetti culturalmente (si spera) rilevanti quali i libri, è un imprenditore. Ciò significa che se pensa che un manoscritto non sia vendibile (che non ha per forza relazione con il fatto che sia scritto bene o male) non lo pubblicherà.

Ora, due elementi fondamentali caratterizzano l’imprenditore:

a) l’iniziativa, vale a dire la possibilità di organizzare l’impresa e dirigerla come ritiene opportuno;

b) il rischio economico, cioè il farsi carico di tutti gli oneri (leggi: i costi) relativi alla conduzione dell’impresa.

Mai pagare per pubblicare

L’editore che chiede all’autore di contribuire in qualsiasi maniera (pagando, comprando copie, ecc.) scarica il rischio dell’impresa sull’autore: se va bene vende e ci guadagna; se va male non ha perso nulla. A mio parere non è dunque un imprenditore e nemmeno un editore.

L’editoria a pagamento non è editoria sana e fa male a tutti. Morale: non pubblicare a pagamento.

Proponi il tuo manoscritto a case editrici che non chiedano contributi per la pubblicazione (esistono delle liste apposite online, per esempio qui) e aspetta con fiducia e molta pazienza: potrebbero volerci parecchi mesi prima che il tuo venga letto, vista la mole di manoscritti che anche la CE più piccola riceve.

Se alla fine nessuna Casa Editrice ha voluto pubblicare il tuo lavoro, le ipotesi sono tre: o è un brutto lavoro, o lo hai proposto alle CE sbagliate, o semplicemente è un’opera che per l’editore è troppo rischiosa in termini economici.

Autopubblicazione o self-publishing

Come ho già detto, la pubblicazione con CE non è l’unica via percorribile: oggi un autore può ricorrere a numerosi strumenti. Uno di questi è il self-publishing, cioè autopubblicazione.

Ci sono numerose piattaforme online che consentono di pubblicare il proprio manoscritto con diversi gradi di personalizzazione: tra i più famosi cito Lulu, Ilmiolibro e Youcanprint, ma ce ne sono molti altri. La maggior parte include l’attribuzione di un codice ISBN (cos’è ISBN?) e molti garantiscono la presenza nei maggiori store online come Ibs o Amazon (quest’ultima funziona anche come piattaforma di publishing).

Altrimenti, puoi sempre far stampare il tuo libro (io per alcune opere mi servo qui) da un print on demand e acquistare l’ISBN a parte: è un percorso più complicato ma ti dà il controllo completo della pubblicazione.

Quando è meglio scegliere l’autopubblicazione?

Non basta essere free per essere una buona casa editrice, così come non basta aver scritto un libro per essere un bravo scrittore. Molte case editrici oneste, specialmente tra quelle medio-piccole, hanno comunque grossi limiti per quanto riguarda la promozione e, soprattutto, la distribuzione.

Se non puoi accedere a una casa editrice solida, che garantisca un onesto piano di promozione e si avvalga di un distributore serio, potresti valutare l’ipotesi di autopubblicare il tuo libro, ovvero pubblicarlo a tue spese.

Ma allora lo sto pubblicando a pagamento? Sì e no.

Sì, perché lo stai effettivamente pubblicando a tue spese. No perché non ci sarà nessun editore furbetto e un po’ paraculossita a godere (gran) parte dei frutti del tuo investimento. Oneri e onori insomma sono solo tuoi.

Editing

Un altro dei compiti che dovrebbe (c’è anche chi se lo dimentica) svolgere l’editore è quello dell’editing del testo. Se pubblichi senza casa editrice, questo servizio indispensabile dovrai cercarlo da un’altra parte. È un lavoro che richiede professionalità e ha un suo costo, peraltro non trascurabile.

Ne vale la pena?

Pubblicare da sé il proprio libro, soprattutto se si desidera vederlo stampato su carta, è discretamente costoso: a conti fatti, stai diventando imprenditore di te stesso.

Perciò valuta l’ipotesi di autopubblicare solo se disponi di una buona rete di contatti – amici & parenti esclusi – per promuovere e vendere il tuo libro.

I Dialoghi del Terzo Tipo, ad esempio, che ho prodotto a mie spese, vengono venduti durante le rappresentazioni teatrali dei Dialoghi stessi. Ho scelto l’autopubblicazione perché i Dialoghi sono un’opera di nicchia, perché volevo tenere il prezzo basso e gestirne a piacimento tutti gli aspetti economici e promozionali. Ma sapevo di avere il vantaggio di una rete ampia di potenziali acquirenti, costituita dagli spettatori presenti agli spettacoli.

3) Cartaceo o ebook?

È meglio il formato cartaceo o quello digitale? Personalmente preferisco il formato cartaceo, ma anche l’ebook ha i suoi vantaggi: per distribuirlo basta una connessione a internet e i costi di produzione sono prossimi allo zero.

A ogni modo, molte piattaforme di self-publishing offrono tutte e due le possibilità, e niente vieta di coglierle entrambe.

4) Promuovere e vendere il tuo libro: come fare (e non fare).

Parlavo poco fa della necessità di una buona rete di contatti per promuovere il proprio libro. A meno che tu non sia un autore affermato (caso in cui mi sorprende che stia leggendo questo post) o abbia firmato un contratto con una CE di grandi dimensioni e che ti garantisce ottima visibilità, sia che tu abbia autopubblicato, sia che abbia pubblicato con CE, dovrai occuparti della promozione perché il tuo libro non si vende da solo.

Parlane

Sembra scontato, ma molti autori sembrano stupiti del fatto che il loro manoscritto non sia ancora sulla bocca di tutti. Se non lo fai tu, nessuno lo farà per te.

Sfrutta i canali dedicati

Internet pullula di forum, gruppi di discussione e community in generale dedicati alla scrittura e ai libri. I social network (facebook in testa) offrono agli autori emergenti valide opportunità per farsi conoscere.

Sii educato

In linea di massima la gente vive benissimo anche senza sapere che il tuo libro esiste. Loro non hanno bisogno di te, ma tu hai bisogno di loro: perciò sii educato. Fai in modo che si interessino a te e a ciò che scrivi ed evita di iscriverti a un gruppo/chiedere un’amicizia solo per poi fare spam a mano armata.

Nella migliore delle ipotesi sarai ignorato, nella peggiore anche insultato.

Partecipa attivamente alla vita del forum o community in questione, creandoti una reputazione: il tuo libro non potrà che giovarsene.

È un lavoro lungo e impegnativo è vero ma è il book business, baby! E poi, una volta ottenuta, anche i tuoi lavori futuri potranno beneficiare della tua buona reputazione. Anzi: se il libro non l’hai ancora scritto, vale la pena cominciare a costruirtela già adesso.

Se hai domande, o vuoi semplicemente dire la tua, scrivi un commento qui sotto: risponderò al più presto.

Raccontare con parole e immagini

Anche l’immagine è narrazione.
Chi si vuol occupare di comunicazione deve prenderne atto: essa si sta inesorabilmente staccando dal testo per tornare (in fondo la scrittura è nata così) all’immagine.

La fusione armonica di testo e immagine dà origine a un con-testo che è diverso da ciò che la parola da sola (o l’immagine da sola) può realizzare.

Queste riflessioni mi hanno portato a provare altre forme di narrazione, mescolando immagine e parola per veicolare un messaggio – che è in fin dei conti ciò che da sempre fa la pubblicità.

In un libro illuminante di Annamaria Testa (consigliatomi durante un corso sull’argomento) la copywriter spiega che, nel buon annuncio, parola e immagine devono essere complementari: l’una rimane priva di significato senza l’altra.

Rap di Natale 2016 – buon Natale un cazzo

syrian

foto via

A Natale siamo tutti più buoni a nulla

se n’è accorto perfino Gesù Cristo nella culla:

la Siria è un camposanto, il fantasma d’un paese

che Putin se potesse invaderebbe anche il presepe,

tu invece pensi all’Iphone, babbo natale e gli elfi

– e frate te lo dico hai rotto il cazzo con ‘sti selfie –

te ne lavi le mani come Ponzio Pilato

dai venti euro ad amnesty et voilà il conto è saldato

Otto per mille schiaffi che ti darei a Natale

a te che vuoi respingere anche gli immigrati in mare;

Quest’anno niente auguri, xenofobo bastardo

che sei così ciccione che anche in testa hai solo lardo

fai pure il tuo cenone, e poi da bravo a letto;

io grido come Dante: Papé Satan ALEPPO!

 

Leggi i Rap dei Natali passati.

Come cominciare a scrivere – 4 consigli pratici e uno teorico

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Come si comincia a scrivere un racconto? E un romanzo?

Non tratterò qui il processo che conduce al concepimento dell’idea, al suo sviluppo, alle fasi creative che precedono i momento creativo. Ma non mi occuperò neppure del momento creativo stesso.

Parlo quest’oggi di quel momento che separa l’intenzionalità della scrittura alla posa della penna sul foglio – o meglio delle dita sulla tastiera.

Parlo cioè di quella che si potrebbe dire “preparazione alla scrittura”.

1) Pianifica

Se possibile, scegli un momento della giornata e un periodo di tempo in cui vuoi dedicarti alla scrittura.

Se hai deciso di impegnarti in un percorso, scegli di dedicare alla scrittura sempre lo stesso lasso di tempo, periodicamente: per esempio un’ora al giorno, o due volte alla settimana.

Ma anche se decidessi di scrivere una volta e poi mai più per i prossimi sei mesi, stabiliscilo chiaramente con te stesso: domani dalla tal ora alla tal altra, scrivo.

2) Prepara te stesso

Tratta l’appuntamento con la scrittura come tratteresti quello con una persona importante. Stacca il telefono, rifugiati dove nessuno possa disturbarti e – soprattutto se scrivi al computer – disconnettiti dai social network: sono vere e proprie trappole per l’attenzione.

Lo dimostra il fatto che esistono veri e propri software pensati per questo, come SelfControl  o FocalFilter che consentono di disabilitare l’accesso a certi siti per un periodo di tempo prestabilito.

3) Prepara il luogo di lavoro

La mente è straordinaria: basta poco per farla funzionare bene (e viceversa).

Per esempio, l’ordine del luogo in cui scegli di scrivere è essenziale: trova un posto tranquillo e ben illuminato.

Se scrivi su una scrivania, fa’ in modo che sia sgombra. Tieni con te solo lo stretto necessario, ma preoccupati che non ti manchi nulla, altrimenti ogni scusa sarebbe buona per alzarsi.

4) Prova a scrivere

Pronti, via! Se hai pensato di scrivere per più di un’ora, imposta il timer in modo da poterti concedere una pausa ogni tanto – ma non alzarti prima di allora.

Quando ci coglie il cosiddetto blocco dello scrittore e non riusciamo a mettere una parola dietro l’altra, fosse anche solo per scrivere il nostro nome e cognome, la mente frustrata di solito tenta di scappare. Resisti! Mettiti in testa che quello è il tuo tempo per scrivere e forse non ne avrai altro per un po’: se poi non verrà fuori nulla di nulla (improbabile) o nulla di buono (perdonabile) almeno avrai la coscienza pulita.

5) Goditela

La scrittura dovrebbe essere un piacere. Trovare il tempo per scrivere è un regalo che fai al te stesso di domani.

Milano

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Milano senza sole
Milano non sa amare
Milano niente Mole
Milano pendolare – non è un sostantivo, è un verbo
Milano senza nerbo
Milano sempre prima
Milano brava gente
Milano non fa rima
Milano pacco urgente
Milano la movida
Milano tra le dita
Milano o zitta o grida
Milano sodomita
Milano senza fiato
Milano tutto sommato

non è poi così male.

 

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