Uno spot per i 60 anni di FIAT 500
Pubblicato il 5 luglio 2017 2 commenti
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Con “See you in the future”, spot firmato Leo Burnett che è un vero e proprio corto, FCA festeggia i 60 anni della sua figlia prediletta: la 500.
L’entusiasmo attorno a questo prodotto cinematografico è piuttosto alto – e giustamente, se si considera la presenza come protagonista del premio Oscar Adrien Brody.
Il corto-spot per i 60 anni della FIAT 500 è gradevole: sfoggia un abito retrò di taglio italiano, ma senza scadere nel binomio pizza-mandolino.
La trama è semplicissima, il che è un bene considerato che si tratta di uno spot per un’automobile e non di un film di Almodovar: un uomo si addormenta negli anni ’50 e al risveglio, uscito di casa, si ritrova nella Milano del 2017; incontra una donna di cui si invaghisce, la quale lo scarrozza in giro per la città sulla nuova 500. Il tutto sulle note di “Come Prima“.
Proprio l’incipit di questa storia è ciò che ha fatto sì che la mia mano, per riflesso involontario, andasse a prendere la caratteristica forma a “carciofo”: quello del sogno è un espediente narrativo così logoro che quando è uscita la 500 era già vecchio.
Il tentativo di spiazzare lo spettatore con un finale “aperto” non è abbastanza potente da lavare il sapore del cliché.
Altri topoi letterari invece, come il contatto involontario delle mani dei due o la battuta sul film d’epoca che per Brody è appena uscito, sono apprezzabili perché propri di una narrativa d’altri tempi. In altre parole, non forzano lo spettatore ma gli ammiccano.
Di positivo conservo la performance di Adrien Brody, le piccole gag seminate nella storia, la cura certosina dei dettagli, la splendida fotografia e più in generale l’atmosfera sognante da Carosello che caratterizza il girato.
Insomma, un bel 60esimo compleanno per la FIAT 500.
Chapeau.

Paolo Villaggio e l’ultimo Fantozzi
Pubblicato il 4 luglio 2017 Lascia un commento

Ho smesso di ridere di Fantozzi quando ho cominciato a capirlo.
Quelle che per un bambino erano le sfighe assurde di un personaggio donchisciottesco, al punto che nei miei giochi d’infanzia fingevo di essere lui per far ridere gli amici, sono per uno spettatore più maturo la tragedia quotidiana di un’intera generazione – e probabilmente anche di quelle successive.
In Fantozzi ritrovo la lotta disperata per un posto nel mondo, l’autoaffermazione ostinata dell’essere umano laddove l’intero meccanismo-società lo vorrebbe annichilito, scopro l’insensatezza e la leggerezza.
Paolo Villaggio ha creato un adorabile mostro, se è vero che si può riderne e piangerne insieme. E ora che anche lui ha fatto i bagagli, guardando la sua creatura nei caroselli di rito che i telegiornali e le reti televisive dedicano in massa ai mostri sacri di questo o quello, mi giunge fortissima un’impressione:
non ci sarà un altro Ugo Fantozzi.
Non siamo più capaci di generare personaggi così forti da entrare a gamba tesa nell’immaginario collettivo fino a diventare attributo – “fantozziano” – per persone o situazioni.
Del resto, questo nuovo pubblico così vorace di novità, pronto a ingollare youtuber e cantautori usa-e-getta uno dietro l’altro, forse non saprebbe nemmeno che farsene.
I grandi lumi del passato, com’è naturale, vanno a poco a poco spegnendosi. Ma noi con cosa cerchiamo di rimpiazzarli? Non c’è talent show che possa sputare fuori un altro Paolo Villaggio e, a dirla tutta, nemmeno un Fantozzi.
Sapore di SIAE
Pubblicato il 27 giugno 2017 Lascia un commento

Quanto fa 300 – 300?
Fa zero, ovvio. Ma tenetelo bene a mente mentre leggete queste righe.
***
Succede che, per far qualcosa di bello in una città progressivamente svuotata dei suoi luoghi di ritrovo e dei suoi eventi culturali, decidi di organizzare un micro-festival di letteratura e musica con la tua associazione.
Succede che, per unire l’utile al dilettevole, decidi che l’evento sarà gratuito e volto a raccogliere offerte spontanee per sostenere un progetto in cui credi (questo).
Succede che l’iniziativa piace e molti artisti – anche parecchio affermati – decidano di partecipare senza volere assolutamente niente in cambio.
Succede che quando – per fare le cose secondo le regole – vai dalla SIAE a chiedere a quanto ammonta il pizzo contributo da pagare per un evento
- di beneficienza;
- completamente gratuito;
- in cui gli artisti partecipano gratis e suonano le proprie canzoni;
in agenzia ti rispondano che per una cosa del genere hai da sganciare la bellezza di 167 euro (forfettari, per ciascuna performance), poi diventati 147 perché siamo passati attraverso la ONLUS.
Dopo aver tentato invano di impietosirli ed esserti sentito rispondere che per pagare un po’ meno avresti potuto provare ad “appoggiarti a una parrocchia” (?), con estrema riluttanza sganci l’obolo.
Morale della favola:
- Pur di far suonare due bravissimi talenti torinesi, abbiamo regalato alla SIAE circa 300 euro dei quali – tolte le tasse – non ho la minima idea di quanti andranno effettivamente nelle tasche degli artisti in questione. Ma temo ben pochi.
- Con il cappello, in 4 date sono stati raccolti 335,21 euro per finanziare la costruzione di un impianto idrico in Madagascar.
E ora torniamo alla domanda che ho fatto a inizio articolo: quanto fa 300 – 300?
Zero.
Euro più, euro meno. Che è pressapoco quanto sarebbe stato versato oggi a Help For Optimism Onlus se, guardandoci negli occhi, in associazione non avessimo deciso di farci carico della spesa di tasca nostra.
Trecento euro che avrei preferito devolvere al progetto, invece che pagarli a un ente monopolista come in Europa non se ne vedono dai tempi delle dittature.
In conclusione
non sono un fan di Fedez, ma dopo l’ennesima scampagnata non posso che schierarmi dalla sua parte nella battaglia contro questi burini a vento: si tratta di un ente dalla procedura fumosa, ché non sai mai con certezza quanto dovrai pagare (e figuriamoci se sai a chi e in che proporzione vanno a finire i soldi).
Credo sia ora di dargli una regolata, o meglio ancora una regolamentazione, come del resto vorrebbe la UE.
