Memoranda

Da un bell’articolo di Annamaria Testa (questo) ho preso spunto per un esercizio che ho proposto in un gruppo di appassionati scrittura creativa da me creato su facebook (questo). E siccome sono solito testare gli esercizi che propongo, posto qui il risultato.

“Immaginate che la vostra mente sia un luogo in cui potete entrare e muovervi. Immaginate di arrivare proprio là dove c’è la parte che chiamate “memoria”. Poi, guardate bene com’è fatta questa parte.
Bene: a che cosa somiglia quello che avete visto? È come una biblioteca? Come un magazzino? Come una soffitta piena di bauli misteriosi?…” (A. Testa – Ricordare per creare: il fenomenale ruolo della memoria – Idee 135)

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Devo fare qualcosa, ma non ricordo cosa.
Mentre salgo le scale mi giunge un lontano sentore di caffé. Ci sono altri odori nell’aria, profumi che non riesco a distinguere, ma tutti molto familiari. Pare che l’olfatto più degli altri sensi sia in grado di stimolare il ricordo, benché sia il meno sviluppato.
(Se solo bastasse a farmi ricordare perché sono finito qui!)
Intanto sono arrivato alla fine della scala.
Una sola porta si affaccia sul pianerottolo: è di legno, verniciata di verde. La miscela di odori è più forte qui.
Do una rapida occhiata al campanello. È un bottoncino d’ottone reso lucido dall’uso, come alcune vecchie statue di santi cui la devozione dei fedeli ha reso scintillanti i piedi. La targhetta recita “memoria di C.”
Se C. come sospetto sono io, è normale che non ricordi come sono arrivato qui, va da sé che i ricordi stanno dall’altra parte.
Sono un poco deluso, ad ogni modo: mi aspettavo che la proiezione della mia memoria fosse un gigantesco labirinto, o un bosco, o almeno un piccolo castello. Che diavolo.
Premo il pulsante, le scale risuonano di un trillo allegro ma non risponde nessuno. Accosto l’orecchio alla porta. Da dietro al legno dipinto di giallo giunge una musica che non riconosco, come una vecchia ninnananna di cui hai dimenticato la lettera ma ricordi perfettamente la melodia. Spingo e la porta si apre.
Altro che castello, questo è un monolocale! Anzi, un minilocale: la stanza non sarà lunga più di cinque passi. Di fronte alla porta c’è una finestra (entra luce, ma non saprei dire se sia giorno o notte e quale parte di essi). Ci sono un tavolo rotondo con un copritavola di pizzo e delle sedie, una credenza, una stufa, un a sedia a dondolo e un fornello. Un grammofono su una cassapanca, vicino a una lampada con paralume di stoffa.
Sulla sedia a dondolo c’è un vecchio con un libro in grembo, che sembra dormire profondamente. Una nonnina dai capelli cotonati invece traffica ai fornelli con energia.
– Vieni avanti caro! Il caffé è appena fatto e tra poco sfornerò anche i biscotti.
– Scusi se sono entrato così…
– Non devi scusarti, questa è tutta roba tua – ribatte la nonnina. Si volta e sorride: ha una faccia tonda e cordiale.
– Vuoi dire che davvero questa è la mia memoria?
Anniusce.
– Siediti, vuoi?
Prendo posto su una sedia e la lascio fare mentre apparecchia per quella che sembra una solennissima merenda.
– Ecco qua.
Versa il tè bollente per entrambi e si siede a fianco a me. Il vecchio di quando in quando russa.
– Questa è la tua mente tesoro. La tua memoria è quella.
Indica con lo sguardo l’uomo addormentato.
– Cosa? Quello sarebbe la mia memoria? – sbotto, senza riuscire a celare una nota di sdegno.
La nonnina ridacchia.
– No, no: quello è Senno, è un po’ rimbambito ma è tanto caro. La tua memoria è quella.
Lo sguardo è puntato al libro in cui il vecchio, pur dormendo, tiene il segno con l’indice. Mi avvicino e lei mi incoraggia a prenderlo. Lo sfilo con delicatezza dalle mani del Senno, che biascica un poco, si assesta meglio sul velluto della poltrona e poi torna a dormire.
– Tutto qui? – domando – Trent’anni di ricordi in un solo libro?
– Speravo avessi intuito che la memoria non vive nello spazio né nel tempo – mi rimprovera la nonnina, come se mi avesse beccato a fare pipì nelle piante del balcone.
– Ma è vuoto! – protesto, constatando che le pagine sono tutte bianche.
– Non è vuoto, è solo quieto. Cosa pensa la mente, quando non pensa nulla?
– E come faccio a trovare un ricordo?
– Fai una domanda.
Ho sempre considerato i libri delle risposte una gran fregatura, ma viste le circostanze decido di fare un tentativo.
– Che giorno era il 5 marzo 1992? – dico, e apro il libro.
GIOVEDÌ c’è scritto. Ok, ma i giorni sono sette, magari è solo fortuna.
Faccio un secondo tentativo.
– Dove ho lasciato le chiavi della macchina?
SUL TAVOLO BASSO, VICINO ALLA LIBRERIA.
Decido di provare con una domanda più difficile.
– Come si chiamava il mio orsetto di quando ero bambino?
MARCHESE ORSO DE MORBIDIS.
La nonnina sorride.
– Ehm… Era un regalo – mi giustifico. Lei scuote la testa cotonata e fa cenno di proseguire.
– E va bene, proviamo: come sono finito qui?
Le pagine si coprono, fitte fitte, di parole.
– Scoperto niente di interessante? – domanda la nonnina, sbirciando da sopra l’orlo di occhiali sottili.
– Pare che mi sia fatto ipnotizzare per ricordare qualcosa di preciso. È successo qualcosa di brutto la scorsa notte, ma ho preso una botta in testa o qualcosa del genere e ora non ricordo.
– Capita – sospira lei.
– Che cosa è successo ieri notte? – domando allora al libro.
Con mia sorpresa e grande disappunto, il foglio resta bianco.
– Ah sì – dice la nonnina – la memoria si può danneggiare. Oppure può arrotolarsi su sé stessa, per proteggerci.
– Cioè nascondere qualcosa a sé stessa?
– Diciamo così.
– E ora?
Mi guarda seria, ma giurerei che uno scintillio di divertimento brilli dietro le lenti, nel fondo nero dei suoi occhi.
– Sei sicuro di voler vedere?
– Ormai sono arrivato fino a qui.
Si alza, va fino alla stufa e pesca un pezzo di carbone. Poi torna e me lo porge.
Riaffiora il ricordo di un gioco che facevo da piccolo: mia sorella incideva il foglio con una punta, e io ne scoprivo il messaggio annerendolo col carbone.
Ridacchio eseguendo l’operazione.

L’ispettore guarda con aria scettica lo psicologo. “Ciarlatano” lo ha chiamato, se non sbaglio.
– Allora Cosimo, ha ricordato qualcosa?
Metto a fuoco la stanza, le pareti bianche e le luci al neon.
– No – rispondo – mi dispiace.

P.S.
La memoria fa brutti scherzi, e io ne ho disseminati alcuni nel testo 🙂

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Liebster

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Sant’Antonio era un burlone. Non a caso, due dei flagelli di questo secolo portano il suo nome: il Fuoco e la Catena. Malattia causata dalla riattivazione dell’herpesvirus della varicella il primo, morbo sociale causato dalla disattivazione del senso critico il secondo.

Ma c’è un ma.

Sebbene il Fuoco di Sant’Antonio non sia mai gradevole, una minuscola quota delle Catene di Sant’Antonio sono piacevoli o addirittura divertenti (soprattutto quando non prevedono conseguenze nefaste in caso di interruzione della stessa).

Per questo ho deciso di cogliere il sasso lanciato da Francesca nel mio stagno di inerzia produttiva e usarlo per tirar fuori un post. Il sasso in questione è rappresentato dal Premio Liebster (di cui sono appena venuto a conoscenza) di cui Il Drago di Carta è stato fregiato. Le regole sono presto dette:

  • ringrazia chi te l’ha affibbiato dedicato;
  • nomina altri blog degni di questo premio, che abbiano <200 lettori;
  • rispondi alle 11 domande;
  • fanne undici a tua volta cui i premiati dovranno rispondere.

Facile no? Ora vediamo.

Punto uno: sorridi e ringrazia

Intanto ringrazio Francesca, il cui blog Sessoyogadogdance è uno dei pochi che leggo con assiduità. È un blog che non saprei dire bene l’argomento (forse parla di sesso, forse di yoga, forse di cani e certamente di danza), ma che in realtà contiene un punto di vista originale su un sacco di cose (ad esempio sull’andare in bici senza mani e gli amici immaginari). Ha un modo spassoso di raccontare e mi ci ritrovo su un sacco di cose (ad esempio sull’andare in bici senza mani e gli amici immaginari).

Punto 2: premia altri blog

Innanzitutto appioppo il premio a Filosofia Vegetale, altro blog che seguo con passione: Paolo ha una verve eccezionale e sa tutto di piante, ma soprattutto del rapporto tra piante ed esseri umani. Un blog rilassante e divertente.

Il secondo va invece a Neurobioblog: un blog interessantissimo per chi da profano si avvicina al mondo sconfinato delle neuroscienze, ma più in generale del rapporto tra mente e corpo, e spera di capirci qualcosa.

La terza menzione va a Paolo Agrati, che fa un sacco di cose ma soprattutto scrive, e se non avete ancora letto qualcosa di suo dovreste proprio rimediare.

(Ok, secondo le regole il premio andrebbe dato a blog con meno di duecento follouers, ma se io conosco solo persone brave a scrivere, che vogliamo fare?)

Punto 3: rispondi alle domande.

Ti svegli subito la mattina quando suona la sveglia o rimani a letto a posporre?
Dirò di più: la imposto mezz’ora prima solo per poterla posporre. Sono un maniaco del tasto “snooze”.

Ti ricordi il giorno della tua prima comunione?
A tratti, ho tipo dei flash: un mio caro amico è stato morso da un pastore tedesco e poi è caduto in un torrente (eventi non connessi). Considerando che avevo 8 anni, una figata assurda.

Ti piace il Capodanno. Se sì, perché? Se no, perché?
No, perché non mi piace che mi si dica quello che devo fare e quando devo festeggiare.

Ti sei mai fratturato/a un osso del corpo? Quale e come? (Se la risposta è no vale anche una ferita).
Una volta mi sono aperto la testa scivolando su un pallone Tango, volando all’indietro e battendo su un gigantesco vaso di pietra. Buon compleanno!

Il tuo film preferito.
Uno a caso di Robin Williams. A naso direi L’attimo fuggente, anche se è uno dei pochi che non riesco a riguardare.

Un nome proprio di persona che trovi bruttissimo.
Adolfo.

Ti piacciono i gelati sfusi o confezionati?
Dai, i gelati confezionati non sono gelati, sono merendine fredde.

Che lavoro fai? Ti piace?
Faccio il social media coso e mi occupo del digital coso in una fondazione sanitaria. Non è male, mi consente di scrivere e inventare cose, ma l’argomento potrebbe essere più allegro.

Che lavoro vorresti fare?
Diventare bravo in quello che faccio sarebbe già ottimo.

Qual è il tuo scrittore preferito?
Italo Calvino.

Soffri o ti godi la vita?
Probabilmente godo nel soffrire.

Punto 4: ecco le mie 11 domande

  1. Qual è il tuo primo ricordo?
  2. Qual è la cosa più folle che hai fatto?
  3. Che cosa fai quando ti senti giù?
  4. Se potessi avere un superpotere, quale sarebbe?
  5. Cinque cose belle che ti sono successe oggi
  6. Ti capita mai di presentarti e subito dopo non ricordare il nome di chi hai appena conosciuto? Come ti comporti?
  7. Un paese che vorresti visitare
  8. Devi affrontare una missione pericolosissima per salvare il mondo: quale personaggio di un telefilm anni 80-90 vorresti con te?
  9. A cosa servono le monetine da 1 – 2 cent?
  10. Qual era il tuo gioco preferito quando eri bambino?
  11. Mare o montagna?

E questo è quanto. E per tutti gli altri, che Sant’Antonio vi colga. Scegliete voi se catena o fuoco.

Sarahah e il cyberbullismo 2.0

La nuova app per messaggistica anonima Sarahah fa molto parlare di sé: soprattutto per gli utilizzi collaterali che cyberbulli e aspiranti tali potrebbero farne.

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Cos’è il cyberbullismo?

Sai cos’è il cyberbullismo? Potremmo pensarlo come un bullismo 2.0.

È quella forma di violenza psicologica che passa attraverso i canali digitali – da facebook, a snapchat, a instagram, a quello che ti pare.

Perché il cyberbullismo è peggio del bullismo “tradizionale”?

Innanzitutto, perché non lo sostituisce, ma gli si somma.
Il bullismo esiste praticamente da sempre. Un libro interessante, “Bulli di carta”, ne ripercorre addirittura la storia all’interno della letteratura. Anche quando ero piccolo io, ovviamente, c’era. Ma prima dell’avvento di internet e dei social, quel bullismo aveva tutta una serie di “vantaggi” dal punto di vista di chi lo subiva:

  • Lo sfottò era circoscritto nello spazio e nel tempo: solitamente a scuola o immediatamente dopo. Chiusa la porta di casa, perlomeno, si era liberi fino alla mattina successiva. Il bullismo sui social invece non ti molla mai, ti segue dentro casa e prosegue addirittura in assenza del bullizzato.
  • Il bullo doveva guardare in faccia la sua vittima. Non è una cosa da sottovalutare: l’essere umano è programmato, almeno in linea di principio, per provare empatia. Non tutti hanno la cattiveria necessaria per fare male a qualcuno guardandolo in faccia. Con il cyberbullismo questo elemento viene meno e la cattiveria di ciascuno trova libero sfogo al riparo dello schermo di uno smartphone.

Teppisti Anonimi

Quanto al guardare in faccia la vittima, internet e la comunicazione digitale hanno ultimamente regalato ai bulli un’arma micidiale: l’anonimato.

La possibilità di mantenersi anonimi consente anche ai meno “coraggiosi” di farsi avanti. Credo che questo fenomeno sia, alla radice, lo stesso che precorre alle dinamiche di gruppo: il singolo si annulla nel gruppo che perpetra la violenza, si annichilisce e perde la propria identità.

In questo modo non è più riconoscibile, incolpabile e punibile come colpevole, soprattutto da se stesso: se non ci fosse stato Cristo a guardarli, quanti peccatori avrebbero scagliato la prima pietra?

Bryan of Nazareth, la lapidazione.

Bryan of Nazareth, Monty Pyton

Per questo motivo l’uscita di Sarahah, l’app per messaggi anonimi, ha fatto suonare parecchi dei miei campanelli d’allarme.

Cos’è Sarahah?

Sarahah è un’applicazione di messaggistica istantanea che garantisce il completo anonimato. Secondo l’intenzione dei creatori, che voglio ritenere quantomeno ingenua, l’applicazione serve a migliorare sé stessi attraverso feedback onesti (perché anonimi) dei propri collaboratori, amici o altro. Boom!

Sarahah è nato nel 2017 come sito, ma a seguito del grande successo riscontrato fin dagli esordi, è stato convertito in app e sdoganato su Google.

sarahah_cyberbullismo

Perché Sarahah è potenzialmente la nuova frontiera del Cyberbullismo?

Garantendo il totale anonimato (gli utenti autori di commenti non sono rintracciabili neppure dall’app stessa) e la possibilità di condividere contenuti come immagini e video, Sarahah dà a ogni cyberbullo o aspirante tale tutti gli strumenti necessari per fare un buon lavoro:

  • Un pubblico, anche molto vasto: gli spettatori sono essenziali nelle dinamiche di bullismo quanto il bullo e il bullizzato;
  • La possibilità di seguire la vittima anche fuori dal proprio raggio di azione materiale, nello spazio e nel tempo;
  • L’anonimato: cioè la potenziale e totale impunità. Inoltre, il limite dell’aggressione si amplia di molto: senza la paura di essere scoperti, ci si spinge oltre il punto in cui la paura della sanzione o punizione fungerebbe da limite (minacce e istigazione al suicidio, tanto per dirne un paio). Ma anche la diffusione di immagini e video denigratori di vittime ignare sarebbero al riparo dell’anonimato.

Che ne Sarahah di noi?

Non ci resta che aspettare per vedere se si tratta dell’ennesimo cyberfenomeno passeggero, una bolla che scoppierà tra poco insieme a tutte le nostre perplessità.

Ma potrebbe anche diventare un fenomeno radicato, soprattutto tra i più giovani, come a suo tempo Snapchat, che a sua volta fece molto discutere per “l’autodistruzione delle prove”.

Non abbiamo ancora capito che gli smartphone, e più in generale internet, sono uno strumento grandioso da mettere in mano ai nostri figli. Lo sarebbe anche un’automobile, ma non gli consentiamo di guidarne una fino ai 18 anni – e comunque non prima di aver ottenuto l’abilitazione – per la loro stessa sicurezza e quella di tutti gli altri.

Per internet non dovrebbe essere poi tanto diverso: magari sarebbe esagerato attendere i 18 anni, ma sicuramente un maggior controllo, o meglio una semplice educazione all’utilizzo delle risorse che il web offre, sarebbe davvero auspicabile.

Dialoghi del Terzo Tipo: Gelato.

Dialoghi del terzo tipo - Gelato gusto FIAT Panda

Dialoghi del terzo tipo – Gelato gusto FIAT Panda

– Buongiorno, vorrei un gelato.

– Che gusto?

– Gusto Fontana di Trevi.

– Mi prende in giro?

– No, perché?

– L’ho appena finito.

– Ah. Che gusti c’ha allora?

– Fragola e cioccolato, crema e FIAT Panda.

– Mi prende in giro?

– No, perché?

– FIAT Panda è il mio gusto preferito.

– Le faccio un cono Fiat Panda?

– Grazie.

– Mi spiace, l’ho finito.

– Fragola e cioccolato?

– No, il cono.

– Mi dia una coppa allora.

– La UEFA va bene?

– Ok.

– Ecco, sono mille euro.

– Ecco a lei. Che buono, grazie signor gelatista!

– Grazie a lei, buona giornata!

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