Margherita

Margherita ha sei anni, ma è molto più sveglia delle bambine della sua età. Frequenta già la prima elementare e va e viene da sola tutti i giorni.
Abita col papà in un palazzo nella grigia periferia, non è molto bello, ma poco distante c’è un piccolo giardino dove lei può giocare. Poco più che uno sputo di terra a dire il vero, in cui cresce poca erba avvelenata dal piombo, che si spezza quando la calpesti, eppure a lei piace.
Il papà non è ancora tornato, lui lavora alla fabbrica e si alza presto e torna tardi, per questo sorride poco.
O forse perché la mamma di Margherita è andata in cielo lasciando loro laggiù.
La bimba procede spedita lungo la via, guarda prima di attraversare e raggiunge il prato.
Ha con sé un sacco di plastica nero, il cui contenuto rovescia a terra dopo aver scelto il posto più adatto: una bacinella, del filo di ferro, un flacone di sapone per i piatti al limone.
Riempie il catino alla fontanella, versa il sapone e scuote l’acqua con le manine fino a far venire la schiuma. Poi piega il filo di ferro fino a farne un cerchio e lo immerge.
Osserva per qualche istante la sottile membrana che si è formata al suo interno, poi spicca una corsa: ecco un lungo serpente.
Si ferma, sorride, lo guarda adagiarsi sull’erba e svanire.
Le è piaciuto, ma può fare di più, quindi immerge ancora il cerchio.
Ecco una bolla, gigante, turgida, iridescente.
Fluttua un poco, poi s’adagia anch’essa, ma non va in pezzi.
Curiosa, Margherita, che ha già rimmerso le mani nell’acqua, si alza a guardarla.
Poggia sull’erba ingrigita come su un piedistallo fatto di spilli, eppure non scoppia.
S’avvicina, la tocca col ditino. Niente.
Allora la palpa, l’abbraccia, la solleva e la lancia in alto, osservandola mentre ricade pigra.
La prende e la issa sopra la testa, ce la infila, poi le spalle, poi le gambe, è dentro.
Il mondo da lì riacquista il colore e i suoni giungono come da lontano.
Margherita ride, dentro c’è l’eco.
Improvvisa soffia una brezza, la bolla si alza e con essa la bimba, che grida spaventata vedendo il suolo farsi distante.
Fluttua, rotea, oscilla, riprende a scendere.
Un altro soffio, più forte, e la bolla schizza su in alto oltre il giardino, oltre i palazzi.
Margherita non ha più paura, un’idea bizzarra si fa strada tra le altre.
E se…
Da lassù vede tutta la via, casa sua, il supermercato.
Più in alto, vuole andare più in alto.
Ora il quartiere, la scuola, la stazione.
Di più.
La città, che piano piano si accende di luci rese vivide dalla membrana iridata, la stazione del treno, la fabbrica, laggiù, dove lavora il papà.
Ma se anche lei va in cielo, a lui chi ci pensa?
La bolla si ferma, dondola dubbiosa, fa una capriola.
Margherita piange, le lacrime filtrano attraverso la membrana diventando una pioggia di colori vivaci che si riversa ovunque sotto di lei.
Adagio riprende a scendere, come attirata da una forza potente. Precipita sul balcone di casa, scoppia con rumore di popcorn e si dissolve.
Ritornano i suoni, nitidi e vicini, ma il colore è rimasto vibrante.
Margherita entra in casa, la porta di ingresso si spalanca.
Corre incontro al papà, lui la solleva sopra la testa.
Sorride.

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8 commenti su “Margherita

    • felice che ti sia piaciuto. Quando l’ho scritto non mi convinceva molto, ma invece che cancellarlo l’ho lasciato lì. Rileggendolo dopo qualche tempo, con umore più alto, ho cambiato idea…

  1. Bellissimo! La forza dei bambini, la voglia di avventura, la capacità di vivere intensamente cose minuscole, la sensibilità al mondo dei grandi, e la forza del sorriso -che anche se fa molto Bacio Perugina, è davvero fondamentale per ciascuno. Grazie per questo racconto!

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