Il tempo di un caffè

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Mio nonno aveva tre punti fermi nella vita: il Napoli, la parola data e il caffè fatto con la moka.

Ogni dopopranzo, quasi religiosamente prendeva dalla credenza il macinino di legno – una scatoletta con una manovella in cima – i chicchi di caffè e la caffettiera. Quest’ultima era una delle primissime, comprata negli anni ’50 dal figlio dell’inventore in persona, e che mio nonno custodiva come un pezzo della Santa Croce.

Inserita nel macinino una certa quantità di caffè, che aveva perfezionato nel corso degli anni, la polverizzava con un movimento lento e regolare del braccio. Poi estraeva il cassettino dove si era raccolto il macinato e lo avvicinava al viso per annusarlo.

Riempiva quindi d’acqua la caldaia della moka, a fil di valvola, e inseriva il filtro che colmava di caffè fino al bordo, ma senza premerlo. Poi avvitava la testa della caffettiera e la metteva sul fuoco – così basso che le fiammelle parevano piuttosto una collana di perle azzurre. Infine apriva il coperchio e inseriva una specie di capocchia di alluminio  bucherellata, che impediva agli schizzi di andarsene a spasso.
Quindi attendeva, seduto e pensoso.

Dopo qualche minuto, quando il gorgoglio riempiva la piccola cucina, mio nonno chiudeva il gas e toglieva la caffettiera dalla graticola.
Prendeva una tazzina, ci metteva un tanto di zucchero e soltanto dopo versava il caffè. Ci girava dentro il cucchiaino per un tempo che aveva dell’oltraggioso e poi se lo sorbiva con una soddisfazione che la potevi toccare tanto era densa.

Per il suo ottantesimo compleanno, vista la sua grande passione, gli regalammo una di quelle macchine per il caffè espresso che funzionano con le cialde o le capsule o quello che sono. Quando andai a trovarlo, tre giorni dopo, la macchina era ancora nella scatola e le capsule colorate impilate come se fossero state in negozio.

«Se pensi che il caffè sia semplicemente polvere e acqua pressurizzata» mi disse, quando gli chiesi se non gli piacesse «non ne hai mai bevuto uno in vita tua». Tolse la moka dal fuoco e tornò a sedersi davanti a me.
«C’è un terzo ingrediente, per un caffè impeccabile: il tempo».

Quando fu pronto ne versò per entrambi e lo bevemmo in silenzio.

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