Miyamoto Musashi – Il primo scontro

Shinmen Bennosuke, meglio conosciuto col nome di Miyamoto Musashi, è stato uno spadaccino giapponese del XVI secolo, probabilmente il più grande che abbia mai intrapreso la via del samurai.
Il ciclo di 3 racconti che ho dedicato alle sue imprese più famose, giocando un po’ con gli stili, si ispira a fatti della sua vita realmente accaduti. Buona lettura!

Il vecchio seguì con lo sguardo il petalo del ciliegio, lo osservò volteggiare leggero percorrendo piccoli cerchi nell’aria fino a posarsi nella vasca ai piedi dell’albero. L’acqua si increspò, poi tornò quieta e limpida. Inginocchiato davanti al focolare, di fronte all’ingresso che si affacciava sul giardino armonioso, aspettava paziente che il braciere scaldasse la teiera. Poi infuse il tè in una piccola tazza di terracotta, mescolandolo sapientemente con un mestolo di bambù.
Ogni gesto era calmo, delicato, perfetto.
Si assicurò che tutto,  intorno a sé, fosse nel giusto ordine: ma nella piccola chasitsu, la stanza del tè, c’erano solo una scrittura sacra appesa nella piccola nicchia chiamata tokonomo e una di quelle composizioni floreali frutto di ore di meditazione.
Sollevò il recipiente con cura paterna, lo ruotò secondo il rito e ne bevve il contenuto in tre piccoli sorsi, l’ultimo dei quali fece risuonare ostentatamente.
Poi Dorinbo, sacerdote del tempio Shoren-in, lasciò che il Vuoto riempisse la sua mente.
Non sapeva bene quanto tempo fosse passato, quando il rumore di passi nel giardino lo risvegliò dalla sua profonda meditazione. Un uomo basso, vestito poveramente, si presentò sulla soglia e s’inchinò profondamente, aspettando che gli fosse dato il permesso di parlare.
A un cenno del vecchio, varcò l’ingresso e s’inchinò nuovamente. – Il mio signore, Arima Kihei, valente Samurai, mi invia a riferire che intende accettare la sfida del sensei Bennosuke, qui residente.
A sentire quelle parole, quel nome, l’espressione di calma serenità svanì dal volto di Dorinbo, sul cranio rasato del quale cominciavano già a comparire gocce di sudata agitazione.
Da quando il giovane Bennosuke aveva lasciato la dimora del padre per stabilirsi presso di lui, non aveva che guai, uno dietro l’altro.

Arima Kihei, si era presentato a Hirafuku un giorno di primavera.
Aveva costruito un piccolo recinto di bambù e vi aveva apposto un cartello su cui aveva scritto che avrebbe accettato di combattere con chiunque avesse voluto sfidarlo. Una spavalderia, una spacconata non degna di chiunque seguisse realmente la Via del Guerriero, il Bushi-do.
Shinmen Bennosuke, passando di là dopo una mattinata trascorsa a imparare l’arte della scrittura, estratto un piccolo pennello rese noto scrivendo sul cartello che lo avrebbe affrontato lui stesso, la mattina seguente.
Dorinbo sudava: come avrebbe potuto spiegare al suo ospite che lo sfidante del suo padrone era appena tredicenne?
Si risolse che il giorno successivo avrebbe accompagnato all’appuntamento il giovane, che si sarebbe scusato.
– Hai inteso bene? – disse a voce alta, quando il messo si fu accomiatato, rivolto a un ragazzo che stava ritto sulla soglia di una piccola porta alle sue spalle. Il giovane, alto e scompigliato demonietto dei monti annuì.
-Si, zio.

Al sorgere del sole, il sacerdote si levò per recarsi all’appuntamento e s’accostò alla stanza di Bennosuke per esortarlo a fare altrettanto ma, affacciatosi, non lo trovò.
Pensando che lo avesse preceduto si recò presso il Samurai.
Questi era un uomo di media statura, dai tratti decisi e dai capelli non ancora imbiancati dal tempo. Aveva spavaldamente esposto l’armatura, simbolo del suo retaggio, all’ingresso del recinto, in modo che tutti potessero sapere chi fosse. Quando arrivò il sacerdote, lo trovò col busto scoperto mentre eseguiva esercizi di spada attorniato da una piccola folla di curiosi. Cercando con lo sguardo in mezzo a quelli, s’accorse che il nipote non c’era ancora.
Era passata quasi mezz’ora dal suo arrivo e, mortificato per la totale incoscienza del nipote, il sacerdote non la smetteva più di proferire inchini.
– Basta – ruggì il guerriero, spazientito – non ho tempo da perdere con un vecchio. Se non viene lui, andrò a cercarlo io – e, paonazzo in viso, si avviò verso l’uscita del recinto.
– E’ facile – cantilenò una voce – lanciar sfide così, in un villaggio di contadini, gente che è già tanto se sa menar la zappa –
La folla, incredula, si voltò e s’aprì per vedere a chi appartenesse tante irriverenza.
Arima Kihei si trovò di fronte ad un ragazzo alto e robusto, fin troppo per la sua età, dai tratti decisi e gli occhi balenanti di furore.
I capelli lunghi, arruffati e in disordine, gli cadevano alla rinfusa sul kimono sudicio ed ai piedi calzava i resti di un paio di sandali di paglia. Si era portato appresso un bastone lungo quasi due metri, che doveva essersi lavorato egli stesso per renderlo simile a una spada, e suscitava una vaga idea di brutalità.
Avanzò fino a trovarsi a pochi passi dal samurai e, invece di inchinarsi in segno di scusa, sotto gli occhi increduli di questo, di suo zio e di tutto il paese, partì all’attacco con un fendente micidiale.
Il bastone fischiò nell’aria ma Kihei, che sebbene fosse un gradasso era effettivamente un abile spadaccino, anche se impreparato riuscì all’ultimo a schivare il colpo. Si mise allora in guardia, brandendo la spada, incurante delle suppliche del vecchio: era ormai evidente che si stava lottando per la vita e l’onore.
Bennosuke colpì ancora, incontrando stavolta la lama dell’avversario, che a sua volta rispose con un fendente in direzione delle gambe e che pure fu sventato.
L’arma del ragazzo, anche se di legno, metteva a buona prova l’abilità del samurai grazie alla sua lunghezza, e non temeva affatto il confronto con il ferro. Lo scambio di colpi proseguì senza cortesie per alcuni minuti finché, con stupore di tutti e dello stesso Kihei, abbandonato il bastone Bennosuke afferrò saldamente l’avversario, sollevandolo e scagliandolo di testa al suolo. Poi, con ferocia, lo finì col suo legno.

-Non credo – disse Dorinbo al nipote, mentre due servi portavano via il corpo esanime dello sconfitto – che sia un bene che tu resti qui ancora.
Il giorno seguente, col suo vecchio kimono e quel suo strano bastone, Shinmen Bennosuke s’incamminò verso Miyamoto, dove abitava ancora sua sorella nella casa del padre.

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