Il Condominio – Parte III

Come le altre parti, anche questa è sconsigliata agli under 16.
Buona lettura!
Ci sono almeno due lati positivi nell’addormentarsi vestiti: al risveglio sei già pronto e non devi stare lì a chiederti cosa indossare. Nonostante abbia passato la notte sulla poltrona del mio ufficio, con la testa schiantata sulla scrivania dall’ultimo bicchiere, mi sento un leone. Perfino la sveglia non mi sembra ostile come al solito. Stacco il foglio che mi si è appiccicato alla fronte ed estraggo dalla mia natica destra la punta di una matita, i cui resti sono ancora sparsi sulla poltrona. Ecco cos’era a darmi fastidio, stanotte.
Metto la caffettiera sul fuoco e mi concedo il lusso di aspettare che il caffè sia pronto, leggendo buffi ritagli di giornale che conservo per occasioni come queste.
Sto rileggendo l’annuncio di un ferramenta di Urbino recante l’invitante promessa “qui chiavi subito”, uno dei miei preferiti, quando il telefono squilla. Il suono proviene da sotto una gigantesca pila di scartoffie accatastate a terra.
Mi chino, la schiena schiocca minacciosamente mentre le vertebre ritrovano il loro assetto dopo una notte da fachiro. Rovisto tra chili di carta fino a che le mie dita non si chiudono intorno alla cornetta.
– Burton.
Dall’altra parte arriva la voce tremante del signor Tacqui, o come diavolo si chiama. E’ parecchio agitato.
– Si calmi e ricominci da capo – gli dico, cercando di imprimere un significato alle sue parole sconnesse.
– Deve venire subito. Qualcuno è stato qui stanotte.
– Lo ha visto?
– Venga subito e basta!
Riaggancio. Il caffè intanto è uscito dalla caffettiera, è scivolato sul legno della scrivania ed è andato a formare una chiazza notevole sulla moquette. Addio colazione.
Fuori il cielo ha un’aria malsana: quella di uno che dopo una sbronza deve ancora capire se ha finito o no di vomitare.
Il temporale della scorsa notte ha fatto straripare i tombini, inondando le strade di una melma marrone e maleodorante. Osservo un grosso sorcio che va alla deriva su una scatola da scarpe, mentre prego tutte le divinità di cui sono a conoscenza che la mia macchina sia in condizione di camminare.
Fuma e sputacchia, sembra un battello a vapore. Ma va avanti, la ragazzaccia, questo è quello che conta.
Poco alla volta ricomincia il diluvio mentre il traffico, tra i poveracci che come me vanno a lavorare e il maltempo, è talmente congestionato che riesco a sentire sia il radiogiornale delle sette che quello delle otto.
Verso le otto e mezza arrivo in via Turati, ormeggio l’auto ad un lampione e raggiungo a nuoto il portone.
Attraverso l’atrio e salgo gocciolando la rampa di scale che conduce al primo piano.
Quello gnomo del mio cliente mi attende sulla soglia, sconvolto.
E’ lordo di sangue dalla punta del naso a quella dei piedi, ma il fatto che si regga ancora sulle gambe mi fa bene intendere che non sia suo. Senza neanche offrirmi una sigaretta si volta e mi fa strada lungo il corridoio, stavolta diretto verso la sua stanza, un ambiente pacchiano come il proprietario. Mobili di legno nero in stile moderno, moquette bianca, lampade alogene. Letto a due piazze rotondo con lenzuola zebrate e testa di mozzata porco. E’ quello che ho detto. Una pozza appiccicaticcia di sangue rappreso s’è formata sulla moquette candida a fianco al letto.
– Cos’è, erano finite le teste tradizionali di cavallo, al discount della malavita?
Non mi risponde, sta rovistando in una cassettiera piena di calzini orrendi. Ne srotola un paio e dal fondo pesca un portapillole, quindi ingoia due pastiglie e si siede su una poltrona dorata con imbottiture in camoscio.
– State girando un’imitazione scadente de Il Padrino, per caso?
Totò si aggira per la stanza, incuriosito. Questo mi suggerisce che io invece ho scordato di prenderle, le pillole.
Cerco di ignorarlo anche se devo ammettere che, per essere una proiezione mentale postraumatica, ha un gran senso dell’umorismo. Mi concentro quindi sulla testa, separata dal resto del suino con un taglio abbastanza netto. Pinzato all’orecchio sinistro c’è ancora un brandello del cartellino del macellaio: si leggono solo le prime tre lettere, ma sono più che sufficienti. Cerco il numero sull’elenco e lo compongo sul telefono dello studio a fianco. Risponde un uomo.
– Zio Frattaglia, le meglio  carni d’Italia, come posso servirla?
– Buongiorno, sono il dottor Michelis, la chiamo dall’ufficio malattie infettive. Ha toccato suini od ovini, nelle ultime 48 ore?
Attimo di silenzio.
– Certo – balbetta alla fine la voce dall’altro lato del telefono – Perché?
– Allora non c’è tempo da perdere. Potreste essere esposti ad un raro agente patogeno ad alto rischio  e potenzialmente letale.  Corra in ospedale a farsi fare una colonscopia, e intanto mi passi il responsabile.
– Sono io, il responsabile – dice con tono allarmato.
– Ho urgente bisogno di sapere se avete venduto teste di porco, ultimamente.
– Solo la testa?
– Precisamente. Il virus si innesta nelle cellule cerebrali, devo rintracciare l’acquirente.
– Ne ho venduta una in effetti, un ordine abbastanza insolito. Consegna a domicilio. Un attimo solo.
Sento un rumore di fogli e scartoffie, poi l’uomo riprende la cornetta. A volte mi meraviglio dell’ingenuità di certi individui.
– Via Turati 13, appartamento 6.
– Grazie mille. Manderò qualcuno da voi in giornata per la profilassi.
– Un momento, ma perché la colonscopia…
Riaggancio, dopo un’interpretazione magistrale. E pensare che nelle recite scolastiche mi facevano fare sempre l’albero. Abbandono il signor Taschi al suo stato vegetativo e mi avvio verso il prossimo sospettato.
L’appartamento occupa interamente il terzo piano. Sopra il numero 6 è stata appesa una luce rossa lampeggiante, la porta è spalancata e si affaccia direttamente su un ampio salone.
Davanti a me, su un divano che ingombra gran parte dello spazio disponibile, un africano con ottime referenze ha un bel daffare con tre bionde smaliziate, nude come mamma le ha fatte.
Il taccuino mi cade di mano e la bocca si spalanca in uno slancio di stupore.
– Stop! Stop, dannazione.
A quelle parole le biondone si coprono e vanno a rifarsi il trucco mentre io divento quasi strabico nel tentativo di seguire tre paia diversi di chiappe perfette.
Un grassone con la barba, i capelli lunghi unti come patatine fritte e un paio di occhiali da sole mi si avventa contro sventolando in modo isterico un plico di fogli.
– Che diavolo fai qui, non hai visto la luce rossa fuori? – dice, indicando la porta con le dita grassocce.
– Mi manda il signor Taschi – tento di spiegare, trattenendo il fiato. Puzza in maniera insopportabile, come di un’eccitazione sudata.
– Chi?
Sbaglio sempre.
– Il proprietario dello stabile.
Mi squadra dalla testa ai piedi, spulciando i residui di un pasto rimasti imprigionati nella barba color carbone.
– Ma gli avevo detto che la scena del maniaco sessuale è domani. Non avete letto il copione?
Lo guardo perplesso. Ora che ci penso, mi ha appena dato del maniaco sessuale.
– Perché, i film porno hanno anche un copione?
Mi sventola davanti un fascicolo di ben sette pagine. Sarà un lungometraggio.
– Credo che lei abbia frainteso, signor…
– Fausto Sebaci. Regista, produttore e attore.
Alla terza qualifica non riesco a trattenere una risata. Se questo si spoglia, dal porno passiamo all’horror.
– Senti – mi dice seccato – non ho tempo da perdere io.
Gli spiego la situazione.
– Siediti lì – sbuffa, indicando una sedia vuota nella penombra dietro la cinepresa – dopo parliamo.
Non me lo faccio ripetere due volte. In questo lavoro le gratifiche sono poche, un’occasione del genere capita una sola volta. Mi accomodo sulla sedia pieghevole, in mezzo a un quartetto di trentenni arrapati. E’ il prezzo da pagare per assistere allo spettacolo, suppongo.
Puzzano di sfigato lontano un miglio, ansimano ad ogni centimetro di pelle scoperto e a volte grugniscono abbastanza forte da far interrompere le riprese.
Quello alla mia sinistra, un ragazzo stempiato e con la faccia decorata di brufoli, mi porge sorridendo il suo secchiello di popcorn. Dio solo sa dove ha messo le mani, prima. Per stavolta passo.
Un’ora dopo siedo di fronte a Fausto Sebaci nella stanza che ha eletto ad ufficio, guarda caso la dispensa. Vado dritto al sodo.
– Pare che qualcuno stia cercando di togliere di mezzo il mio cliente. Stamattina si è svegliato con una testa di porco nel letto, che ho saputo essere stata ordinata da qualcuno in questo appartamento.
– Ecco dov’era finita – esclama sorpreso il regista – l’avevo ordinata io stesso.
– Per quale motivo?
– Il film si chiama Quel porco del vicino, la testa era un elemento scenico fondamentale. Appena consegnata, l’ho messa nel grosso congelatore che abbiamo portato in cucina.
Questo tizio, oltre che disgustoso e perverso, è anche irritante. Parlando gesticola continuamente, come dirigesse una maledetta orchestra. Un’orchestra in cui suonano tutti il flauto e invece di soffiare aspirano.
– Ha idea di come abbia fatto a finire nel letto del mio cliente?
Fa spallucce.
– Al mio arrivo mi è parso di capire che avete un qualche genere di rapporto.
– Ogni tanto mi procura qualche attore a buon mercato e io gli faccio qualche ripresa privata. Si può dire che siamo quasi soci.
– Nessuno screzio?
Scuote la testa, causando una nevicata fuori stagione.
– Avrei bisogno di dare un’occhiata al congelatore dove aveva messo la testa.
La cucina è stata riallestita per ospitare il materiale tecnico di scena. In mezzo a un bosco di riflettori e ad un appendiabiti a rotelle pieno di costumi da idraulico, giardiniere e infermiera, c’è un vecchio congelatore da bar che produce un ronzio basso e costante. Lo spalanco: tra le pareti coperte di ghiaccio ci sono solo superalcolici, ma è tutto pulito. Probabilmente la testa era contenuta in un sacco o roba simile.
Congedo Fausto Sebaci senza stringergli la mano, per ovvi motivi, ma non prima di essermi fatto dare i recapiti di tutte le attrici. Per le indagini, ovviamente.
Mi siedo a pensare sulle scale, fuori dall’appartamento. Sento che al mio puzzle mancano ancora parecchi pezzi. E a proposito di cose mancanti, mi guardo intorno per cercare Totò. L’ho perso di vista quando la mia attenzione è stata monopolizzata dalle tre grazie senza veli.
Ora mi ci vorrebbero un caffè e una doccia fredda, l’uno per disinceppare il cervello e  l’altra per placare un’imperitura erezione. Scendo nuovamente fino all’atrio, dove ho visto una vecchia macchinetta a monete, continuando a scervellarmi su questo caso di cui non vedo ancora la fine.
Mi blocco a metà strada: c’è qualcosa di storto. E non mi riferisco all’erezione.
Quando Totò mi raggiunge, sto ancora tentando di capire cosa.
– C’è una scritta nuova sulla parete – mi suggerisce, ponendo fine al mio tormento.
Benedetto subconscio malato.
Sempre vernice rossa: “Tachis porco”. L’allusione alla testa nel letto è fin troppo chiara.
–  Cazzo.
Salgo i gradini quattro alla volta, quando arrivo all’appartamento del signor La Siepe ho il fiatone ed un crampo al polpaccio destro. Non ho più il fisico per queste stronzate.
Entro senza bussare, l’imbianchino alza la testa e mi fissa. E’ ancora lì dove l’ho lasciato ieri, legato alla sedia, in mutande. Esco e richiudo la porta, mozzandogli una bestemmia piuttosto articolata.
Eppure ero certo fosse lui. E’ sempre bello quando a metà di un caso scopri di non aver capito un cazzo.
Se non è stato l’imbianchino, che è ancora legato qui, e non è stato il regista, che era con me, vuol dire che la mia sfilza di interrogatori continua. Dopo pranzo però.
Camminando rasente ai muri per bagnarmi il meno possibile, scovo una piccola trattoria.
La proprietaria è una vecchina che odora di pane appena sfornato e che si aggira in ciabatte per la piccola sala quasi completamente vuota. Mi fa accomodare a un tavolo in disparte e accende una candela, la cui cera inizia a colare sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi. Mezzo litro di vino, un piatto di spaghetti ai frutti di mare e una bistecca al sangue mi metteranno dell’umore giusto per affrontare il resto di una giornata di merda. Totò mi guarda mangiare con invidia, sperando forse che qualcosa mi vada di traverso.
– Come pensi di procedere ora? – mi domanda, appoggiando il mento appuntito sulla mano, senza smettere di fissare il movimento rotatorio della forchetta nel piatto.
– Non lo so. Praticamente chiunque in quel palazzo avrebbe un buon motivo per ucciderlo, la lista che ho stilato sembra un’enciclopedia. Mi stupisce che sia ancora vivo.
Mi pulisco la bocca con l’orlo della tovaglia e butto giù mezzo bicchiere.
– E questo non ti fa sorgere il dubbio che non sia una persona per bene?
– Totò, non piace neanche a me, ma i soldi erano buoni. Non ho tempo per stronzate moraliste, dormo nel mio ufficio cazzo.
La vecchia intanto arriva con la mia bistecca, sembra non curarsi del fatto che sto parlando da solo.
– E poi, il fatto che con tutta probabilità uno sia una carogna, non ti autorizza a farlo secco.
Totò alza gli occhi al cielo e fa cenno con la mano, come a dire parla, parla.
Poi è la volta della crostata di mele offerta dalla casa. Una delizia, l’apoteosi del sapore, ogni boccone sembra sciogliersi in sulla lingua.
– Complimenti – grido alla proprietaria, voltandomi verso di lei.
Quella si passa il dorso della mano sotto al naso, producendo un suono irripetibile, poi se la asciuga sul grembiule.
– Grazie, l’ho fatta con le mie mani.
Mi è passato l’appetito. Lascio i soldi sul tavolo, vicino al resto della crostata, e sotto lo sguardo divertito del mio amico immaginario mi avvio verso l’uscita.
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Il Condominio – Parte II

Il mio prossimo colloquio è con l’inquilino dell’appartamento numero 12, l’imbianchino.
Mi fermo sulla soglia. Da dentro viene un rumore forte, come di trapano.
Immagino che con questo baccano bussare sia inutile, ma un tentativo lo impone la buona educazione.
Non mi accorgo che la serratura è stata divelta e la porta si spalanca al primo colpo.
Davanti a me ora ci sono quattro individui, uno dei quali in una pessima situazione.
Giace legato a una sedia col volto coperto di lividi, un occhio viola e gonfio e svariate abrasioni e bruciature sul resto del corpo seminudo.
Un uomo in abito scuro, lordo di sangue che certamente non gli appartiene, lo tiene per i capelli mentre un secondo, vestito uguale, impugna un grosso trapano. In disparte, come fosse al cinema, un terzo compare siede tranquillamente su una poltrona con un bicchiere di liquore in mano.
– Il signor La Siepe presumo – dico rivolto a quello in mutande, che si limita ad annuire e sputare sangue.
– Ho sbagliato momento eh?
Quello seduto in poltrona agita il bicchiere, facendo tintinnare il ghiaccio al suo interno.
– Ma le pare – dice – se vuole sedersi piuttosto, tra cinque minuti abbiamo finito.
E’ un tizio inquietante. Ha occhi neri e magnetici da cui è impossibile distogliere lo sguardo, tanto che il resto della sua persona appare quasi indistinto.
– Capisco. Ma vede, io ci devo parlare col signore.
– Cercherò di venirle incontro. Sentito, Floris?
L’uomo col trapano annuisce, posa l’attrezzo sul tavolo vicino ad un’altra decina di gadget dal kit del piccolo sadico e afferra una fiamma ossidrica portatile.
Appendo l’impermeabile all’ingresso e mi sistemo nella stanza accanto, una camera da letto con le pareti azzurro pastello. C’è anche un vecchio giradischi, chiudo la porta e metto su Twist and Shout per coprire le grida.
Qualche minuto dopo, bussano. Peccato, il disco non è ancora finito.
Esco con cautela, ma nel piccolo salotto non è rimasto nessuno eccetto l’imbianchino, ancora legato alla sedia. E’ un uomo di circa quarant’anni, un perfetto signor nessuno. Al vasto catalogo di piaghe inferte si aggiunge una grossa ustione su una coscia e nell’aria c’è un odore nauseante.
Mi siedo, accendo una sigaretta e appoggio il pacchetto sul tavolo.
Per riflesso, l’imbianchino sgrana gli occhi e stringe le cosce. Quei tizi facevano sul serio.
– Signor La Siepe, sono Frank Burton, investigatore privato. Dovrei farle alcune domande.
Annuisce lentamente, senza perdere d’occhio la mano con la sigaretta.
Forse dovrei spegnerla, mi sembra piuttosto scosso.
Ancora un tiro.
– Per cominciare, chi erano i suoi ospiti?
– Nessuno di importante. Degli amici che mi hanno fatto un prestito, tutto qui.
Mi sforzo di immaginare cosa sarebbe successo se non fossero stati amici.
– Ha problemi finanziari dunque.
Non risponde.
– Lei è imbianchino, tiene le vernici in casa o ha un magazzino?
– In casa – indica con la testa un armadio a muro.
Mi alzo e vado ad aprirlo: al suo interno sono stipati in ordine cromatico grossi barattoli di vernice, dal nero al bianco, per tutto lo spettro. Altra parola che ho imparato su un documentario. Mi chiedo cosa non si impara, in tv. Ad ogni modo manca un colore, precisamente tra le tonalità di rosso magenta e primario.
Prendo nota e torno al mio posto.
– Cazzo – dice una voce alle mie spalle – questo sì che l’hanno frullato per bene.
Sento il rumore delle scarpe eleganti di Totò, che fa il suo ingresso nell’appartamento.
– Sembra che sia passato un tornado. Guarda, è arrivato sangue perfino sul soffitto.
– Totò, sto lavorando. Ti spiace?
– Mi spiace sì, avrei voluto esserci. Comunque vedi, avevo ragione. Questo tizio è perlomeno sospetto.
La Siepe intanto è ancora legato alla sedia, con l’espressione di chi comincia a pensare che lo hanno pestato troppo forte sulla testa.
– Guardi che io sono qui, che cazzo sta blaterando – si lagna.
– Lo so – gli dico  -arrivo subito, non rompa i coglioni.
Convinco Totò ad aspettarmi fuori e torno al mio sospettato.
– Ha qualche conto in sospeso con il signor Tarsi?
– Chi?
Ci risiamo, coi nomi faccio cagare. Come diavolo si chiama?
– Il proprietario dello stabile – risolvo brillantemente.
– E’ un bastardo.
– Può essere più preciso?
– Madre certa e padre ignoto.
Spiritoso, per essere uno a cui hanno appena spento una sigaretta sullo scroto.
Mi alzo e faccio un giro per la stanza: c’è troppo buon gusto nell’arredamento per un uomo del genere.
– Da quello che mi è stato detto – spiego, passeggiando tra i resti dell’appartamento a soqquadro -avete avuto qualche discussione accesa, in passato. A che riguardo?
Non risponde, ma per un istante il suo sguardo corre all’unica foto rimasta appesa al muro.
E’ il primo piano di una bella donna, ricci castani, occhi grandi che non guardano l’obiettivo. Do un’occhiata alla mano dell’imbianchino, al posto della fede c’è una striscia di pelle chiara. Divorzio recente, lo so per esperienza.
Era sua moglie, questa? – domando, sottolineando bene il tempo passato del verbo, senza distogliere lo sguardo dalla foto. Con la coda dell’occhio colgo l’espressione rabbiosa che altera ulteriormente i suoi tratti già sconvolti. Credo di essermi fatto un’idea sufficientemente chiara.
– Qui ho finito – dico, recuperando l’impermeabile e avviandomi verso l’uscita.
– Come sarebbe a dire ho finito – grida quello, isterico, saltellando sulla sedia – non sta dimenticando niente?
– Ah già.
Torno indietro e recupero le sigarette dal tavolo. A volte non so dove ho la testa.
– Grazie, con quello che costano…
Uscendo, mi tiro appresso la porta.
Ora sono quasi certo che le scritte sul muro le abbia fatte lui. Ma non bastano a provare che stia tentando di uccidere il mio cliente e poi, se chiudessi il caso adesso, rimarrei disoccupato.
Decido che per oggi ne ho avuto abbastanza, raggiungo la macchina e guido fino a casa.
La pioggia non ha ancora smesso di battere. Un po’ come la mia prima ex moglie.
Seduto alla mia scrivania, affogo la noia in un bicchiere di whisky guardando l’ammasso di foto a cui s’è ridotta la mia esistenza, ognuna con la sua bella cornice.
Una risale a quasi vent’anni fa. Ritrae me e Totò alla festa della birra, ubriachi come irlandesi.
Non che abbia nulla contro gli irlandesi, mio padre era irlandese. Gran brava persona, quando non beveva. O almeno così dicono.
Io, per me, sobrio non l’ho mai visto.
Alla festa della birra, dicevo. Ci reggevamo l’un l’altro per non cadere, avevamo intenzione di bere fino a scoppiare o morire nel tentativo. Poi aveva iniziato a piovere, e mentre tutti correvano a ripararsi noi eravamo rimasti sotto l’acqua a cantare le osterie. Io e Totò, sempre. Mi manca davvero tanto.
Ora è il caso che vi spieghi due o tre cosette sulla mia vita, prima che l’alcool cominci ad annebbiarmi il cervello e prima che cominciate a credermi pazzo. Anche se non saprei darvi torto.
Sono stato effettivamente campione di europeo boxe, pesi medi, col nomignolo di Frankie Boom. Prima del mio ultimo incontro, un match truccato della peggior specie, avevo anche una carriera da poliziotto sottopagato, e Totò era il mio compagno inseparabile. Amici nel lavoro e nella vita.
La sera dello scontro ricevetti una telefonata che non mi piacque, una voce familiare mi consigliò di perdere  o avrei perso il lavoro. Mi disse che il mio armadietto sembrava al momento una raffineria colombiana, e sarebbe bastata un’altra telefonata per farmi la festa. Chiuse recitando cifra per cifra l’esatta combinazione del mio armadietto: non scherzava affatto.
Così persi contro uno che avrei potuto battere con un colpo di tosse o al massimo una scoreggia.
Totò scoprì chi c’era dietro al ricatto e tentò di avvertirmi, ma gli chiusero la bocca a forza, con un colpo soltanto. Quando venni a sapere che il commissario del mio dipartimento aveva fatto una fortuna con le scommesse sul mio incontro, feci due più due e gli ruppi quattro denti.
Poi gli fratturai tre costole, gli spappolai la milza, gli frantumai il naso e gli procurai un trauma cranico. Un mese di prognosi, a sentire i dottori. Ma si sa che i dottori non capiscono un cazzo, infatti quando uscì ripetei l’operazione. Due mesi, stavo migliorando.
Tornato finalmente in servizio, firmò il mio congedo di persona, sorridendomi con quattro denti nuovi, pagati con i soldi della mia sconfitta.
Finita la predica, potete anche commiserarmi adesso.
– Ancora lì a guardare quella merda? – Totò siede dall’altro lato della scrivania, con i piedi appoggiati sopra di essa. Il dottore mi ha detto che non devo parlarci.
– Sì – rispondo, in culo al dottore.
– Non ti sentirai ancora in colpa per caso.
– Sì – Quando sono giù, sono proprio un interlocutore da schifo.
– Guardami.
Continuo a fissare la foto, so già cosa vuole mostrarmi. E’ sempre la solita storia.
– Guardami!
Sollevo la testa a malincuore. Lui scosta la giacca, dalla parte del cuore. Il buco è lì, il sangue bagna la camicia come fosse appena sgorgato.
– Non mi hai sparato tu, smettila di farti le seghe, Frankie.
Per stasera basta. Apro il cassetto della scrivania, cerco tastoni le mie pillole. Ne metto in bocca una e mando giù col whisky, poi chiudo gli occhi e attendo.
Quando li riapro, Totò non c’è più.

Il Condominio – Parte I

Signore e signori, la fornace riapre i battenti! L’estate mi ha dato il tempo di lavorare, il caldo mi ha ammaccato il cervello. Quindi non posso garantire che il contenuto di questo racconto sia totalmente sano… Come tutti gli altri, del resto.Per voiUn raccontino mezzo giallo e mezzo pulp per riprendere alla grande!
Anche questo, lo sconsiglierei agli under 16.


– Dunque crede che qualcuno voglia ucciderla.
Davanti a me c’è un omuncolo basso, calvo e quasi senza collo. Una specie di barile con le gambe pieno di sé stesso. E di soldi, unico motivo per cui ho accettato di occuparmi di un caso simile.
Indossa scarpe di pelle marroni tirate a lucido come una pista da bowling, pantaloni color crema e una camicia di lino bianca aperta sul davanti, a mostrare il pelo sul petto e la catenina d’oro col santo. All’anulare destro porta una sciocchezza che varrà sì e no quanto due rate del mio mutuo, al polso sinistro un orologio che basterebbe per tutte le altre. Mi fissa  con i suoi occhi piccoli, scuri e decisamente troppo vicini tra loro e fa cenno di sì con la testa.
– Vede signor…
– Tachis. Gregorio Tachis.
– Vede signor Tacos, normalmente lascio che ad occuparsi di simili faccende sia la polizia. Li ha già avvisati?
China il capo volgendolo lievemente a sinistra e insieme abbassa lo sguardo.
Traduzione: ho le mani in qualche impasto poco pulito di origine escrementizia sedimentaria comunemente detto merda. Cioè no.
– Molto bene – dico, annotando “bastardo recidivo” sul mio taccuino – ma per questo genere di lavori mi faccio pagare in anticipo. Sa, nel caso che il cliente tiri le cuoia.
L’ometto sembra non gradire, ma non obietta. Tira fuori da un cassetto della sua scrivania una mazzetta di pezzi da cento spessa come l’elenco del telefono.
– Cinquemila bastano?
Vorrei dirgli che per duemila venderei mia madre, ma la parte intelligente di me risponde solo – per cominciare, sì.
Dopo aver preso visione di alcuni fori di proiettile sulla porta dello studio, della foto di un gatto morto che gli era stato appeso fuori dalla finestra e di una quantità incredibile di lettere minatorie anonime, prendo l’impermeabile e mi alzo dalla sedia finto Luigi XVI.
Lui mi imita e mi precede fuori dallo studio, lungo il corridoio semibuio che conduce all’ingresso dell’appartamento.
– Allora, la aspetto qui domattina alle sei.
– Certo, signor Taxi. Intanto, si chiuda bene dentro.
L’appartamento è al primo piano del condominio. Scendo la rampa di scale, illuminata da un neon un po’ schizofrenico, ora acceso ora spento. Supero la grande scritta rossa sulla parete con l’incoraggiante messaggio “Tachis Muori” e mi avvio verso l’uscita. Passando saluto il custode, un vecchio magro come la fame e con due baffi che sembrano cespugli, seduto su una sedia fuori dal portone.
Totò mi aspetta appoggiato alla macchina, la giacca di pelle aperta e una sigaretta indiana stretta tra le
labbra, sotto i baffetti sottili. Si passa una mano tra i capelli corvini per assicurarsi che siano ancora impeccabilmente a posto, poi alza la testa e mi fissa.
– Allora – dice – un nuovo caso per Frankie Boom Burton?
Non permetto più a nessuno di chiamarmi Frankie Boom. Ma Totò è mio amico da sempre, quindi mi limito a dirgli di andare a prenderlo in culo e scattare una foto ricordo da mettere sulla scrivania.
Salgo, regolo lo schienale e inserisco la chiave nel quadro. Tossendo e gemendo, il motore si decide a partire e mi dirigo verso casa.
– Non hai risposto alla mia domanda – mi dice il mio compare, dal sedile di dietro.
Lo fisso attraverso lo specchietto retrovisore, si vedono solo gli occhi verdi e le sopracciglia curate.
Ci ha sempre tenuto troppo, al suo aspetto.
– Dopo l’esaurimento il dottore mi ha detto che non devo parlarti, Totò. Non mi fa bene ai nervi.
– Il tuo dottore non capisce un cazzo. E poi da quando dai retta ai dottori?
– Da quando li pago cento cucuzze all’ora.
Fine della discussione.
Imbocco la strada a scorrimento veloce, dove immancabile mi attende l’ingorgo delle venti.
Tra clacson e madonne riesco infine a raggiungere lo svincolo, quattro chilometri in venti minuti.
Scorrimento veloce un cazzo.
Sto in un vecchio monolocale nella zona portuale.
E’ un posto di merda, tutto un susseguirsi di vecchi edifici in mattoni e battone in ghingheri ancora più vecchie, ma per me ha un valore quasi affettivo.
Parcheggio come viene e mi trascino fino al portoncino. Una folata gelida di vento mi si infila sotto l’impermeabile, facendomi rabbrividire. Per intenderci, come sedersi nudi su un blocco di ghiaccio.
Mi volto per cercare Totò, ma quello se n’è andato. Dev’essersi offeso.
Apro, richiudo e salgo fino al terzo piano dove c’è una porta di legno, tutta graffiata intorno alla serratura: è sempre difficile centrarla, quando sei sbronzo marcio. Sulla porta ho appeso un cartello che dice “Frank Burton P.I.” dove P.I. sta per Private Investigator, all’americana. Anche se, a giudicare dalla piega che ha preso la mia vita ultimamente, sarebbe più corretto Povero Idiota, all’italiana.
Proprio così, vivo nel mio ufficio.
Ho cinquant’anni, un mutuo da pagare, due ex mogli, un congedo obbligato dalle forze di polizia e un passato discreto da pugile, o un passato da pugile discreto.
Entro e schiaccio l’interruttore alla mia destra. La lampadina si anima per un istante, poi muore lasciandomi al buio. Pazienza. Mi svesto sul posto e avanzo orientandomi con il tatto e con l’udito: inciampo su una bottiglia vuota di scotch, scomodando una decina di santi patroni, poi urto col mignolo del piede sinistro l’archivio di metallo e sfioro la scomunica. Dopo quattro o cinque tentativi, dolorante e prossimo alla dannazione eterna, raggiungo la branda vicino alla scrivania. E buonanotte a tutti.

La sveglia suona sempre troppo presto. Non le importa se hai ancora sonno, non le importa quanto hai dormito. Sempre troppo presto.
Senza alzarmi tendo il braccio e afferro il laccetto della tendina, lo tiro e la luce di un alba sporca di smog si posa sul polveroso squallore del mio ufficio.
Convinco me stesso a mettere i piedi per terra. Un suono allarmante mi costringe ad abbassare lo sguardo: sotto al tallone un paio di zampette dentate si contorcono negli ultimi spasmi, mentre il resto dello scarafaggio è stato schizzato fuori dal suo esoscheletro. E’ una parola che ho imparato da poco. Quei maledetti cosi hanno lo scheletro fuori, proprio così, l’ho sentito in un documentario.
Mi pulisco con un tovagliolo e cerco dei vestiti decenti in una valigia che ora è il mio guardaroba.
Riempio la caffettiera con l’acqua del rubinetto e la metto a scaldare sul fornelletto a gas, mentre aspetto mi chiudo nel piccolo bagno per darmi una lavata e scaricare.
Accompagnato dalla mia sinfonia preferita, Sciacquone n°5, mi specchio per decidere se è il caso di radermi.
Ora, gli espedienti narrativi vorrebbero che vi raccontassi come sono o come mi vedo.
Invece, fanculo gli espedienti e la narrazione. Dirò solo che una barba di due giorni non è abbastanza per vincere la mia stoica pigrizia.
Esco dal bagno, la caffettiera gorgoglia. Verso tutto in una tazza da latte e lo butto giù amaro, sentendo il calore che si diffonde lungo tutto il corpo.
Accendo una sigaretta, anche se avevo deciso di smettere un mese fa.
Guardo il pacchetto, questa è davvero l’ultima. Poi devo andarle a comprare.

Guido a ritroso fino in via Turati, dove sorge il condominio del mio cliente.
Com’è che si chiama, già? Tacchi, mi pare.
Vicino al portone c’è già Totò, appoggiato al muro nella sua solita posa da playboy. Lo supero senza nemmeno rivolgergli la parola, ma lui mi viene dietro comunque.
Saluto il custode.
– Questa è nuova? – gli chiedo, indicando la scritta “Tachis Gregorio, per te l’obitorio” comparsa sotto quella che avevo visto la sera prima. Sempre vernice rossa. Il vecchio fa spallucce e brandendo la scopa continua a lottare con la polvere.
Raggiungo l’appartamento al primo piano, busso.
Sento il click di una sicura scattare dall’altro lato della porta. Il mio personale regolamento, al punto 3, recita “meglio il suo culo che il mio”. Estraggo l’arma e sfondo la vecchia porta, che viene giù come fosse fatta di cartone. Mi ritrovo steso sul mio cliente, che geme coprendosi il viso e mi implora di non ucciderlo. L’aiuto a rialzarsi.
– Mi scusi signor Tacchi, non mi aveva detto di avere una pistola. Non pensavo fosse lei.
Ancora scosso, si limita ad annuire.
– E tu lavoreresti per questo gnomo pelato? Sei proprio alle pezze, Frankie – dice Totò, dietro di me.
– Che cazzo ne sai tu di cosa vuol dire lavorare.
Alza le mani in segno di sconfitta. Uno a zero per me.
Il tizio fa una smorfia perplessa, sembra davvero uno gnomo pelato.
– E’ un magnaccia – dice il mio amico osservando l’ambiente – mi gioco tua madre che è un magnaccia.
– Falla finita e vaffanculo fuori da qui. Ho da fare.
– Oh certo hai ragione. Scusa Sherlock, per una volta che qualcuno ti affida il suo pallido culo, è meglio se cogli al volo l’occasione.
Merda, uno pari.
– Fuori dai coglioni, ho detto.
– Ma si può sapere con chi sta parlando? – domanda isterico l’omino, guardandosi intorno.
Faccio segno di lasciar stare. Lo precedo lungo il corridoio, prendo posto davanti alla scrivania nello studio e lo prego di fare altrettanto. Sembra rilassarsi, prende una sigaretta e mi porge il pacchetto. – Vuole?
– Grazie, io le ho finite – lo afferro e me lo metto in tasca.
– Allora, signor Burton, ha già pensato a come procedere?
– Ho intenzione di interrogare i suoi inquilini, prima di tutto. Ha qualche idea riguardo a dove potrei cominciare?

Appartamento 9, ultimo piano.
Un trilocale affittato chissà a che prezzo a tale Davide Rizzuto, un tipo socievole che fa dentro e fuori dal carcere così frequentemente che hanno installato una porta girevole solo per lui.
Un portone girevole anzi, considerando i due quintali di muscoli per due metri di altezza che mi si parano davanti. Indossa una canottiera sporca di sugo e un paio di boxer azzurri.
– Il signor Rizzuto?
Il tizio raccoglie una buona dose di catarro con un rumore che ricorda quello di un trattore e la spara sul pavimento del pianerottolo con la violenza di un proiettile. Devo essere nel posto giusto, questo gentiluomo ha scritto omicidio su ogni capello.
– Dovrei farle qualche domanda.
– Puoi farla al mio culo, stronzo – dice, mostrandomi il medio.
– Volentieri. Il livello della conversazione sarebbe sicuramente più elevato.
Il gigante rimane per un istante perplesso, si gratta tra le chiappe con un dito che sembra un sigaro e poi fa la smorfia di chi ha finalmente capito la battuta. E non gli è piaciuta.
– Ehi un momento, chi cazzo ti credi di essere?
– Frank Burton, sono un…
All’energumeno si inumidiscono gli occhi, mentre quello che dovrebbe essere un sorriso s’allarga in modo grottesco tra le guance.
– Frankie Boom Burton? Oddio. Oddio, non ci posso credere. Vieni entra, siediti – mi dice, articolando appena le parole – sono stato il tuo più grande ammiratore fin dagli esordi. Chiamami  Davidone.
Entro e mi siedo, meglio non contraddire uno chiamato Davidone.
L’appartamento, piuttosto angusto, consiste in un salottino, una stanza da letto, un piccolo bagno e una cucina minuscola. A colpirmi però è la sfilza di foto appese alle pareti, un’autentica mostra monotematica col sottoscritto come unico protagonista. Poi ritagli di giornale, comunicati stampa, biglietti di vecchi incontri. L’energumeno intanto prende posto su uno sgabello, che scricchiola minacciosamente. Oltre alle foto, appeso a un chiodo c’è un paio di guantoni logori. Li riconosco subito: sono quelli del mio primo incontro. Qualche anno fa, rimasto al verde, li ho venduti su internet ad un idiota che me li ha pagati seicento pezzi. Ora ho il piacere di incontrare quell’idiota di persona.
Poi ancora vecchie fasce, un paradenti e perfino…
– Dove cazzo lo hai trovato quello – grido, indicando un vecchio sospensorio che penzola rassegnato da una mensola. – Dall’immondizia dietro il palazzetto dello sport – mi fa lui, allargando le braccia, come fosse la cosa più naturale del mondo. Non riesco a trattenere una smorfia di ribrezzo, questo è davvero un maniaco.
– Scusa per prima – dice – non ti avevo riconosciuto.
– Il tempo passa per tutti.
– Ma tu sei Frankie Boom, la leggenda, il campione assoluto dei pesi medi.
– No, ora sono solo Frank Burton, investigatore privato. E vorrei farti un paio di domande, Davidone.
– Tutto per Frankie Boom.
Non vorrei, ma vista la mole e i precedenti penali di quest’individuo, credo che dovrò inserirlo nella lista di quelli che possono chiamarmi così.
Risponde come uno scolaretto a tutte le mie domande, infilandoci qua e là qualche aneddoto e qualche riflessione sulla mia carriera da pugile. In un quarto d’ora vengo a conoscenza del fatto che ho la media di colpi al minuto più alta degli ultimi quarant’anni, che ero uno dei più quotati dagli allibratori e che quindi in seguito alla mia unica sconfitta il tasso di suicidi in città ha avuto un picco, lievitando del due percento.
Quanto al caso, mi ha rivelato che non possiede armi da fuoco, che sono in parecchi ad avercela col proprietario del palazzo e che lui stesso avrebbe una gran voglia di farlo secco, ma è agli arresti domiciliari per devastazione di proprietà altrui. Ha detto proprio devastazione, sembra che abbiano coniato un reato apposta per lui. Ad ogni modo il tribunale gli ha regalato un bel braccialetto, un simpatico aggeggio che segnala perfino quando va a pisciare. Tiro subito una bella riga sul suo nome.
– Cominciamo con un buco nell’acqua eh?
La faccia baffuta di Totò mi si para davanti appena Davidone chiude la porta alle mie spalle, tutto contento.
– Totò, Ho cominciato la giornata autografando il culo di uno squilibrato, non sono proprio dell’umore.
– Te l’ho detto, hai bisogno di me.
– Tra tutte le cose di cui ho bisogno, il tuo aiuto viene per ultimo. Perfino dopo le parole crociate. Perfino dopo la schifezza che si forma tra le dita dei piedi.
– Oh, piantala di fare lo stronzo. Piuttosto, hai notato che le scritte minatorie all’ingresso sono fatte con la vernice? Non con lo spray, con la vernice.
– E allora?
– E allora mi pare che tra gli inquilini ci sia un imbianchino.
Scorro rapidamente la lista che ho compilato con l’aiuto del mio cliente. Maledizione, due a uno per lui.

Prima di passare dal mio prossimo sospettato, decido di fare un salto dal signor Tapis.
Due operai gli stanno montando la porta nuova. Mi infilo di striscio e lo sorprendo seduto alla sua scrivania.
– Buongiorno signor Tapis –
Sobbalza, facendo volare i fogli e la penna che reggeva tra le mani.
– E’ Tachis. Gregorio Tachis – dice nervoso, mentre raccoglie le scartoffie.
– Perché, io che ho detto?
Mi fa cenno di lasciar perdere, sbuffando. Devo averlo spaventato a morte.
Prendo posto di fronte a lui, poggio le mani sulla scrivania e lo fisso.
– Allora? – mi fa lui, spazientito.
– Niente, il suo sospetto era infondato. Ha una sigaretta?
– Che vuol dire infondato? – mi domanda, porgendomi il pacchetto.
Io lo afferro, prendo una sigaretta e me lo metto in tasca. Le mie le ho dimenticate da Davidone.
– Significa che il signor Rizzuto è agli arresti domiciliari. Se mette un piede fuori da casa la polizia gli fa una colonscopia col manganello. Mi spiego?
L’omino sembra bloccarsi per immaginare la scena.
– Ma quel maniaco mi ha già minacciato di morte tre volte. Ero sicuro che fosse lui.
– Signor Tacci, c’è qualcuno in questo palazzo che non l’ha ancora minacciata di morte? Sia sincero.
Abbassa lo sguardo. Come sospettavo.

Mi ci è voluta quasi un’ora per prendere nota di tutti i motivi che i suoi inquilini potrebbero avere per volerlo morto. Nel frattempo il cielo ha mutato improvvisamente umore e fuori imperversa il diluvio universale, ma è ora di pranzo e a stomaco vuoto si ragiona male. Stamattina ho visto un fast food  a un paio di isolati da qui. Recupero un giornale dal cestino dei rifiuti fuori dal palazzo, non è un ombrello, ma almeno avrò la testa asciutta.
Arrivo al locale completamente fradicio. Mi siedo ad un tavolino in disparte e Totò prende posto di fronte a me. Una cameriera di forse vent’anni s’avvicina sculettando. Bionda, curve al posto giusto.
Mi porta un menù consistente in una sola pagina plastificata.
– Ciao tesoro – mi dice languida, appoggiandosi al tavolo in maniera provocante.
Faccio finta di niente – che c’è di commestibile – domando.
– Ti consiglio la zuppa. Ce l’ho bella calda.
Si passa la lingua sulle labbra, lasciandomi dubitare riguardo a cosa si riferisca l’aggettivo.
– Cristo – le dico – potrei essere tuo padre.
– Certe cose con mio padre non le farei.
Ma in che cazzo di fast food sono finito?
– Portami un panino e basta, mettici quello che ti pare – le dico secco.
Lei con aria offesa si raddrizza e torna a fare la cameriera.
– Vaffanculo, Totò – chiudo la conversazione prima che cominci.
Qualche minuto più tardi arriva il mio panino, ma a portarmelo è un ragazzo dall’aria assonnata. Barcolla fino al tavolo col piatto in mano e si ferma lì, tirando su col naso. Schiocco le dita per disincantarlo, lui mi passa il mio pranzo e resta dove si trova.
– Che problemi hai, ragazzo?
Quello si limita ad alzare le spalle. Pare intenzionato a rimanere dove sta e la conversazione non si preannuncia molto interessante.
– Fa sempre così, quella? – domando con la bocca piena, indicando con un cenno del capo la biondina che ora ripete il suo numero con un altro avventore.
– Per arrotondare – risponde lui, poi torna al suo stato vegetativo.
– Sai amico, credo che ti chiamerò Carciofo.
Finito il mio pasto riconsegno il piatto a Carciofo e, già che ci sono, do un’occhiata a quel che resta del giornale che ho usato per la pioggia. Risale ad un paio di settimane fa, ma è meglio che niente.

Che la festa cominci!

Cosa ci fa un gruppo di satanisti in una trattoria di Oriolo Romano?
Cosa c’entra con loro il noto scrittore Fabrizio Ciba?
Cosa sta succedendo oltre le mura di Villa Alba, blindatissima da qualche mese a questa parte?
Queste ed altre risposte nel romanzo di Niccolò Ammaniti, per la rubrica Liber-a-Mente di oggi: “Che la festa cominci!”
L’autore esce un po’ dal suo solito ruolo di scrittore noir per presentarci una storia frizzante ed ironica, scritta con una penna inconfondibile… e non parlo di quelle che puntualmente vengono fregate in banca.
Un libro che fa ridere e sorridere, che si lascia leggere con facilità straordinaria e che sa come si lascia il segno.
Un libro che, stavolta, non è gratis. Ma che vale la pena di comprare e/o farsi prestare!

Oggi, come sempre ma anche di più, leggere è necessario. Siamo talmente imbottiti di fattori (o fattoni?) X e di Grandi Fratelli, di isole Famose piene di personaggi ignoti e di amici di Maria, che nemmeno ci accorgiamo che il nostro cervello va in pappa.
Le medicine valide sono tante, su questo blog mi sento di consigliarvene almeno una: leggete, leggete, leggete.
F.
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