Sapore di SIAE

borderò

Quanto fa 300 – 300?
Fa zero, ovvio. Ma tenetelo bene a mente mentre leggete queste righe.

***

Succede che, per far qualcosa di bello in una città progressivamente svuotata dei suoi luoghi di ritrovo e dei suoi eventi culturali, decidi di organizzare un micro-festival di letteratura e musica con la tua associazione.

Succede che, per unire l’utile al dilettevole, decidi che l’evento sarà gratuito e volto a raccogliere offerte spontanee per sostenere un progetto in cui credi (questo).

Succede che l’iniziativa piace e molti artisti – anche parecchio affermati – decidano di partecipare senza volere assolutamente niente in cambio.

Succede che quando – per fare le cose secondo le regole – vai dalla SIAE a chiedere a quanto ammonta il pizzo contributo da pagare per un evento

  1. di beneficienza;
  2. completamente gratuito;
  3. in cui gli artisti partecipano gratis e suonano le proprie canzoni;

in agenzia ti rispondano che per una cosa del genere hai da sganciare la bellezza di 167 euro (forfettari, per ciascuna performance), poi diventati 147 perché siamo passati attraverso la ONLUS.

Dopo aver tentato invano di impietosirli ed esserti sentito rispondere che per pagare un po’ meno avresti potuto provare ad “appoggiarti a una parrocchia” (?), con estrema riluttanza sganci l’obolo.

Morale della favola:

  • Pur di far suonare due bravissimi talenti torinesi, abbiamo regalato alla SIAE circa 300 euro dei quali – tolte le tasse – non ho la minima idea di quanti andranno effettivamente nelle tasche degli artisti in questione. Ma temo ben pochi.
  • Con il cappello, in 4 date sono stati raccolti 335,21 euro per finanziare la costruzione di un impianto idrico in Madagascar.

E ora torniamo alla domanda che ho fatto a inizio articolo: quanto fa 300 – 300?

Zero.

Euro più, euro meno. Che è pressapoco quanto sarebbe stato versato oggi a Help For Optimism Onlus se, guardandoci negli occhi, in associazione non avessimo deciso di farci carico della spesa di tasca nostra.

Trecento euro che avrei preferito devolvere al progetto, invece che pagarli a un ente monopolista come in Europa non se ne vedono dai tempi delle dittature.

In conclusione

non sono un fan di Fedez, ma dopo l’ennesima scampagnata non posso che schierarmi dalla sua parte nella battaglia contro questi burini a vento: si tratta di un ente dalla procedura fumosa, ché non sai mai con certezza quanto dovrai pagare (e figuriamoci se sai a chi e in che proporzione vanno a finire i soldi).

Credo sia ora di dargli una regolata, o meglio ancora una regolamentazione, come del resto vorrebbe la UE.

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Il pomeriggio

Poi lentamente accade
il pomeriggio.

pomeriggio

La bomba che non c’è

Cronaca di un triste finale di finale di Champions in piazza San Carlo, Torino.

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Capita, tornando a casa a tarda sera, dopo aver cercato parcheggio per venti minuti e averlo miracolosamente trovato, di incappare in una fiumana di gente che corre nei pressi di casa tua, con addosso i colori di una delle squadre cittadine. Quella che è arrivata in finale di Champions, per l’esattezza.

Quando chiedi cosa sia successo, capita che ti rispondano in modo confuso cose come «arrivano» o «sparano» o ancora «non andare di là». Ma siccome tu “di là” ci abiti, cammini tranquillo controcorrente, svolti nella via di casa e fai per mettere la chiave nella toppa.

«Abiti là?» dice una voce «Ci fai entrare?»

Ed ecco che mentre una seconda ondata di umanità terrorizzata scuote le strade, tu ti ritrovi a far passare dallo stretto ma pesante e tutto sommato rassicurante portone di casa tua una bella trentina di persone.

Dentro, mentre altre bussano per entrare, con l’aiuto di alcuni vicini che sono scesi a dare soccorso cerchi di capire cosa sia successo.

Non uno che sappia.

E anche gli altri, quelli che arrivano dopo e premono per entrare facendosi quasi male a vicenda, nessuno sa nulla.

«E allora cosa spingi?» chiedi, indicando una ragazza lacrimante incastrata tra lo stipite e il destinatario della domanda.

Si riesce a portare acqua, bende, disinfettante e un po’ di calma:

«Hai visto qualcuno sparare?»
No.

«Hai visto qualcosa esplodere?»
No.

Si danno indicazioni per raggiungere la stazione o altri punti di interesse più o meno turistico senza passare per il carnaio, e poi si esce a cercare di capirci qualcosa.

E più ti avvicini alla piazza del maxischermo – Piazza San Carlo, il salotto di Torino – più lo scenario si fa surreale. Gente travolta, perlopiù scalza, gente sanguinante, gente impaurita, gente sovreccitata. Gente, ovunque.

Ambulanze, lampeggianti, un tizio di Bari che piange, un carabiniere al cellulare.

La folla terrorizzata ha calpestato se stessa, in un frullato di cocci di bottiglia, epitelio e indumenti perduti.

Ma niente. Nessuno sa cosa sia successo.

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E quando torni indietro, ti assicuri che anche i più scossi abbiano trovato la strada di casa o almeno un amico che l’aiuti a trovarla, e con un mucchio di giornali aiuti il tuo vicino a pulire le macchie di sangue che sono ovunque nell’androne e sulle scale, ti fai una domanda.

Siamo già arrivati a questo punto?

Il terrorismo ha funzionato, perché non ha più bisogno di fare nulla per incutere terrore.

E forza Juve.

Meditazione – monologo interiore senza fiato.

Inspira, espira.

Inspira, espira.

Dicono che il segreto della meditazione sia tutto qui.

Inspira.

Concentrandoti sul respiro (espira) puoi tenere a bada la mente.

Inspira.

Solo che proprio mentre sei lì ti viene in mente qualcosa.

Espira.

Qualcosa di insensato, tipo che INSPIRA invece di fare attenzione al respiro stai facendo ESPIRA attenzione a te stesso che stai attento al respiro.

La mente ti ha già fregato.

Inspira. In-spira. Ispira.

Che poi l’ispirazione è proprio questo (espira) lasciare entrare dentro qualcosa.

Probabile che inspirare e ispirare abbiano (inspira) una radice comune.

Espira. E-spira. Spirare. Spirato. Morto.

Chi è morto è senza fiato, una volta per tutte.

Inspira, espira.

Può uno spirato essere ispirato?

Inspira. Espira.

E chi spira, si accorge di aver – inspira espira – esalato l’ultimo respiro?

Inspira, espira, inspira, espira.

Curioso come le parole, dopo che le ripeti un po’ di volte (INSPIRA PERDIO!) sembrino perdere il significato.

Fai attenzione. Espira.

E l’addome? Quando respiri normalmente mica ci mette tutto ‘sto tempo a fare su e giù.

Inspira.

Se fai attenzione al respiro, non riesci più a respirare naturalmente. Espira.

Inspira. Metti il corpo in imbarazzo, come uno che ti guarda mentre fai pipì. E non ti viene.

Espira, inspira, espira

O Dio! E se ora non riuscissi più a tornare a respirare naturalmente e dovessi farci attenzione in eterno?

Inspiiiiira.

Ora ci provo.

… … …

Espira-inspira-espira-inspira.

No, va bene, funziona.

Meglio non esagerare. ESPIRA. Bisogna riportare l’attenzione al respiro INSPIRA ogni volta che la mente scappa via. Facile.

Credo che in frigo ci sia del gelato.

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