La bomba che non c’è
Pubblicato il 3 giugno 2017 Lascia un commento
Cronaca di un triste finale di finale di Champions in piazza San Carlo, Torino.

Capita, tornando a casa a tarda sera, dopo aver cercato parcheggio per venti minuti e averlo miracolosamente trovato, di incappare in una fiumana di gente che corre nei pressi di casa tua, con addosso i colori di una delle squadre cittadine. Quella che è arrivata in finale di Champions, per l’esattezza.
Quando chiedi cosa sia successo, capita che ti rispondano in modo confuso cose come «arrivano» o «sparano» o ancora «non andare di là». Ma siccome tu “di là” ci abiti, cammini tranquillo controcorrente, svolti nella via di casa e fai per mettere la chiave nella toppa.
«Abiti là?» dice una voce «Ci fai entrare?»
Ed ecco che mentre una seconda ondata di umanità terrorizzata scuote le strade, tu ti ritrovi a far passare dallo stretto ma pesante e tutto sommato rassicurante portone di casa tua una bella trentina di persone.
Dentro, mentre altre bussano per entrare, con l’aiuto di alcuni vicini che sono scesi a dare soccorso cerchi di capire cosa sia successo.
Non uno che sappia.
E anche gli altri, quelli che arrivano dopo e premono per entrare facendosi quasi male a vicenda, nessuno sa nulla.
«E allora cosa spingi?» chiedi, indicando una ragazza lacrimante incastrata tra lo stipite e il destinatario della domanda.
Si riesce a portare acqua, bende, disinfettante e un po’ di calma:
«Hai visto qualcuno sparare?»
No.
«Hai visto qualcosa esplodere?»
No.
Si danno indicazioni per raggiungere la stazione o altri punti di interesse più o meno turistico senza passare per il carnaio, e poi si esce a cercare di capirci qualcosa.
E più ti avvicini alla piazza del maxischermo – Piazza San Carlo, il salotto di Torino – più lo scenario si fa surreale. Gente travolta, perlopiù scalza, gente sanguinante, gente impaurita, gente sovreccitata. Gente, ovunque.
Ambulanze, lampeggianti, un tizio di Bari che piange, un carabiniere al cellulare.
La folla terrorizzata ha calpestato se stessa, in un frullato di cocci di bottiglia, epitelio e indumenti perduti.
Ma niente. Nessuno sa cosa sia successo.

E quando torni indietro, ti assicuri che anche i più scossi abbiano trovato la strada di casa o almeno un amico che l’aiuti a trovarla, e con un mucchio di giornali aiuti il tuo vicino a pulire le macchie di sangue che sono ovunque nell’androne e sulle scale, ti fai una domanda.
Siamo già arrivati a questo punto?
Il terrorismo ha funzionato, perché non ha più bisogno di fare nulla per incutere terrore.
E forza Juve.
Meditazione – monologo interiore senza fiato.
Pubblicato il 29 Maggio 2017 Lascia un commento
Inspira, espira.
Inspira, espira.
Dicono che il segreto della meditazione sia tutto qui.
Inspira.
Concentrandoti sul respiro (espira) puoi tenere a bada la mente.
Inspira.
Solo che proprio mentre sei lì ti viene in mente qualcosa.
Espira.
Qualcosa di insensato, tipo che INSPIRA invece di fare attenzione al respiro stai facendo ESPIRA attenzione a te stesso che stai attento al respiro.
La mente ti ha già fregato.
Inspira. In-spira. Ispira.
Che poi l’ispirazione è proprio questo (espira) lasciare entrare dentro qualcosa.
Probabile che inspirare e ispirare abbiano (inspira) una radice comune.
Espira. E-spira. Spirare. Spirato. Morto.
Chi è morto è senza fiato, una volta per tutte.
Inspira, espira.
Può uno spirato essere ispirato?
Inspira. Espira.
E chi spira, si accorge di aver – inspira espira – esalato l’ultimo respiro?
Inspira, espira, inspira, espira.
Curioso come le parole, dopo che le ripeti un po’ di volte (INSPIRA PERDIO!) sembrino perdere il significato.
Fai attenzione. Espira.
E l’addome? Quando respiri normalmente mica ci mette tutto ‘sto tempo a fare su e giù.
Inspira.
Se fai attenzione al respiro, non riesci più a respirare naturalmente. Espira.
Inspira. Metti il corpo in imbarazzo, come uno che ti guarda mentre fai pipì. E non ti viene.
Espira, inspira, espira
O Dio! E se ora non riuscissi più a tornare a respirare naturalmente e dovessi farci attenzione in eterno?
Inspiiiiira.
Ora ci provo.
… … …
…
Espira-inspira-espira-inspira.
No, va bene, funziona.
Meglio non esagerare. ESPIRA. Bisogna riportare l’attenzione al respiro INSPIRA ogni volta che la mente scappa via. Facile.
Credo che in frigo ci sia del gelato.
Archeologia degli anni ’90: il GameBoy
Pubblicato il 20 Maggio 2017 Lascia un commento
Piccoli dettagli, direttamente dagli anni ’90. Perché le generazioni future devono sapere.

Di William Warby – originally posted to Flickr as Nintendo Gameboy
Ricordo quel momento bene come il primo bacio: era il 28 giugno del 1995 e compivo 7 anni.
Scartai quel pacchetto seduto sul legno del pavimento, col pigiama ancora addosso. Già alla “G” – scritta con quel font inconfondibile – che si intravvedeva a un primo strappo del pacchetto, m’era presa una smania assurda, che divenne autentico delirio appena liberato completamente dall’involucro.
Per i bambini degli anni ’90 il GameBoy era la Mecca dei videogiochi: portatile, rumoroso, potenzialmente contundente. Niente a che vedere coi joystick (traduci bastoncini di gioia) anatomici della Playstation, che adattavano perfettamente la conformazione della mano a se stessi, e non viceversa.
I primi giochi erano pochi e fatti per tenerti incollato allo schermo: questo perché non c’era l’opzione salvataggio e quindi dovevi giocare fino alla morte (tua). Nei più tecnologici c’era un sistema di password che ti permetteva di riprendere il gioco da dove lo avevi lasciato, ma era quasi fantascienza. Così era per esempio per Dr. Franken, il mio primo gioco: un mostro allampanato doveva ricomporre i pezzi di un puzzle tra mille pericoli, viaggiando per un mondo rigorosamente in 2D.
I giochi erano in bianco e nero, con pixel grossi come noci, che li potevi contare. Eppure erano belli, avevano un fascino inconfondibile. Tra gli immancabili, all’interno della gamma di cassette grigie con l’adesivo quadrato del gioco, c’erano Super Mario Land (idraulico italoamericano condannato alla Friendzone a vita), Kirby’s dreamland (non ho mai capito cosa fosse Kirby), Donkey Kong e ovviamente Tetris.
Poi dal 1999, Pokemon Rosso e Blu: quello fu il punto di non ritorno.

Con l’arrivo degli smartphone e delle consolle portatili di ultima generazione, il Game Boy concluse il lungo Cammino degli Eroi cominciato nel 1990, che lo aveva infine condotto al Valhalla del Vintage.
Non so che fine abbia fatto il mio.
So solo che ricordo il plin! inconfondibile che faceva all’accensione, quando compariva la scritta Nintendo. E so che, se siete cresciuti negli anni ’90, leggendo queste ultime righe l’avete sentito risuonare nella testa anche voi.
Archeologia degli anni ’90: le Superga
Pubblicato il 13 Maggio 2017 6 commenti
Piccole cose, dettagli di un’epoca, perle perdute del secolo scorso.

Per il bambino degli anni ’90 c’era un solo tipo di “scarpa da tennis”: le Superga. Un’autentica sicurezza. Potevi star certo di trovarle in qualsiasi negozio di calzature, di solito ammonticchiate in un cesto con sopra un foglio scritto a mano col prezzo – diecimila lire – tutte uguali, di tela blu con la suola bianca.
Quella suola che sotto aveva l’inconfondibile trama a vermicelli, in pura gomma vulcanizzata. E vulcanizzato era pure il piede del bambino, dopo una giornata al trotto nelle sue brave Superga. Storie di calzini che si suicidavano nottetempo gettandosi dal filo del bucato, pur di non tornare là dentro.
Scarpe da assalto, praticamente indistruttibili, che ti guardavano coi loro occhielli in alluminio come a dire: ciccio, ti seppelliranno con noi ai piedi. Scarpe perlopiù sempre slacciate, adatte per il mare, la montagna e la prima comunione.
Scarpe che così non le fanno più, ché quelle di oggi si aprono dopo i primi cento chilometri di sfacchinata, mentre mia sorella ne ha ancora un paio dell’89 che ha fatto più strada di Albert Schwarzer.
E scusate se è poco.