Margherita

20 novembre, giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Avatar di ferdinando de blasioIl Drago di Carta

Margherita ha sei anni, ma è molto più sveglia delle bambine della sua età. Frequenta già la prima elementare e va e viene da sola tutti i giorni.
Abita col papà in un palazzo nella grigia periferia, non è molto bello, ma poco distante c’è un piccolo giardino dove lei può giocare. Poco più che uno sputo di terra a dire il vero, in cui cresce poca erba avvelenata dal piombo, che si spezza quando la calpesti, eppure a lei piace.
Il papà non è ancora tornato, lui lavora alla fabbrica e si alza presto e torna tardi, per questo sorride poco.
O forse perché la mamma di Margherita è andata in cielo lasciando loro laggiù.
La bimba procede spedita lungo la via, guarda prima di attraversare e raggiunge il prato.
Ha con sé un sacco di plastica nero, il cui contenuto rovescia a terra dopo aver scelto il posto…

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Cacca di Drago: i Dialoghi del Terzo tipo al Varietà della Caduta

Martedì sera, durante lo spettacolo “Anche il Re cade” al Teatro della Caduta, il poliedrico, polivalente e polistirolo Davide Simonetti ed io porteremo in scena i Dialoghi del Terzo Tipo.

Se non sai cos’è il Teatro della Caduta, vieni!
Se non sai cosa sono i Dialoghi del Terzo Tipo, vieni!
Se non sai cos’è uno scovaccia-clocche a stantuffo alternato, vieni!

Chi non viene è un escherichia-coli.

Barbablù

Un altro piccolo esercizio, mentre affronto cose più impegnative: la riscrittura di un classico della fiaba.

«Non aprire quella porta» le aveva detto il suo sposo in procinto di assentarsi per un viaggio, dopo appena due giorni dalle nozze. «Il mio castello ha cento stanze, puoi visitarle tutte una per una – tutte, tranne quella: in quella non ci devi mai andare.» Le aveva rivolto un’occhiata arcigna, mentre col dito teso indicava una porta insignificante, affacciata su un corridoio come ce n’erano tanti. Poi era partito.
Rimasta sola, in principio, ella aveva fatto quanto le era stato detto: si era dedicata alle sue incombenze, che erano numerose e la tenevano impegnata dall’alba al tramonto, senza mai lasciarsi distrarre.
Tuttavia, ogni volta che passava davanti a quella porta, persa in mezzo ad altre cento, identiche in tutto fuorché per il fatto che non le erano state interdette, provava come un brivido d’eccitazione.
Dapprima lo aveva ignorato. Col passare dei giorni però quel brivido si era fatto più intenso e i suoi occhi di giovane sposa, come attratti da una forza irresistibile, sembravano cadere sempre sullo stesso punto.
Finché una sera, quando la servitù era già stata congedata ed ella era rimasta sola nel palazzo, si ritrovò – senza sapere bene come – proprio davanti a quell’uscio.
La chiave girò nella toppa tre volte, con un clangore che nel silenzio notturno del castello le parve intollerabile, e la porta girò sui cardini, lasciando che la luce della luna si posasse sul segreto del suo sposo.

Cinque minuti

Il bello della scrittura è che non ci si può mai definire “arrivati” se non dopo morti. C’è sempre spazio per migliorare. Per questo, oltre a condurne io stesso, spesso partecipo a laboratori e corsi di scrittura altrui.
E, ogni tanto, ne scopro di buoni.
Così è stato per quest’ultimo, tenuto da Gianni La Corte, editore dell’omonima casa editrice. Un laboratorio ricco di teoria, ma soprattutto di pratica, che si è rivelato un ottimo modo per rinfrescare la mia penna, che ultimamente languiva.

Di seguito, un piccolo frammento pulp, risultato di uno degli esercizi proposti. 

Ho solo cinque minuti per decidere.
Che poi, a pensarci bene, cinque minuti sono un sacco di tempo.
In cinque minuti puoi farti la scopata più bella della tua vita.
In cinque minuti puoi lasciare il tuo lavoro di merda.
In cinque minuti puoi fumarti una sigaretta.
In cinque minuti, con una semiautomatica, puoi ammazzare un tizio trecento volte, al ritmo di un colpo al secondo.
Ma io ne ho solo cinque, che è un po’ diverso.
Posso decidere.
Posso dire al tizio in questione, quello con la semiautomatica in mano, quello per cui lavoravo prima di mandare tutto a puttane scopandomi sua moglie, dove ho nascosto la roba.
Oppure, posso fumarmi una sigaretta.
«Allora, pezzo di merda» abbaia «cos’ hai da dire?»
Lo guardo, con l’unico occhio rimasto aperto.
«Hai da accendere?»