Miyamoto Musashi – I maestri di Kyoto

-Onestà e giustizia, eroico coraggio, compassione, gentile cortesia, completa sincerità, dovere e lealtà, onore: questo, è Bushi-do. Medita a lungo su queste cose, Terao Magonojo.
Inginocchiato di fronte al suo maestro, il discepolo annuì,  inchinandosi fin quasi a sfiorare il suolo con la fronte.
L’espressione del giovane Terao, però, lasciò trapelare la sua perplessità.
Per il maestro era come un libro aperto e nulla, della sua anima, gli poteva tenere nascosto.
– Parla dunque – gli disse il sensei, con pazienza infinita.
– E la spada, maestro? Dov’è la spada in tutto ciò?
Il sensei alzò gli occhi al cielo, chiedendo agli dei la forza in inculcare il senno in quella testa vuota.
-Ascolta bene quello che sto per raccontarti ora.
Da alcuni anni avevo lasciato la casa di mio padre, a Miyamoto. Prima che tu mi chiamassi sensei, mi chiamavano shugyosha: guerriero senza padrone, che vagava per il paese alla ricerca di fama e gloria.
Dopo aver preso parte alla battaglia di Sekigahara, da cui uscii sconfitto ma conservando l’onore, viaggiai per un po’ senza una meta particolare.
Fu così che giunsi a Kyoto, nella città dei maestri, ansioso di mettere alla prova la mia forza e il loro sapere.
Era primavera, l’aria era carica di odori e vibrava intensamente, scuotendo dalle mie membra i loro ventuno inverni.
Avevo trascorso mesi aggirandomi per i monti come un lupo, combattendo chiunque volesse misurarsi con me e imparando quanto più potessi apprendere. L’acqua, la terra, il fuoco e l’aria, le rondini e le fronde degli alberi erano miei maestri.
Ero sporco, lercio di polvere. Avevo perduto i sandali e il mio kimono sembrava scampato ad un assalto di orsi, sebbene fosse così sozzo che anche gli orsi se ne sarebbero tenuti alla larga.
Solo la spada, tra tutte le cose, mi serbavo di tenere sempre pulita e in ordine, come la mia mente.
Attraversai il ponte sul fiume Kamo, senza badare agli sguardi ora beffardi ora impauriti di cittadini e bifolchi, e mi fermai sulla sua sommità a guardare il corso d’acqua.
Sempre diverso, sempre immutabilmente lo stesso: così mi vedevo anch’io, randagio guerriero della provincia di Harima.
Mi sentivo euforico, così avvolto da camelie in fiore e ciliegi che sembravano esplodere nel loro vigore primaverile. Frotte di donne nelle loro obi colorate sciamavano intorno ai templi, cariche di azalee a tal punto che sembravano fiorire esse stesse. Mi volsi e passeggiai un poco per le strade della città, alla ricerca della mia prossima lezione.
A Kyoto una delle scuole più importanti era certamente quella Yoshioka, fondata da Kenpo, che prima che spadaccino fu abile tintore. Ma il sensei era già morto da tempo, quando giunsi al suo dojo, ed il nome Yoshioka era adesso tenuto alto dai suoi due figli, Seijuro e Denshichiro.
Mi presentai al discepolo che mi venne incontro, pregandolo di dire ai signori che Shinmen Myiamoto Musashi aveva intenzione di sfidarli, uno alla volta o anche insieme.
Oggi mi meraviglio ancora della mia giovane spavalderia.
Lo vidi allontanarsi verso un gruppo di altri studenti, gagliardi figli di samurai, gigli orgogliosi del loro seme.
Tratteneva a stento le risa, indicandomi agli altri compari, che non riuscirono però a fare altrettanto e, ridendo come sciacalli, mi si fecero incontro.
Mi canzonarono, al vedermi così cencioso, sporco di quella fatica che forse loro non conoscevano a sufficienza. Vollero sapere chi ero io e chi fossero i miei maestri. Glie lo dissi.
-Ma non sai – fece uno –che bisogna essere famosi spadaccini già solo per essere ammessi in questa scuola? Come pensi che potrebbero accettare una sfida del genere, i Maestri? –
-E tu, come ti chiami? – mi informai, con calma e compostezza.
– Mizuno Kuroda.
-Mai sentito. Allora vedi, non bisogna essere poi così famosi.
I suoi compagni scoppiarono in fragorose risate ma il giovane, ferito nell’orgoglio, digrignò i denti e serrò la presa sulla spada da allenamento, fino a far sbiancare le nocche.
Proprio come speravo.
– Se credi di essere degno – latrò estraendo l’arma e portandola alta sopra la testa, nella posizione più in auge in quella scuola – battiti ora con me, vagabondo.
Anche se di legno ed usata per allenarsi, un’arma come quella poteva causare gravi danni e perfino la morte. Lo sapevo perché ne avevo una uguale, e non esitai ad estrarla.
Tutti si fecero intorno, curiosi di vedere lo scontro tra il figlio splendido di Mizuno e il povero viandante.
Partii subito all’attacco, senza convenevoli, calando la spada e risollevandola all’improvviso come fanno le rondini nei loro voli primaverili: seguono una direzione e poi subito la cambiano.
Sentii le ossa del mio avversario spezzarsi sotto quel colpo, la spada gli cadde dalle mani.
Altri due compagni seguirono il suo esempio, uno mi scappò d’ucciderlo sul colpo, dopo un paio di scambi.
Accecati di rabbia, colpiti nell’onore, i discepoli capirono che la notizia della disfatta non doveva uscire da quelle mura, ed io con essa. Mi attaccarono allora in quattro, ma non dovetti far altro che assecondarli e affrontarli come fossero uno. Ricorda Terao, niente cambia da uno a molti: se sai batterne uno, puoi batterne due, quindi quattro, così via finché il fiato regge.
La famosa scuola mi stava dando una profonda delusione, così decisi di abbandonare quel posto, lasciando detto che, se avessero voluto, i Maestri avrebbero potuto trovarmi alla locanda.
Nessuno mi fermò mentre attraversavo la soglia, sporco come vi ero entrato ma molto meno entusiasta.
Non passò molto tempo che un messo del sensei Seijuro, che aveva saputo saputo ciò che avevo fatto, venne a cercarmi per dirmi che il suo signore intendeva lavare  la macchia che avevo portato al nome Yoshioka. Alla locanda potei lavare le mie di macchie, facendo un bagno caldo, far rammendare le mie vesti e comprare un paio di sandali di paglia quasi mai usati. Così rimesso a nuovo, l’indomani mi incamminai verso il luogo dell’appuntamento: una piana poco fuori Kyoto, ai piedi delle colline, là dove il fiume Kamo curvando lievemente forma un’ansa naturale tra le sue spire. Il cielo si preparava al temporale, forti folate di vento squassavano come sonagli i grossi fusti nei canneti e il fiume s’era già ingrossato per l’acqua caduta più in alto sui monti. Tardai quasi un’ora rispetto a quella stabilita e quando arrivai, con passo tranquillo, fui accolto da una pioggia di mormorii d’indignazione. I discepoli, alcuni mai visti, altri appena medicati dopo le carezze che gli avevo fatto il giorno prima, attorniavano il maestro, il quale si aggirava inquieto come un leone in gabbia, avanti e indietro, senza posa. Portava i capelli raccolti nel tradizionale maghà, rasati appena per rendere la fronte più ampia, come si usa tra i samurai, e indossava un kimono nero impreziosito da ricamature d’oro.  Al fianco, retta da una fascia scarlatta, portava la tachi, la lunga spada di cui il clan Yoshioka aveva appreso ogni segreto.
Era piuttosto giovane, per farsi chiamare maestro, senza contare che l’impazienza e l’inquietudine suscitate dal mio tardare erano visibili anche a parecchi metri di distanza.
Quando mi scorse, in preda alla furia, mi gridò contro e impugnò l’elsa per estrarre l’arma.
Una spada meravigliosa, battuta chissà quante volte nelle fucine migliori del paese.
Non aspettai, mi lanciai subito in avanti menando un fendente che era pura forza: chi attacca per primo è già un passo avanti nella corsa per la vittoria, meditalo bene.
Lo stile del figlio maggiore di Kenpo era certamente impeccabile, ogni movimento preciso e ogni colpo perfetto, frutto di migliaia di ripetizioni all’ombra del dojo.
Ma ben presto capii che tale spadaccino non potevo certo chiamarlo maestro come fu chiamato suo padre, degnamente, prima di lui: tanta perfezione era infatti sterile, priva di fantasia o sentimento.
Mi fu subito chiaro che avrei vinto lo scontro, e così fu.
Mentre il cielo cominciava a inondare la terra, increduli, i discepoli dovettero portare via il maestro, il petto sfondato da un ultimo colpo.
La sera stessa, alla locanda, fui raggiunto da un messo che portava la sfida di Denshichiro, secondo maestro e secondogenito di Kenpo. Costui aveva fama di essere più forte del fratello, dotato di stazza e potenza fisica senza pari sotto il cielo di Kyoto.
La mattina seguente mi lavai, feci un’abbondante colazione e mi dedicai un poco alla meditazione, poi mi diressi all’appuntamento con la mente lieve di chi sta solo passeggiando.
L’erba odorosa dopo il temporale era soffice sotto i piedi, il sole mi scaldava tutto e una brezza leggera sospingeva i miei passi verso il luogo dello scontro.
Tardai così due ore.
Denshichiro era veramente possente come si diceva, alto e largo come un orso dei monti. Non portava kimono, e il petto nudo era un delirio di potenza. Ma ogni fibra del suo corpo tradiva la sua impazienza e ancor prima di attaccarlo, sapevo che avrei vinto. Quindi urlai, gettandomi ancora una volta in avanti, e le spade cozzarono una, due, dieci volte. Anche il suo stile era perfetto, ma la sua forza lo rendeva davvero più temibile del fratello. Intesi che non avrei potuto batterlo seguitando a menare in quel modo e così, come il fiume aggira una roccia che non può frantumare o spostare, mutai la mia mente e giocai in velocità e precisione. La sua mente invece, pesante come la roccia nel fiume, non seppe mutare e fu battuto. Ancora una volta infine fui sfidato dalla scuola Yoshioka, a nome di un terzo fratello appena tredicenne, vicino a un canneto nella piana di Kyoto. Era però una trappola, e di questo ti parlerò un’altra volta.
-Hai inteso bene quello che ho voluto dirti, Terao Magonojo?
Il discepolo annuì  – non si vince solo con la spada.
– Giusto. Esercita la mente, tempra lo spirito, studia a fondo ogni arte e apprendi il Vuoto. Questo farà di te un guerriero. E ora versa del sakè al tuo maestro!

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