Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo) a Libri a Km_Zero

Ogni presentazione è come fosse la prima.

Qualche tempo fa ho presentato Il Giorno del Giudizio (e quel che avvenne dopo) al Circolo dei Lettori di Torino, davanti al gruppo di lettura Libri a Km_zero:

Il Piemonte è ricco di editori indipendenti che resistono e raccontano. Un libro a incontro, ne scopriamo le storie, gli autori, i significati in appuntamenti basati su un gioco d’improvvisazione dove prendono forma temi imprevedibili, emozioni nascoste e ragionamenti sul testo.

È un bel progetto, che va incontro alle difficoltà della piccola e media editoria e degli autori esordienti, di farsi leggere in un mercato che conta circa 350 nuovi libri pubblicati ogni giorno.

Ed è stato un onore per me essere l’autore di apertura del 2018.

Federico Audisio, ottimo padrone di casa, mi ha reso il compito molto più semplice, dirigendo la conversazione in maniera spigliata e non banale.

Eppure, al momento di leggere, la sensazione è sempre la stessa: quella di essere messo a nudo.  Un ché d’imbarazzo, quindi.

Ma anche un certo beffardo appagamento.

Ferdinando de Blasio ospite di Libri a Km_Zero al Circolo dei Lettori

Foto: Mattia Capone

 

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Umanità alla Lacumbia

[Fare arte nel 2017 non è facile. Fare arte in Italia nel 2017, lo è ancora meno. Per questo quando trovo (o come in questo caso ri-trovo) qualcosa di molto piacevole e artisticamente rilevante, mi sento in dovere di condividerlo].

Si sente spesso dire che nelle mani di taluno la tal cosa diventa qualcos’altro.
Per esempio:

Nelle mani di Houdini, un fazzoletto poteva diventare una colomba.
Nelle mani di Michelangelo, un blocco di marmo poteva diventare un capolavoro.
Nelle mani di McGiver, un elastico e una Bic potevano diventare un elicottero Apache.
Nelle mani di Chuck Norris, una persona poteva diventare yogurt greco.

Beh, stasera ho visto un tale le cui mani potevano diventare qualsiasi cosa.

Nello spazio (piacevolmente rinnovato) della Lacumbia Film ho assistito allo spettacolo di Jacopo Tealdi.

Con il solo aiuto di luci e musica e la capacità di muovere le mani come fossero molto più che semplici estensioni del proprio corpo, Jacopo ha messo in scena un intero varietà con sei diversi personaggi, svariate comparse, numeri di ballo, esibizioni canore, monologhi e interviste entnoantropologiche: U.mani.tà

Uno spettacolo fatto interamente a mano.

Soltanto intrecciando le dita (stento ancora a credere che ne abbia solo cinque per mano) Jacopo dà vita a personaggi estremamente espressivi e molto ben caratterizzati – tanto che anche i meno elaborati riescono a farti dimenticare che non si tratta di entità a sé stanti, ma fanno parte di un corpo.

Abilità manuali a parte, ha saputo creare dei numeri coinvolgenti e molto ironici, dimostrando anche capacità narrative (o di storytelling, per gli amanti della Brexit) per niente banali.

Uno spettacolo che, manco a dirlo, ha fatto man bassa di applausi. Tutti meritati.

Il tempo di un caffè

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Mio nonno aveva tre punti fermi nella vita: il Napoli, la parola data e il caffè fatto con la moka.

Ogni dopopranzo, quasi religiosamente prendeva dalla credenza il macinino di legno – una scatoletta con una manovella in cima – i chicchi di caffè e la caffettiera. Quest’ultima era una delle primissime, comprata negli anni ’50 dal figlio dell’inventore in persona, e che mio nonno custodiva come un pezzo della Santa Croce.

Inserita nel macinino una certa quantità di caffè, che aveva perfezionato nel corso degli anni, la polverizzava con un movimento lento e regolare del braccio. Poi estraeva il cassettino dove si era raccolto il macinato e lo avvicinava al viso per annusarlo.

Riempiva quindi d’acqua la caldaia della moka, a fil di valvola, e inseriva il filtro che colmava di caffè fino al bordo, ma senza premerlo. Poi avvitava la testa della caffettiera e la metteva sul fuoco – così basso che le fiammelle parevano piuttosto una collana di perle azzurre. Infine apriva il coperchio e inseriva una specie di capocchia di alluminio  bucherellata, che impediva agli schizzi di andarsene a spasso.
Quindi attendeva, seduto e pensoso.

Dopo qualche minuto, quando il gorgoglio riempiva la piccola cucina, mio nonno chiudeva il gas e toglieva la caffettiera dalla graticola.
Prendeva una tazzina, ci metteva un tanto di zucchero e soltanto dopo versava il caffè. Ci girava dentro il cucchiaino per un tempo che aveva dell’oltraggioso e poi se lo sorbiva con una soddisfazione che la potevi toccare tanto era densa.

Per il suo ottantesimo compleanno, vista la sua grande passione, gli regalammo una di quelle macchine per il caffè espresso che funzionano con le cialde o le capsule o quello che sono. Quando andai a trovarlo, tre giorni dopo, la macchina era ancora nella scatola e le capsule colorate impilate come se fossero state in negozio.

«Se pensi che il caffè sia semplicemente polvere e acqua pressurizzata» mi disse, quando gli chiesi se non gli piacesse «non ne hai mai bevuto uno in vita tua». Tolse la moka dal fuoco e tornò a sedersi davanti a me.
«C’è un terzo ingrediente, per un caffè impeccabile: il tempo».

Quando fu pronto ne versò per entrambi e lo bevemmo in silenzio.

Memoranda

Da un bell’articolo di Annamaria Testa (questo) ho preso spunto per un esercizio che ho proposto in un gruppo di appassionati scrittura creativa da me creato su facebook (questo). E siccome sono solito testare gli esercizi che propongo, posto qui il risultato.

“Immaginate che la vostra mente sia un luogo in cui potete entrare e muovervi. Immaginate di arrivare proprio là dove c’è la parte che chiamate “memoria”. Poi, guardate bene com’è fatta questa parte.
Bene: a che cosa somiglia quello che avete visto? È come una biblioteca? Come un magazzino? Come una soffitta piena di bauli misteriosi?…” (A. Testa – Ricordare per creare: il fenomenale ruolo della memoria – Idee 135)

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Devo fare qualcosa, ma non ricordo cosa.
Mentre salgo le scale mi giunge un lontano sentore di caffé. Ci sono altri odori nell’aria, profumi che non riesco a distinguere, ma tutti molto familiari. Pare che l’olfatto più degli altri sensi sia in grado di stimolare il ricordo, benché sia il meno sviluppato.
(Se solo bastasse a farmi ricordare perché sono finito qui!)
Intanto sono arrivato alla fine della scala.
Una sola porta si affaccia sul pianerottolo: è di legno, verniciata di verde. La miscela di odori è più forte qui.
Do una rapida occhiata al campanello. È un bottoncino d’ottone reso lucido dall’uso, come alcune vecchie statue di santi cui la devozione dei fedeli ha reso scintillanti i piedi. La targhetta recita “memoria di C.”
Se C. come sospetto sono io, è normale che non ricordi come sono arrivato qui, va da sé che i ricordi stanno dall’altra parte.
Sono un poco deluso, ad ogni modo: mi aspettavo che la proiezione della mia memoria fosse un gigantesco labirinto, o un bosco, o almeno un piccolo castello. Che diavolo.
Premo il pulsante, le scale risuonano di un trillo allegro ma non risponde nessuno. Accosto l’orecchio alla porta. Da dietro al legno dipinto di giallo giunge una musica che non riconosco, come una vecchia ninnananna di cui hai dimenticato la lettera ma ricordi perfettamente la melodia. Spingo e la porta si apre.
Altro che castello, questo è un monolocale! Anzi, un minilocale: la stanza non sarà lunga più di cinque passi. Di fronte alla porta c’è una finestra (entra luce, ma non saprei dire se sia giorno o notte e quale parte di essi). Ci sono un tavolo rotondo con un copritavola di pizzo e delle sedie, una credenza, una stufa, un a sedia a dondolo e un fornello. Un grammofono su una cassapanca, vicino a una lampada con paralume di stoffa.
Sulla sedia a dondolo c’è un vecchio con un libro in grembo, che sembra dormire profondamente. Una nonnina dai capelli cotonati invece traffica ai fornelli con energia.
– Vieni avanti caro! Il caffé è appena fatto e tra poco sfornerò anche i biscotti.
– Scusi se sono entrato così…
– Non devi scusarti, questa è tutta roba tua – ribatte la nonnina. Si volta e sorride: ha una faccia tonda e cordiale.
– Vuoi dire che davvero questa è la mia memoria?
Anniusce.
– Siediti, vuoi?
Prendo posto su una sedia e la lascio fare mentre apparecchia per quella che sembra una solennissima merenda.
– Ecco qua.
Versa il tè bollente per entrambi e si siede a fianco a me. Il vecchio di quando in quando russa.
– Questa è la tua mente tesoro. La tua memoria è quella.
Indica con lo sguardo l’uomo addormentato.
– Cosa? Quello sarebbe la mia memoria? – sbotto, senza riuscire a celare una nota di sdegno.
La nonnina ridacchia.
– No, no: quello è Senno, è un po’ rimbambito ma è tanto caro. La tua memoria è quella.
Lo sguardo è puntato al libro in cui il vecchio, pur dormendo, tiene il segno con l’indice. Mi avvicino e lei mi incoraggia a prenderlo. Lo sfilo con delicatezza dalle mani del Senno, che biascica un poco, si assesta meglio sul velluto della poltrona e poi torna a dormire.
– Tutto qui? – domando – Trent’anni di ricordi in un solo libro?
– Speravo avessi intuito che la memoria non vive nello spazio né nel tempo – mi rimprovera la nonnina, come se mi avesse beccato a fare pipì nelle piante del balcone.
– Ma è vuoto! – protesto, constatando che le pagine sono tutte bianche.
– Non è vuoto, è solo quieto. Cosa pensa la mente, quando non pensa nulla?
– E come faccio a trovare un ricordo?
– Fai una domanda.
Ho sempre considerato i libri delle risposte una gran fregatura, ma viste le circostanze decido di fare un tentativo.
– Che giorno era il 5 marzo 1992? – dico, e apro il libro.
GIOVEDÌ c’è scritto. Ok, ma i giorni sono sette, magari è solo fortuna.
Faccio un secondo tentativo.
– Dove ho lasciato le chiavi della macchina?
SUL TAVOLO BASSO, VICINO ALLA LIBRERIA.
Decido di provare con una domanda più difficile.
– Come si chiamava il mio orsetto di quando ero bambino?
MARCHESE ORSO DE MORBIDIS.
La nonnina sorride.
– Ehm… Era un regalo – mi giustifico. Lei scuote la testa cotonata e fa cenno di proseguire.
– E va bene, proviamo: come sono finito qui?
Le pagine si coprono, fitte fitte, di parole.
– Scoperto niente di interessante? – domanda la nonnina, sbirciando da sopra l’orlo di occhiali sottili.
– Pare che mi sia fatto ipnotizzare per ricordare qualcosa di preciso. È successo qualcosa di brutto la scorsa notte, ma ho preso una botta in testa o qualcosa del genere e ora non ricordo.
– Capita – sospira lei.
– Che cosa è successo ieri notte? – domando allora al libro.
Con mia sorpresa e grande disappunto, il foglio resta bianco.
– Ah sì – dice la nonnina – la memoria si può danneggiare. Oppure può arrotolarsi su sé stessa, per proteggerci.
– Cioè nascondere qualcosa a sé stessa?
– Diciamo così.
– E ora?
Mi guarda seria, ma giurerei che uno scintillio di divertimento brilli dietro le lenti, nel fondo nero dei suoi occhi.
– Sei sicuro di voler vedere?
– Ormai sono arrivato fino a qui.
Si alza, va fino alla stufa e pesca un pezzo di carbone. Poi torna e me lo porge.
Riaffiora il ricordo di un gioco che facevo da piccolo: mia sorella incideva il foglio con una punta, e io ne scoprivo il messaggio annerendolo col carbone.
Ridacchio eseguendo l’operazione.

L’ispettore guarda con aria scettica lo psicologo. “Ciarlatano” lo ha chiamato, se non sbaglio.
– Allora Cosimo, ha ricordato qualcosa?
Metto a fuoco la stanza, le pareti bianche e le luci al neon.
– No – rispondo – mi dispiace.

P.S.
La memoria fa brutti scherzi, e io ne ho disseminati alcuni nel testo 🙂

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