I Dialoghi del Terzo Tipo allo Square Festival – Torino
Pubblicato il 11 Maggio 2017 Lascia un commento

Mercoledì 17 maggio, dalle 22:15, insieme all’insostituibile trio teatrale Bosco – Palumeri – Simonetti di Doppeltraum Teatro porterò in scena i famigerati Dialoghi Del Terzo Tipo.
La cornice è quella della prima edizione dello Square Festival, manifestazione culturale che ospita oltre 100 artisti e coinvolge circa 44 locali, in fila per sei col resto di due.
Orsù (M.S., dal lat. orsùs: mammifero esortativo) venite a bere un bicchiere di vino e a farvi quattro risate (o a bere quattro bicchieri di vino e a fare una risata molto lunga) a Casa Martin, in Via Sant’ Agostino 23M!
Requie
Pubblicato il 25 aprile 2017 Lascia un commento

Aveva piovuto tutta la settimana, e ora che c’era il sereno andavo per castagne col padre di mio padre.
La guerra era finita da un po’, e la terra aveva cominciato a rigettare le cose che le avevano nascosto in grembo.
Non avevo mai visto un morto prima di allora. Vederne così tanti, tutti insieme, emergere in lembi bianchi dalla terra bruna autunnale, mi atterrì. Così mi voltai e feci per scappare, ma mio nonno mi afferrò per un braccio.
«Sono morti. Non possono farti nulla» disse, il sacco pieno di castagne stretto con forza nell’altra mano.
Quella sera stessa, venti uomini tra cui mio nonno e mio padre salirono al monte con pale e lanterne. Il curato gli andava dietro con gli scarponi sotto la tonaca nera, la Bibbia nella tracolla e la grappa nella fiaschetta.
Aspettai mio padre e mio nonno, sgranocchiando castagne vicino alla stufa, ma fui vinto dal sonno.
Quando mi svegliai, mio padre mi stava adagiando nel piccolo lettuccio, vicino a mio fratello piccolo.
«Erano nostri o loro?» riuscii a dire.
«Che importanza ha?» rispose. «Là sotto non fa differenza».
Il Buon Cattivo
Pubblicato il 20 aprile 2017 1 Commento

Una delle sfide più accattivanti (per restare in tema) e più faticose nell’arte di scrivere, è sempre stata per me quella di fornire alle mie storie, o meglio ai miei protagonisti, dei cattivi all’altezza.
Sfogliando a memoria i libri che mi hanno appassionato di più, mi sono reso conto che il “cattivo” è una componente essenziale.
Non parlo qui di semplici antagonisti, individui o entità che hanno obiettivi opposti a quelli dei personaggi principali, e che possono comunque trovare le simpatie del lettore; mi riferisco invece ad autentici figli di puttana letterari, personaggi capaci di suscitare tanto odio da farti scagliare il libro lontano (salvo correre a riprenderlo subito dopo, per vedere come va a finire).
Nella testa del cattivo
Butch Bowers (Stphen King, “It”) pazientemente fa affezionare a sé il cagnolino del povero Mike Hanlon, solo per poi avvelenarlo, legarlo a un albero e guardarlo morire.
Il comandante della prigione (Henri Carriere, “Papillon”) ordina di rinchiudere Papillon in una cella di isolamento immonda per un periodo tale che – se non morto – lo renderà certamente folle.
Il maiale Napoleone (George Orwell, “La fattoria degli animali”), con l’inganno manda al macello Boxer, forte ma ingenuo cavallo da tiro, che si è sempre spaccato la schiena per il bene di tutti ma che ormai è esausto e inadatto al lavoro.
Cosa accomuna questi – e altri – grandi cattivi?
Certamente l’agire in maniera spregevole, ma fare cose cattive non basta. L’elemento chiave dev’essere necessariamente oltre il piano del fare – che pure risulta necessario – e deve trovarsi in quello che i giuristi chiamano “elemento soggettivo del reato”, qualcosa che ha a che vedere con la componente psichica e psicologica.
Cosa avrà pensato ciascuno dei precedenti all’apice della propria cattiveria?
La meschinità del male
Tempo fa, mentre preparavo un laboratorio di scrittura sul tema del bullismo, mi sono imbattuto in un libro curioso (E. Badellino, F. Benincasa, “Bulli di Carta”), che attraverso brani ben scelti ripercorreva la storia del bullismo della letteratura.
Quella lettura fu illuminante, e non solo per gli esempi di malvagità che riportava, cattiveria talvolta sottile, talvolta di una violenza ignorante. C’era infatti un fil rouge che riuniva tutti i personaggi portati come esempio nel libro (e anche quelli che ho menzionato più su): tutti i personaggi citati sono magari estremamente carismatici o forti o scaltri, ma nel complesso meschini.
Meschino: […] riferito alla mente, all’animo, al modo di pensare di una persona, con valore alquanto limitativo o spregiativo, esprime povertà spirituale, angustia, grettezza.
TRECCANI.
Da loro si sprigiona un male fine a se stesso, puro, raccapricciante. Lungi dall’avere delle giustificazioni al loro operato, che li renderebbero immediatamente meno alieni agli occhi del lettore, si comportano invece in maniera totalmente arbitraria, feroce.
Forse è questo il segreto: saper grattare la superficie, per far affacciare il lettore sul baratro della meschinità del male.
Incipit: che roba è?
Pubblicato il 1 marzo 2017 1 Commento
Cos’è l’incipit? Come si scrive un buon incipit? Perché dovrei preoccuparmene?
Tutte domande interessanti. Cominciamo dalla prima.
Che cos’è l’incipit?
Qualche tempo fa ho letto che una buona stretta di mano incide molto sull’impressione che facciamo a uno sconosciuto. Una stretta debole può comunicare disagio, viceversa una troppo energica può esprimere aggressività (si pensi alla famosa stretta di mano di Trump). Una buona stretta di mano invece, decisa ma non forte, comunicherà sicurezza e confidenza.
L’incipit è la stretta di mano di uno scrittore: un inizio troppo debole annoierà il lettore, uno troppo aggressivo potrebbe metterlo a disagio. Un incipit equilibrato – come una buona stretta di mano – farà venir voglia di approfondire la conoscenza o, in questo caso, la lettura. Starà poi allo scrittore dimostrare di essere un buon intrattenitore fino alla fine.
L’incipit è il modo in cui un’opera comincia. Niente di più.
Dico opera perché non solo i racconti e i romanzi hanno un incipit, ma anche i testi teatrali, le canzoni… e anche i temi in classe, ovvio. Tutto ciò che ha un’anima narrativa, ha un incipit.
Ora starai pensando: bene, ma come si scrive un buon incipit?
Tranquillo, lo vediamo subito.
Tre regole d’oro per scrivere un incipit efficace
1. Incuriosisci.
Hai presente quella sensazione strana che dà un aereo quando decolla, o un attimo prima di atterrare? Quell’attesa eccitata che genera l’imminenza del distacco o del contatto? Questa è la sensazione che dovrebbe dare un buon incipit (e un buon cliffhanger, ma questa è un’altra storia): una tensione sopportabile, anzi piacevole.
Ed è certamente quella che riesce a infondere Italo Calvino nel suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, dove ogni incipit si dissolve in un altro incipit, portando ogni volta al limite la curiosità del lettore. Calvino sfrutta appieno il potenziale che un incipit può sprigionare.
La curiosità è la benzina di ogni storia, ciò che tiene il lettore incollato alla pagina dall’inizio alla fine. Ovviamente è importante in tutte le parti dell’opera, ma nell’incipit, proprio come per l’avvio di un’automobile, la quantità di curiosità da suscitare è maggiore.
Quindi non essere impaziente: dedica all’incipit tutto il tempo necessario perché sia inaffondabile, ma poi…
2. Non perdere tempo
Il tempo che dedicherai alla scrittura dell’incipit sarà inversamente proporzionale al tempo che il lettore impiegherà per leggerlo. Oggi infatti nessuno ha tempo da perdere e tutti vogliono tutto subito: la vita è troppo breve per leggere libri scadenti (semi-cit.) e il lettore lo sa.
Lo dimostra il fatto che il gusto del lettore moderno si è orientato verso quello che viene chiamato incipit in medias res: altra espressione latina che significa “nel mezzo della cosa”. In altre parole, il lettore viene immediatamente calato nel flusso degli eventi: talvolta per esempio si presenta una situazione già compiuta, che poi verrà spiegata tramite un flashback a regola d’arte, e dalla quale il personaggio dovrà districarsi.
Anche preferendo un incipit un po’ più morbido, comunque, è bene non prendersela con troppa calma. Il tempo del lettore è prezioso, e il fatto che lo stia dedicando a qualcosa che hai scritto deve essere motivo di orgoglio, ma anche di grande responsabilità: non sprecarlo.
3. Conosci il tuo pubblico.
D’accordo, questa è una cosa importante non solo per l’incipit ma in generale per la scrittura. Conoscere il tuo pubblico significa sapere cosa si aspettano da te i tuoi potenziali lettori: scrivere per un congresso di cardiologi non è lo stesso che scrivere per i membri del Fan Club di Harry Potter, quindi stai in campana.
Conoscere il tuo pubblico di riferimento ti aiuterà a scegliere il linguaggio giusto, e a solleticare la curiosità dei lettori nei punti più sensibili.
Seguendo queste tre regole – o meglio allenandoti a seguirle – sarai in grado di scrivere incipit efficaci, che catturano il lettore e non lo lasciano più andar via.
Se ne hai altre, sentiti libero di condividerle nei commenti al post!
Trovi questo e altri spunti al prossimo Laboratorio di Scrittura dell’Officina: tutte le informazioni cliccando questo bottone qua (ATTENZIONE – il bottone potrebbe anche far esplodere una stella, da qualche parte, nel cosmo).

