Rime caraibiche

Anche quest’anno ho collaborato con la Pasticceria Ugetti nella stesura dei testi che avrebbero accompagnato le geniali creazioni di cioccolato realizzate per le festività pasquali.

Quest’anno, poiché pasqua cadeva il 1 aprile, giorno più noto per il famoso pesce, la collezione è stata tutta incentrata sul mondo marino.

Quella che segue è la filastrocca introduttiva: potete trovare le altre sul sito di Ugetti!

Un atollo è un’isoletta
fatta tutta di corallo:
ce n’è uno che ti aspetta
dentro un mare di cristallo.

Qui c’è un granchio (un bel tipino)
chiuso dentro al suo castello,
ed un gambero un po’ strano
che va in giro su un battello;

c’è una Cozza timidona
appassionata di tramonti,
ed un polpo che piccona
l’isoletta su più fronti;

un pescetto assai speciale
forse un po’ scavezzacollo
ed una Piovra Reale,
la Regina dell’Atollo.

Le sue spiagge sono bionde,
il suo mare trasparente,
così dolci le sue onde
che non serve il salvagente.

Questo posto è un paradiso
dove splende sempre il sole:
piove solo con preavviso
(e se la Regina vuole).

gambero-ramiro

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Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo) a Libri a Km_Zero

Ogni presentazione è come fosse la prima.

Qualche tempo fa ho presentato Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo) al Circolo dei Lettori di Torino, davanti al gruppo di lettura Libri a Km_zero:

Il Piemonte è ricco di editori indipendenti che resistono e raccontano. Un libro a incontro, ne scopriamo le storie, gli autori, i significati in appuntamenti basati su un gioco d’improvvisazione dove prendono forma temi imprevedibili, emozioni nascoste e ragionamenti sul testo.

È un bel progetto, che va incontro alle difficoltà della piccola e media editoria e degli autori esordienti, di farsi leggere in un mercato che conta circa 350 nuovi libri pubblicati ogni giorno.

Ed è stato un onore per me essere l’autore di apertura del 2018.

Federico Audisio, ottimo padrone di casa, mi ha reso il compito molto più semplice, dirigendo la conversazione in maniera spigliata e non banale.

Eppure, al momento di leggere, la sensazione è sempre la stessa: quella di essere messo a nudo.  Un ché d’imbarazzo, quindi.

Ma anche un certo beffardo appagamento.

Ferdinando de Blasio ospite di Libri a Km_Zero al Circolo dei Lettori

Foto: Mattia Capone

 

Umanità alla Lacumbia

[Fare arte nel 2017 non è facile. Fare arte in Italia nel 2017, lo è ancora meno. Per questo quando trovo (o come in questo caso ri-trovo) qualcosa di molto piacevole e artisticamente rilevante, mi sento in dovere di condividerlo].

Si sente spesso dire che nelle mani di taluno la tal cosa diventa qualcos’altro.
Per esempio:

Nelle mani di Houdini, un fazzoletto poteva diventare una colomba.
Nelle mani di Michelangelo, un blocco di marmo poteva diventare un capolavoro.
Nelle mani di McGiver, un elastico e una Bic potevano diventare un elicottero Apache.
Nelle mani di Chuck Norris, una persona poteva diventare yogurt greco.

Beh, stasera ho visto un tale le cui mani potevano diventare qualsiasi cosa.

Nello spazio (piacevolmente rinnovato) della Lacumbia Film ho assistito allo spettacolo di Jacopo Tealdi.

Con il solo aiuto di luci e musica e la capacità di muovere le mani come fossero molto più che semplici estensioni del proprio corpo, Jacopo ha messo in scena un intero varietà con sei diversi personaggi, svariate comparse, numeri di ballo, esibizioni canore, monologhi e interviste entnoantropologiche: U.mani.tà

Uno spettacolo fatto interamente a mano.

Soltanto intrecciando le dita (stento ancora a credere che ne abbia solo cinque per mano) Jacopo dà vita a personaggi estremamente espressivi e molto ben caratterizzati – tanto che anche i meno elaborati riescono a farti dimenticare che non si tratta di entità a sé stanti, ma fanno parte di un corpo.

Abilità manuali a parte, ha saputo creare dei numeri coinvolgenti e molto ironici, dimostrando anche capacità narrative (o di storytelling, per gli amanti della Brexit) per niente banali.

Uno spettacolo che, manco a dirlo, ha fatto man bassa di applausi. Tutti meritati.

Il tempo di un caffè

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Mio nonno aveva tre punti fermi nella vita: il Napoli, la parola data e il caffè fatto con la moka.

Ogni dopopranzo, quasi religiosamente prendeva dalla credenza il macinino di legno – una scatoletta con una manovella in cima – i chicchi di caffè e la caffettiera. Quest’ultima era una delle primissime, comprata negli anni ’50 dal figlio dell’inventore in persona, e che mio nonno custodiva come un pezzo della Santa Croce.

Inserita nel macinino una certa quantità di caffè, che aveva perfezionato nel corso degli anni, la polverizzava con un movimento lento e regolare del braccio. Poi estraeva il cassettino dove si era raccolto il macinato e lo avvicinava al viso per annusarlo.

Riempiva quindi d’acqua la caldaia della moka, a fil di valvola, e inseriva il filtro che colmava di caffè fino al bordo, ma senza premerlo. Poi avvitava la testa della caffettiera e la metteva sul fuoco – così basso che le fiammelle parevano piuttosto una collana di perle azzurre. Infine apriva il coperchio e inseriva una specie di capocchia di alluminio  bucherellata, che impediva agli schizzi di andarsene a spasso.
Quindi attendeva, seduto e pensoso.

Dopo qualche minuto, quando il gorgoglio riempiva la piccola cucina, mio nonno chiudeva il gas e toglieva la caffettiera dalla graticola.
Prendeva una tazzina, ci metteva un tanto di zucchero e soltanto dopo versava il caffè. Ci girava dentro il cucchiaino per un tempo che aveva dell’oltraggioso e poi se lo sorbiva con una soddisfazione che la potevi toccare tanto era densa.

Per il suo ottantesimo compleanno, vista la sua grande passione, gli regalammo una di quelle macchine per il caffè espresso che funzionano con le cialde o le capsule o quello che sono. Quando andai a trovarlo, tre giorni dopo, la macchina era ancora nella scatola e le capsule colorate impilate come se fossero state in negozio.

«Se pensi che il caffè sia semplicemente polvere e acqua pressurizzata» mi disse, quando gli chiesi se non gli piacesse «non ne hai mai bevuto uno in vita tua». Tolse la moka dal fuoco e tornò a sedersi davanti a me.
«C’è un terzo ingrediente, per un caffè impeccabile: il tempo».

Quando fu pronto ne versò per entrambi e lo bevemmo in silenzio.

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