Miyamoto Musashi – I maestri di Kyoto

-Onestà e giustizia, eroico coraggio, compassione, gentile cortesia, completa sincerità, dovere e lealtà, onore: questo, è Bushi-do. Medita a lungo su queste cose, Terao Magonojo.
Inginocchiato di fronte al suo maestro, il discepolo annuì,  inchinandosi fin quasi a sfiorare il suolo con la fronte.
L’espressione del giovane Terao, però, lasciò trapelare la sua perplessità.
Per il maestro era come un libro aperto e nulla, della sua anima, gli poteva tenere nascosto.
– Parla dunque – gli disse il sensei, con pazienza infinita.
– E la spada, maestro? Dov’è la spada in tutto ciò?
Il sensei alzò gli occhi al cielo, chiedendo agli dei la forza in inculcare il senno in quella testa vuota.
-Ascolta bene quello che sto per raccontarti ora.
Da alcuni anni avevo lasciato la casa di mio padre, a Miyamoto. Prima che tu mi chiamassi sensei, mi chiamavano shugyosha: guerriero senza padrone, che vagava per il paese alla ricerca di fama e gloria.
Dopo aver preso parte alla battaglia di Sekigahara, da cui uscii sconfitto ma conservando l’onore, viaggiai per un po’ senza una meta particolare.
Fu così che giunsi a Kyoto, nella città dei maestri, ansioso di mettere alla prova la mia forza e il loro sapere.
Era primavera, l’aria era carica di odori e vibrava intensamente, scuotendo dalle mie membra i loro ventuno inverni.
Avevo trascorso mesi aggirandomi per i monti come un lupo, combattendo chiunque volesse misurarsi con me e imparando quanto più potessi apprendere. L’acqua, la terra, il fuoco e l’aria, le rondini e le fronde degli alberi erano miei maestri.
Ero sporco, lercio di polvere. Avevo perduto i sandali e il mio kimono sembrava scampato ad un assalto di orsi, sebbene fosse così sozzo che anche gli orsi se ne sarebbero tenuti alla larga.
Solo la spada, tra tutte le cose, mi serbavo di tenere sempre pulita e in ordine, come la mia mente.
Attraversai il ponte sul fiume Kamo, senza badare agli sguardi ora beffardi ora impauriti di cittadini e bifolchi, e mi fermai sulla sua sommità a guardare il corso d’acqua.
Sempre diverso, sempre immutabilmente lo stesso: così mi vedevo anch’io, randagio guerriero della provincia di Harima.
Mi sentivo euforico, così avvolto da camelie in fiore e ciliegi che sembravano esplodere nel loro vigore primaverile. Frotte di donne nelle loro obi colorate sciamavano intorno ai templi, cariche di azalee a tal punto che sembravano fiorire esse stesse. Mi volsi e passeggiai un poco per le strade della città, alla ricerca della mia prossima lezione.
A Kyoto una delle scuole più importanti era certamente quella Yoshioka, fondata da Kenpo, che prima che spadaccino fu abile tintore. Ma il sensei era già morto da tempo, quando giunsi al suo dojo, ed il nome Yoshioka era adesso tenuto alto dai suoi due figli, Seijuro e Denshichiro.
Mi presentai al discepolo che mi venne incontro, pregandolo di dire ai signori che Shinmen Myiamoto Musashi aveva intenzione di sfidarli, uno alla volta o anche insieme.
Oggi mi meraviglio ancora della mia giovane spavalderia.
Lo vidi allontanarsi verso un gruppo di altri studenti, gagliardi figli di samurai, gigli orgogliosi del loro seme.
Tratteneva a stento le risa, indicandomi agli altri compari, che non riuscirono però a fare altrettanto e, ridendo come sciacalli, mi si fecero incontro.
Mi canzonarono, al vedermi così cencioso, sporco di quella fatica che forse loro non conoscevano a sufficienza. Vollero sapere chi ero io e chi fossero i miei maestri. Glie lo dissi.
-Ma non sai – fece uno –che bisogna essere famosi spadaccini già solo per essere ammessi in questa scuola? Come pensi che potrebbero accettare una sfida del genere, i Maestri? –
-E tu, come ti chiami? – mi informai, con calma e compostezza.
– Mizuno Kuroda.
-Mai sentito. Allora vedi, non bisogna essere poi così famosi.
I suoi compagni scoppiarono in fragorose risate ma il giovane, ferito nell’orgoglio, digrignò i denti e serrò la presa sulla spada da allenamento, fino a far sbiancare le nocche.
Proprio come speravo.
– Se credi di essere degno – latrò estraendo l’arma e portandola alta sopra la testa, nella posizione più in auge in quella scuola – battiti ora con me, vagabondo.
Anche se di legno ed usata per allenarsi, un’arma come quella poteva causare gravi danni e perfino la morte. Lo sapevo perché ne avevo una uguale, e non esitai ad estrarla.
Tutti si fecero intorno, curiosi di vedere lo scontro tra il figlio splendido di Mizuno e il povero viandante.
Partii subito all’attacco, senza convenevoli, calando la spada e risollevandola all’improvviso come fanno le rondini nei loro voli primaverili: seguono una direzione e poi subito la cambiano.
Sentii le ossa del mio avversario spezzarsi sotto quel colpo, la spada gli cadde dalle mani.
Altri due compagni seguirono il suo esempio, uno mi scappò d’ucciderlo sul colpo, dopo un paio di scambi.
Accecati di rabbia, colpiti nell’onore, i discepoli capirono che la notizia della disfatta non doveva uscire da quelle mura, ed io con essa. Mi attaccarono allora in quattro, ma non dovetti far altro che assecondarli e affrontarli come fossero uno. Ricorda Terao, niente cambia da uno a molti: se sai batterne uno, puoi batterne due, quindi quattro, così via finché il fiato regge.
La famosa scuola mi stava dando una profonda delusione, così decisi di abbandonare quel posto, lasciando detto che, se avessero voluto, i Maestri avrebbero potuto trovarmi alla locanda.
Nessuno mi fermò mentre attraversavo la soglia, sporco come vi ero entrato ma molto meno entusiasta.
Non passò molto tempo che un messo del sensei Seijuro, che aveva saputo saputo ciò che avevo fatto, venne a cercarmi per dirmi che il suo signore intendeva lavare  la macchia che avevo portato al nome Yoshioka. Alla locanda potei lavare le mie di macchie, facendo un bagno caldo, far rammendare le mie vesti e comprare un paio di sandali di paglia quasi mai usati. Così rimesso a nuovo, l’indomani mi incamminai verso il luogo dell’appuntamento: una piana poco fuori Kyoto, ai piedi delle colline, là dove il fiume Kamo curvando lievemente forma un’ansa naturale tra le sue spire. Il cielo si preparava al temporale, forti folate di vento squassavano come sonagli i grossi fusti nei canneti e il fiume s’era già ingrossato per l’acqua caduta più in alto sui monti. Tardai quasi un’ora rispetto a quella stabilita e quando arrivai, con passo tranquillo, fui accolto da una pioggia di mormorii d’indignazione. I discepoli, alcuni mai visti, altri appena medicati dopo le carezze che gli avevo fatto il giorno prima, attorniavano il maestro, il quale si aggirava inquieto come un leone in gabbia, avanti e indietro, senza posa. Portava i capelli raccolti nel tradizionale maghà, rasati appena per rendere la fronte più ampia, come si usa tra i samurai, e indossava un kimono nero impreziosito da ricamature d’oro.  Al fianco, retta da una fascia scarlatta, portava la tachi, la lunga spada di cui il clan Yoshioka aveva appreso ogni segreto.
Era piuttosto giovane, per farsi chiamare maestro, senza contare che l’impazienza e l’inquietudine suscitate dal mio tardare erano visibili anche a parecchi metri di distanza.
Quando mi scorse, in preda alla furia, mi gridò contro e impugnò l’elsa per estrarre l’arma.
Una spada meravigliosa, battuta chissà quante volte nelle fucine migliori del paese.
Non aspettai, mi lanciai subito in avanti menando un fendente che era pura forza: chi attacca per primo è già un passo avanti nella corsa per la vittoria, meditalo bene.
Lo stile del figlio maggiore di Kenpo era certamente impeccabile, ogni movimento preciso e ogni colpo perfetto, frutto di migliaia di ripetizioni all’ombra del dojo.
Ma ben presto capii che tale spadaccino non potevo certo chiamarlo maestro come fu chiamato suo padre, degnamente, prima di lui: tanta perfezione era infatti sterile, priva di fantasia o sentimento.
Mi fu subito chiaro che avrei vinto lo scontro, e così fu.
Mentre il cielo cominciava a inondare la terra, increduli, i discepoli dovettero portare via il maestro, il petto sfondato da un ultimo colpo.
La sera stessa, alla locanda, fui raggiunto da un messo che portava la sfida di Denshichiro, secondo maestro e secondogenito di Kenpo. Costui aveva fama di essere più forte del fratello, dotato di stazza e potenza fisica senza pari sotto il cielo di Kyoto.
La mattina seguente mi lavai, feci un’abbondante colazione e mi dedicai un poco alla meditazione, poi mi diressi all’appuntamento con la mente lieve di chi sta solo passeggiando.
L’erba odorosa dopo il temporale era soffice sotto i piedi, il sole mi scaldava tutto e una brezza leggera sospingeva i miei passi verso il luogo dello scontro.
Tardai così due ore.
Denshichiro era veramente possente come si diceva, alto e largo come un orso dei monti. Non portava kimono, e il petto nudo era un delirio di potenza. Ma ogni fibra del suo corpo tradiva la sua impazienza e ancor prima di attaccarlo, sapevo che avrei vinto. Quindi urlai, gettandomi ancora una volta in avanti, e le spade cozzarono una, due, dieci volte. Anche il suo stile era perfetto, ma la sua forza lo rendeva davvero più temibile del fratello. Intesi che non avrei potuto batterlo seguitando a menare in quel modo e così, come il fiume aggira una roccia che non può frantumare o spostare, mutai la mia mente e giocai in velocità e precisione. La sua mente invece, pesante come la roccia nel fiume, non seppe mutare e fu battuto. Ancora una volta infine fui sfidato dalla scuola Yoshioka, a nome di un terzo fratello appena tredicenne, vicino a un canneto nella piana di Kyoto. Era però una trappola, e di questo ti parlerò un’altra volta.
-Hai inteso bene quello che ho voluto dirti, Terao Magonojo?
Il discepolo annuì  – non si vince solo con la spada.
– Giusto. Esercita la mente, tempra lo spirito, studia a fondo ogni arte e apprendi il Vuoto. Questo farà di te un guerriero. E ora versa del sakè al tuo maestro!

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Breve favola sull’editoria a pagamento.

Quello fu un anno terribile.
In rapida successione c’erano state due guerre , una carestia e una brutta pestilenza.
Per chiudere in bellezza, il fiume un mattino decise che era ora di fare una gita fuori dagli argini, e così fece.
Non sono tipi che puoi far ragionare, i fiumi.
Il mio campo sparì sotto qualche metro d’acqua e la mia casupola fu trascinata via dalla piena.
Probabilmente adesso ho una casa al mare.
Quando tutto passò, quando la terra ingollò tutta quell’acqua e il fiume tornò sui suoi passi, non avevo più nulla eccetto le braccia e la zappa. E un buon cervello, certo, ma quando tutta la tua istruzione si limita alla coltivazione di ortaggi, non è che ti senti un genio.
Una cosa intelligente però la feci: decisi di partire, spinto dalla fame, per mettermi al servizio di qualche signore nel suo feudo. Pagato poco è meglio che non pagato affatto.
Quando però raggiunsi la via del sale, scoprii che c’erano molti altri intelligenti, che si dirigevano alla volta dei feudi. Pensai allora di cercare lavoro presso il feudo più grande, lì certo ci sarebbe stato parecchio da fare. Raggiunsi le mura esterne, mai viste mura così. Alte e spesse, piene di stendardi.
Al portale c’erano le guardie con un ufficiale, che smistavano i viandanti. Quando fu il mio turno, mi squadrò e mi disse – Tu! Che cosa sai fare?
Guarda la zappa. Guarda come sono vestito. Cosa ti sembro, una cortigiana?
Ma risposi solo – Il contadino signore.
– Molto bene – riprese l’ufficiale – c’è bisogno di contadini per i campi distrutti dalla piena. Solo una cosa…
Lo guardai, incuriosito piuttosto che sospettoso. Noi contadini siamo piuttosto ingenui.
– Per entrare nel feudo servono tre danari d’oro. Poi, con la paga, li riotterrai poco alla volta.
– Ma io sono venuto a chiederli, i soldi!
– Ma li riavrai. Vendendo gli ortaggi e lavorando per il signore, in cinque, sei decadi al massimo li riavrai.
Presi congedo e partii alla volta del feudo rivale, anche questo grosso da non vederne la fine.
– Buon giorno! Benvenuto – Alla porta niente guardie, ma tre graziose ancelle.
Contadino sì, ma scemo ancora no.
– Cercate braccia per i campi? – domandai diffidente.
– Certo – disse una giovane bionda, i capelli che sembravano il grano in estate.
Attesi come se dovesse seguitare qualcosa, ma non aggiunsero nulla.
– Quando posso cominciare?
– Subito! Una firma qui e ti verrà assegnato un pezzo di terra.
Mi porsero un foglio scritto così fitto da non distinguere una lettera dall’altra. Anche perché non sapevo leggere.
– Cosa dice? – chiesi imbarazzato.
– Ma nulla – disse la seconda ancella, bella abbastanza da oscurare la prima – che ti impegni ad acquistare il 20% di quello che produci.
Probabilmente l’orrore si allargò sul mio viso, perché si affrettarono a rimediare.
– In omaggio se firmi – disse la terza, così avvenente da stordire chiunque – un bacio da ciascuna di noi tre!
Il bacio mi tentava, ma tra una cosa e l’altra ringraziai e raggiunsi il terzo feudo.
Questo era infinitamente più piccolo degli altri due. Non aveva mura, solo un cancello. Dietro di esso, terre sconfinate e gente che lavorava senza sosta.
Alla porta, un vecchio su uno sgabello. Era ben vestito, aveva un’aria dignitosa. Dietro di lui, una sola guardia. – Buon giorno – mi disse, vedendomi.
– A voi. Cerco lavoro –
– Molto bene. Abbiamo bisogno di braccia buone e cervelli anche migliori. Ma ti avverto – disse subito – la paga è onesta ma poca e il lavoro è duro.
– Dov’è il vostro feudo?
Il vecchio indicò con la mano la terra alle sue spalle.
– Insieme, lo stiamo costruendo.
Lavoro nel feudo del vecchio signore da quasi vent’anni, ormai. La paga è poca e il lavoro è duro.
Mangiamo ciò che coltiviamo, a volte niente, e ogni giorno, uno dei due feudi più grandi potrebbe spazzarci via. Ma questa è la strada della mia felicità.

Miyamoto Musashi – Il primo scontro

Shinmen Bennosuke, meglio conosciuto col nome di Miyamoto Musashi, è stato uno spadaccino giapponese del XVI secolo, probabilmente il più grande che abbia mai intrapreso la via del samurai.
Il ciclo di 3 racconti che ho dedicato alle sue imprese più famose, giocando un po’ con gli stili, si ispira a fatti della sua vita realmente accaduti. Buona lettura!

Il vecchio seguì con lo sguardo il petalo del ciliegio, lo osservò volteggiare leggero percorrendo piccoli cerchi nell’aria fino a posarsi nella vasca ai piedi dell’albero. L’acqua si increspò, poi tornò quieta e limpida. Inginocchiato davanti al focolare, di fronte all’ingresso che si affacciava sul giardino armonioso, aspettava paziente che il braciere scaldasse la teiera. Poi infuse il tè in una piccola tazza di terracotta, mescolandolo sapientemente con un mestolo di bambù.
Ogni gesto era calmo, delicato, perfetto.
Si assicurò che tutto,  intorno a sé, fosse nel giusto ordine: ma nella piccola chasitsu, la stanza del tè, c’erano solo una scrittura sacra appesa nella piccola nicchia chiamata tokonomo e una di quelle composizioni floreali frutto di ore di meditazione.
Sollevò il recipiente con cura paterna, lo ruotò secondo il rito e ne bevve il contenuto in tre piccoli sorsi, l’ultimo dei quali fece risuonare ostentatamente.
Poi Dorinbo, sacerdote del tempio Shoren-in, lasciò che il Vuoto riempisse la sua mente.
Non sapeva bene quanto tempo fosse passato, quando il rumore di passi nel giardino lo risvegliò dalla sua profonda meditazione. Un uomo basso, vestito poveramente, si presentò sulla soglia e s’inchinò profondamente, aspettando che gli fosse dato il permesso di parlare.
A un cenno del vecchio, varcò l’ingresso e s’inchinò nuovamente. – Il mio signore, Arima Kihei, valente Samurai, mi invia a riferire che intende accettare la sfida del sensei Bennosuke, qui residente.
A sentire quelle parole, quel nome, l’espressione di calma serenità svanì dal volto di Dorinbo, sul cranio rasato del quale cominciavano già a comparire gocce di sudata agitazione.
Da quando il giovane Bennosuke aveva lasciato la dimora del padre per stabilirsi presso di lui, non aveva che guai, uno dietro l’altro.

Arima Kihei, si era presentato a Hirafuku un giorno di primavera.
Aveva costruito un piccolo recinto di bambù e vi aveva apposto un cartello su cui aveva scritto che avrebbe accettato di combattere con chiunque avesse voluto sfidarlo. Una spavalderia, una spacconata non degna di chiunque seguisse realmente la Via del Guerriero, il Bushi-do.
Shinmen Bennosuke, passando di là dopo una mattinata trascorsa a imparare l’arte della scrittura, estratto un piccolo pennello rese noto scrivendo sul cartello che lo avrebbe affrontato lui stesso, la mattina seguente.
Dorinbo sudava: come avrebbe potuto spiegare al suo ospite che lo sfidante del suo padrone era appena tredicenne?
Si risolse che il giorno successivo avrebbe accompagnato all’appuntamento il giovane, che si sarebbe scusato.
– Hai inteso bene? – disse a voce alta, quando il messo si fu accomiatato, rivolto a un ragazzo che stava ritto sulla soglia di una piccola porta alle sue spalle. Il giovane, alto e scompigliato demonietto dei monti annuì.
-Si, zio.

Al sorgere del sole, il sacerdote si levò per recarsi all’appuntamento e s’accostò alla stanza di Bennosuke per esortarlo a fare altrettanto ma, affacciatosi, non lo trovò.
Pensando che lo avesse preceduto si recò presso il Samurai.
Questi era un uomo di media statura, dai tratti decisi e dai capelli non ancora imbiancati dal tempo. Aveva spavaldamente esposto l’armatura, simbolo del suo retaggio, all’ingresso del recinto, in modo che tutti potessero sapere chi fosse. Quando arrivò il sacerdote, lo trovò col busto scoperto mentre eseguiva esercizi di spada attorniato da una piccola folla di curiosi. Cercando con lo sguardo in mezzo a quelli, s’accorse che il nipote non c’era ancora.
Era passata quasi mezz’ora dal suo arrivo e, mortificato per la totale incoscienza del nipote, il sacerdote non la smetteva più di proferire inchini.
– Basta – ruggì il guerriero, spazientito – non ho tempo da perdere con un vecchio. Se non viene lui, andrò a cercarlo io – e, paonazzo in viso, si avviò verso l’uscita del recinto.
– E’ facile – cantilenò una voce – lanciar sfide così, in un villaggio di contadini, gente che è già tanto se sa menar la zappa –
La folla, incredula, si voltò e s’aprì per vedere a chi appartenesse tante irriverenza.
Arima Kihei si trovò di fronte ad un ragazzo alto e robusto, fin troppo per la sua età, dai tratti decisi e gli occhi balenanti di furore.
I capelli lunghi, arruffati e in disordine, gli cadevano alla rinfusa sul kimono sudicio ed ai piedi calzava i resti di un paio di sandali di paglia. Si era portato appresso un bastone lungo quasi due metri, che doveva essersi lavorato egli stesso per renderlo simile a una spada, e suscitava una vaga idea di brutalità.
Avanzò fino a trovarsi a pochi passi dal samurai e, invece di inchinarsi in segno di scusa, sotto gli occhi increduli di questo, di suo zio e di tutto il paese, partì all’attacco con un fendente micidiale.
Il bastone fischiò nell’aria ma Kihei, che sebbene fosse un gradasso era effettivamente un abile spadaccino, anche se impreparato riuscì all’ultimo a schivare il colpo. Si mise allora in guardia, brandendo la spada, incurante delle suppliche del vecchio: era ormai evidente che si stava lottando per la vita e l’onore.
Bennosuke colpì ancora, incontrando stavolta la lama dell’avversario, che a sua volta rispose con un fendente in direzione delle gambe e che pure fu sventato.
L’arma del ragazzo, anche se di legno, metteva a buona prova l’abilità del samurai grazie alla sua lunghezza, e non temeva affatto il confronto con il ferro. Lo scambio di colpi proseguì senza cortesie per alcuni minuti finché, con stupore di tutti e dello stesso Kihei, abbandonato il bastone Bennosuke afferrò saldamente l’avversario, sollevandolo e scagliandolo di testa al suolo. Poi, con ferocia, lo finì col suo legno.

-Non credo – disse Dorinbo al nipote, mentre due servi portavano via il corpo esanime dello sconfitto – che sia un bene che tu resti qui ancora.
Il giorno seguente, col suo vecchio kimono e quel suo strano bastone, Shinmen Bennosuke s’incamminò verso Miyamoto, dove abitava ancora sua sorella nella casa del padre.

Tre anni

Mi aggiusto la cravatta.
L’ampia terrazza si spalanca sul mare: dev’essere da un posto come questo che Dio guarda il creato. Sotto un piccolo traliccio, intrecciato di vite selvatica, ci sono un tavolino in ferro battuto e alcune poltrone di vimini. Una brezza fresca soffia risalendo dal mare il fianco della collina, rendendo un po’ meno feroce il sole di Agosto.
Solo ora mi rendo conto di quanto devo sembrare inadeguato.
L’abito scuro impeccabile, le scarpe lucide, la cipolla nel panciotto, il Times sotto braccio e il mio solito pallore. Davvero, mi ci vorrebbe una vacanza.
Una giovane dagli occhi a mandorla esce dall’ombra della casa dipinta di bianco e mi viene incontro. Profuma di gelso, i lunghi capelli neri ondeggiano ad ogni suo movimento riempiendo l’aria di quella fragranza. Mi fa accomodare su una delle poltrone, poi sparisce discreta.
Lui arriva qualche istante dopo.
E’ invecchiato infinitamente: La barba è curata e impeccabile come sempre ma i capelli, ora del colore dei sassi,  si sono ritirati dalla fronte spaziosa e sono stati raccolti in una piccola coda. Il tempo, abile artigiano, ha cesellato il volto di nuove rughe leggere, valorizzando gli occhi verdi sempre pieni di vita.
Mi sorride.
Per questo mi piace: quasi nessuno sorride, quando mi vede.
Si siede di fronte a me, poggiando il bastone sul bracciolo della sedia.
Il vento gioca con gli abiti di lino color panna, lui chiude gli occhi e si lascia accarezzare dalla brezza.
Quando li riapre e li punta nei miei, il verde della speranza si incontra col nero dell’abisso.
Restiamo così per qualche istante, raccontandoci in silenzio del tempo trascorso.
Ci conoscemmo quasi trent’anni prima, in un ospedale di Ginevra. S’era sentito male durante la presentazione del suo ultimo libro, il cuore aveva ceduto ed io ero già pronto a fare il mio lavoro. Ma quando entrai nella stanza mi sorrise, proprio come adesso. Poi parlammo. Poco professionale da parte mia, lo so, ma mai in tutta la mia lunga carriera avevo incontrato uno come lui. All’alba il cuore batteva ancora. Lo lasciai, promettendogli di tornare a fargli visita tre anni dopo, e così feci ogni tre anni, fino ad oggi.
Oggi, che è l’ultima volta.
In paese, lontano sulla costa, una vecchia campana batte l’una.
– E’ ora, Giovanni.
– Un istante ancora. Sofia, per favore.
La giovane ci raggiunge, su un vassoio di legno regge in equilibrio una bottiglia di limoncello ghiacciato, una ciotola di ricotta, del miele e una manciata di fichi che sembrano esplodere.
– Non possiamo partire a stomaco vuoto.
Faccio cenno di sì con la testa.
Spacca un fico e lo adagia su una foglia della stessa pianta, il latte scorre come sangue e l’odore mi buca il cervello. Poi con un cucchiaio di legno prende la ricotta, la adagia con cura infinita al suo fianco e la ricopre con una colata dorata di miele, ambra allo stato liquido.
Mi porge quel piatto e ripete l’operazione per sé.
Al primo boccone il corpo ha uno spasmo, tutti i sensi toccano insieme l’apice dell’estasi.
Lui mangia, assaporando ogni boccone come fosse l’ultimo. In tutta franchezza, lo è.
Io lo imito, concedendomi un momento di pausa dalla solita mortale routine.
Mi mancheranno questi attimi.
Capovolge la bottiglia, il liquido giallo, splendente e viscoso, scende a fatica per il collo stretto, gorgogliando. Il suono dei bicchieri che si scontrano anticipa il gelo ardente del limoncello che scivola giù per la gola. La campana batte due tocchi.
– E’ tardi, Giovanni.
– Ancora una cosa, poi andiamo. Sofia, le corde.
Sofia torna, ubbidiente, reggendo una piccola chitarra come fosse un bambino.
Il mio ospite la imbraccia, pizzica le corde con dolcezza e ne corregge le stonature, sorride.
Annuisco ancora una volta e sprofondo nella poltroncina.
La seconda volta che ci incontrammo, tre anni dopo, era su un treno diretto a Bucarest.
Lo chiamai e lui distrattamente mi porse il biglietto. Quando si rese conto dell’equivoco, sorrise e mi invitò a sedermi. Aveva con sé una vecchia chitarra, uno strumento delicato ed elegante. Quello stesso che adesso accompagna la sua bella voce, calda e malinconica, sulle note di “killing me softly”. La mia mente si perde, spaziando sull’immensità di quel mare calmo, seguendo il volo lento dei gabbiani e le infinite sfumature del cielo all’orizzonte.
Mi riprendo quando la campana risuona di nuovo, al terzo rintocco.
– Andiamo? – mi domanda. E’ in piedi di fronte a me, il suo solito aspetto curato e la sua anima serena, è pronto. Il bastone sotto braccio, il cappello di Panama  stretto nella sinistra.
– Non oggi, Giovanni.
Ci rivedremo tra tre anni, quando la morte avrà bisogno di un’altra vacanza.

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