Il Castello di Sommacima – Parte I
Pubblicato il 5 dicembre 2011 Lascia un commento
Ugolino Delle Fosse, conte di Sommacima e altri titoli altisonanti.
Mai, se solo avessi saputo, mi sarei andato a cacciare in un posto come quello.
Sotto di esso ruggiva l’Orco, un fiume così impetuoso che pareva rompere, bestemmiando al creato, il silenzio surreale della vallata.
Dall’altro lato del poggio pietroso, ma molto più in basso, sorgeva il borgo.
Tutto questo lo vidi attraverso i vetri sporchi della mia vecchia alfa, mentre guidavo su quella strada in salita progettata dal diavolo e costruita da torme di dannati. La corriera che mi precedeva arrancava sbuffando lungo il pendio, in una lenta processione fatta di tornanti e strapiombi, fermate e partenze, clacson e madonne.
Raggiunto quel che restava del borgo, un tempo fiorente, guidai fino alla piazza principale, rotonda e raccolta. Da ogni lato la cingevano vecchie case di pietra infestate dall’edera, il cui aspetto trasandato e austero, a tratti sinistro, suggeriva al mio animo che non fosse solo quella, a infestarle.
Sull’uscio di una di esse sedeva un vecchio, la pelle cadente e lo sguardo perso nel bianco di fosche cataratte.
Non appena abbassai il finestrino un vento insolente si insinuò nell’abitacolo, frugando dappertutto senza alcuna discrezione, delicato come un esame alla prostata.
– Scusi – urlai al vecchio, qualche metro più in là, tentando di sovrastare il fischio delle raffiche tra i camini – per il castello?
Quello indicò una stretta viuzza che dalla piazzetta si dipartiva per essere inghiottita tra le mura di due grosse case.
– Con la macchina non si va su. Ci si arriva solo a piedi o a cavallo.
– Si va dove con cosa? – domandai incredulo, fissando la sagoma scura della rocca che si stagliava nel grigio di un pomeriggio senza nuvole, molto, ma molto più in alto.
Ma quello non rispose più.
Lasciai la macchina e imboccai la strada, in spalla uno zaino leggero col necessario per passare la notte.
Non appena misi piede su quel vecchio lastricato invaso dal muschio, le mura intorno a me parvero ingigantirsi, oscurare la vista del cielo, chiudersi alle mie spalle. Una sensazione sottile d’angoscia fasciò il mio cuore con bende di seta, morbide ma strette abbastanza da accelerarne i battiti, mentre mettevo un piede davanti all’altro il più in fretta possibile: avevo paura. Una paura autentica, irrazionale, suscitata forse da un ombra, forse da un fruscio.
Fu quasi senza accorgermene quindi che mi ritrovai al limite del borgo, dove una ripida mulattiera aggrediva il fianco della rupe, sulla cui cima mi attendeva il castello.
Guardai alle mie spalle, sentendomi stupido e profondamente irritato da quell’attimo di insensata debolezza.
Guardai avanti, e mi chiesi perché mi ero cacciato in una situazione simile.
Tra le rocce non crescevano arbusti e nemmeno il muschio era abbastanza tenace da ghermirle.
Grossi macigni giacevano sparsi ai fianchi del sentiero, scolpiti dal vento. A guardarli con attenzione e con quel briciolo di suggestione che era imposta dal contesto, quasi ricordavano volti umani, ma erano inquietanti, primordiali, contorti in smorfie grottesche.
Il loro goffo scultore spirava tra esse in mulinelli irriducibili, gridando la sua infinita frustrazione.
Al di là di quello si apriva un ampio cortile lastricato.
A sinistra una vecchia stalla e l’accesso alla torre, a destra una piccola casupola per gli attrezzi, al centro un grande pozzo, il cui secchio pendeva pigro appeso alla catena. Dalla parte opposta, l’ingresso alla residenza del fu prozio Ugolino Delle Fosse, Conte di Sommacima e altri titoli altisonanti. Una scalinata di marmo ingrigita e graffiata dal tempo e da chissà quante paia di calzature conduceva ad un portone di legno bruno, riccamente cesellato. Ai lati si affacciavano ampie vetrate, al secondo e terzo piano finestre più discrete.
Non c’era l’ombra di un citofono, sebbene non me l’aspettassi. A ben pensarci, non c’era l’ombra di una qualsiasi rete elettrica che dalla valle portasse il futuro anche tra quelle antiche mura.
Un grosso batacchio d’ottone era tutto quello che mi collegava a chiunque ci fosse dall’altro lato.
Il suono potente dei colpi rimbombò dappertutto, rimbalzando sulle pareti del castello e amplificandosi nel vuoto, lanciandosi in picchiata giù dalla rupe fino al paese, e facendomi sobbalzare.
– Buonasera – disse l’uomo coi baffi grigi all’insù che si presentò sulla soglia. Aveva circa una sessantina d’anni, un portamento d’altri tempi e abiti forse ancora più vecchi, ma estremamente eleganti. Si scansò per farmi passare, senza fare domande, e richiuse il portone alle mie spalle. Mi tese una mano guantata di bianco, con tale umile eleganza che ogni mio movimento al confronto risultò sgraziato. Gli porsi il cappotto e lo zaino.
– Non vuole sapere chi sono – domandai, con quella vocetta squillante che mi viene fuori quando sono in forte imbarazzo.
– Voi siete indubbiamente il signor Dante, vi stavamo aspettando.
La mia espressione incerta lo incoraggiò a fornirmi ulteriori spiegazioni.
– Da quando sua signoria ci ha lasciati non viene molta gente quassù e, in confidenza, non ci veniva nemmeno prima. Io sono Balduccio Astolfi, il maior domus. Il conte si è premurato, nel suo testamento, di pagare la servitù fino al termine dell’anno, per agevolare la sua permanenza.
A quest’ultima parola, un brivido improvviso mi corse lungo tutta la schiena.
– Non è mia intenzione trattenermi a lungo qui.
Balduccio inarcò le sopracciglia e fece schioccare la lingua sul palato.
– Come ritenete più opportuno.
– Quante altre persone vivono al castello – chiesi, facendo ordine tra le informazioni appena ricevute.
– Siamo rimasti soltanto io, la governante e il custode. Capirete che non c’è molto di cui occuparsi.
Detto questo, forse annoiato dalla conversazione, estrasse dal taschino della giacca un piccolo campanellino d’argento, che fece trillare impugnandolo tra il pollice e l’indice.
Il suono alto e chiaro riecheggiò nell’ingresso, andando poi a perdersi nei recessi del castello.
Pochi istanti dopo comparve una donna bassa e paffuta, la cui classica divisa nera e bianca mi suggerì che si trattava della governante. Aveva una faccia ampia e rotonda, dall’aria simpatica, capelli biondi vaporosi e piedini troppo piccoli per la sua stazza. Avrebbe potuto avere quarant’anni come settanta, era una di quelle persone per cui l’età è solo una questione di cifre. I suoi passi risuonarono frettolosi sul marmo dell’androne, mentre si dirigeva spedita verso la fonte del suo richiamo, arrestandosi solo un istante per salutarmi con un inchino appena accennato. Balduccio le sussurrò con discrezione alcune parole, poi si diresse verso la scalinata che portava ai piani superiori.
Fabrizio
Pubblicato il 25 novembre 2011 1 Commento
Torno a produrre, in quel poco tempo libero che mi resta, e vi propongo un racconto violento. Violento nei concetti, nei contenuti, nel linguaggio.
Ma che volete, neanche nel mondo dell’irreale è tutto rose e fiori…
Buona lettura.
Conobbi Fabrizio quando avevo sette anni.
Abitavo con mia madre in un bilocale nei pressi della ferrovia, abbastanza vicino da vedere le facce dei passeggeri del regionale delle otto dalla finestra del bagno. Quando passava un convoglio, sbuffi di intonaco cadevano dal soffitto e il lampadario cominciava a vorticare pericolosamente.
Dormivo come ogni notte sulla poltrona reclinabile nella sala da pranzo, che era anche ingresso e cucina.
A svegliarmi fu il treno merci delle due e trentacinque.
Quando del trambusto del convoglio non rimase che un rombo lontano, un altro rumore attirò la mia attenzione: una serie di tonfi sordi, regolari, e scricchiolii prolungati, dietro la parete sottile della camera da letto.
Accostai l’orecchio alla porta della stanza, ma era già tornato il silenzio.
Poi riprese, più forte di prima, sempre più veloce.
Spalancai la porta gridando, ma quando vidi cosa c’era dall’altra parte, l’urlo mi si strozzò in gola.
Un paio di grosse chiappe bianche e lardose ondeggiava davanti ai miei occhi.
Il proprietario aveva i piedi piantati per terra, impastoiati nei pantaloni, ed il busto curvo sul letto.
Sotto di lui il corpo esile di mia madre, gli stivaletti di pelle ancora ai piedi.
Ti presento Fabrizio mi disse lei, facendo capolino da dietro la pancia dell’uomo.
O forse disse altro, non ricordo.
Fabrizio cominciò a farci visita sempre più spesso e a trattenersi sempre più a lungo. Non so, quindi, con esattezza quand’è che cominciò ad abitare con noi.
Di lui ho pochi ricordi positivi.
Come quando tornava a casa così ubriaco che si addormentava di schianto sulla mia poltrona.
Almeno, quelle volte, non picchiava me o mia madre.
Una sera era totalmente fuori di senno. Sentivo bruciare ferocemente la guancia su cui si era abbattuta quella mano grande come una padella, mentre lo guardavo impotente afferrare mia madre per i capelli e trascinarla in camera da letto. Ascoltavo passare il treno merci, implacabile.
Raccolsi meccanicamente il cacciavite con cui la sera prima aveva tentato di riparare il televisore. Spalancai la porta, balzai sul letto e lo piantai in quel suo grasso culo sudato.
Non la prese bene. Mi picchiò, ma per fortuna svenni quasi subito.
In ospedale, qualche settimana dopo, non faceva altro che scusarsi e piangere e fare la faccia triste, fintanto che l’agente di custodia ci guardava.
Fece qualche mese di prigione, quel poco che mi bastò per ricominciare a camminare, e mia madre mi promise che non lo avremmo mai più rivisto. Avevo tredici anni.
Un pomeriggio di ottobre, quando tornai dal giro di consegne per il supermercato, lo trovai seduto in salotto, mano nella mano con lei. Mi giurò che era cambiato, che aveva capito i suoi errori, che era una persona migliore. La sera stessa, a confermare i suoi buoni propositi, mi fracassò due costole.
Il giorno seguente scappavo da casa, per non farvi ritorno.
Fui accolto in una casa famiglia, poi in una famiglia vera e quindi, dieci anni dopo, mi laureai in legge e divenni avvocato.
Oggi, che mi chiedete di dire qualche parola su Fabrizio nel giorno del suo addio, non posso che accontentarvi.
Riposa in pace, figlio di puttana.
Il Rituale
Pubblicato il 17 novembre 2011 Lascia un commento
Cristina si guardò intorno, l’atrio era deserto. Prese fiato e si infilò nello spiraglio.
Seguì l’amica attraverso il ungo corridoio, le cui ampie vetrate regalavano scorci di un cielo di piombo. Maria camminava velocemente, facendo ondeggiare i lunghi capelli corvini, al punto che per starle dietro bisognava quasi correre. C’era odore di formaldeide, Cristina lo odiava.
A dire il vero odiava tutto, dell’ala settoria della facoltà di medicina.
Detestava il fatto che nonostante le grandi finestre sembrasse sempre cupa, ma soprattutto la sensazione di soffocante ineluttabilità che la avvolgeva non appena vi metteva piede.
Immersa in questi pensieri, raggiunse l’amica nella Sala Vecchia. Alti scranni di legno bruno si ergevano, in tre file sopraelevate, lungo tutto il perimetro dell’aula. Da quelli, ora come duecento anni prima, gli studenti potevano osservare la sezione dei corpi.
– Sono appena arrivati – annunciò Maria, la voce rotta dall’eccitazione.
Stesi su altrettanti tavoli al centro dell’aula, uno di fianco all’altro, i cadaveri di cinque uomini.
Nudi, inerti, imperturbabili.
– Che fai, non vieni – chiese Maria, vedendo Cristina che esitava sulla soglia.
– Sei sicura?
L’amica le lanciò un’occhiata beffarda, agitando la mano nell’aria, poi si accovacciò a frugare nella borsa che aveva lasciato vicino al primo tavolo.
– E se ci scoprono – squittì Cristina, aggrappata allo stipite.
– Qui non viene nessuno se non per le lezioni, e la prima è tra due ore. Saremo già a casa allora.
Estrasse dalla borsa alcuni piccoli sacchetti di plastica, una fiala da prelievi piena ed un foglio di carta spiegazzato.
A vederla così concentrata, con i capelli sciolti a incorniciare quel viso bianco e affilato, mentre trafficava con fiale e alambicchi sopra un cadavere, sembrava davvero un’incantatrice.
A dire il vero era un gioco, quello che avevano cominciato qualche mese prima, quando, navigando su internet, si erano imbattute in alcuni scritti sui riti esoterici. Quello che doveva essere il passatempo di una sera di pioggia, aveva invece ridestato l’entusiasmo assopito da lunghi mesi di studio.
– Dai Cricrì, sarà divertente.
– Hai tutto?
– Non sono riuscita ad ammazzare un corvo, così ho preso del sangue di pollo dal macellaio. Andrà bene.
Cristina fece spallucce.
– E non ho trovato l’unguento di belladonna. Ho preso una crema all’aloe, c’era solo quella in farmacia.
– Se prima avevo qualche dubbio – sospirò Cristina, quasi con sollievo – ora ne sono certa: non funzionerà!
La sua risata forte e squillante si mescolò a quella bassa e vellutata di Maria, rimbombando sull’intonaco delle pareti, scrostato dal tempo.
– Sceglilo tu – disse poi Maria, d’un tratto seria, puntando i suoi occhi verdi in quelli castani dell’amica.
Lo faceva sempre, quando voleva metterla a disagio, e ci riusciva puntualmente.
Pur di liberarsi da quello sguardo, Cristina si concentrò sui corpi.
Li passò in rassegna, avanti e indietro, più volte.
– Questo qui – disse alla fine, fermandosi al quarto tavolo.
Sopra c’era il corpo di un uomo di forse quarant’anni, alto circa un metro e ottanta, robusto.
Aveva la testa grande, sulla mascella imponente cresceva appena un filo di barba ispida. Il cranio era rasato, nell’orecchio sinistro c’era ancora il residuo rappreso di un rivolo di sangue.
– Contenta tu. Aiutami a sistemare le candele.
Uno dopo l’altro, disposero quattro lumini vicino alle gambe e alle braccia.
– E questo cos’è – ridacchiò Cristina, estraendo dalla borsa l’ultima candela, simile al busto di Elvis.
– A casa avevo solo quelle – sbuffò Maria, senza alzare gli occhi dal foglio su cui aveva stampato il rituale – cominciamo.
Poi prese a recitare una cantilena in latino, stonata e stridente, durante la quale unse le tempie della salma con la crema e ne cosparse il capo con quello che Cristina ritenne essere origano.
Il ritmo della litania era diventato incalzante, le parole si mescolavano e perdevano il loro significato.
Continuando a cantare, Maria infilò una cannuccia da cocktail nella narice sinistra dell’uomo, tappando la destra con la mano libera, e fece cenno a Cristina di versarvi dentro il sangue di pollo.
Quello vi scivolò dentro gorgogliando, sotto gli occhi inquieti di Cristina e quelli invasati di Maria, che presa dal suo stesso canto faceva ora vorticare la testa e i lunghi capelli, sempre più velocemente.
– Fermati, basta, non succede nulla.
Maria sembrava non sentirla, rideva, cantava e ruotava il capo.
– Basta, basta smettila! Maria! – gridò.
Nella Sala Vecchia tornò il silenzio.
– Scusa Cricrì, non so cosa mi è preso – disse, mentre una goccia di sudore le colava dalla fronte fino alla punta del naso.
Si guardarono per un lungo istante, finché la tensione accumulata non si dissolse nel fragore delle loro risate.
Ridevano ancora, quando le palpebre dell’uomo si sollevarono di scatto, scoprendo gli occhi lattiginosi.
Sotto lo sguardo atterrito delle ragazze, inarcò la schiena gonfiando il torace, la bocca spalancata in cerca di aria. I polmoni si riempirono con un rantolo, violenti spasmi scossero le membra ancora irrigidite, poi tutto tornò alla quiete.
Cristina, che si era coperta gli occhi con le mani, trovò la forza di guardare attraverso le dita sottili: a testimonianza di quello che era successo restavano solo il ritmico movimento del petto e quel gorgoglio sinistro.
Maria invece lo osservava rapita, gli occhi verdi sbarrati e le labbra increspate in una specie di sorriso.
– Ce l’abbiamo fatta – sussurrò incredula e poi, a voce alta – ce l’abbiamo fatta!
– Cosa facciamo ora?
La voce di Cristina sembrò richiamarla dalla sua contemplazione.
– Abbiamo tre domande – rispose. Negli occhi aveva un bagliore inquietante.
Sapeva già cosa avrebbe chiesto Maria.
– Anima – disse, con tono autoritario – rispondi, se sei capace: in che giorno passerò da questo mondo all’altro?
Con un suono orrendo, la salma prese fiato ancora una volta e poi, con una voce che ricordava il frusciare delle foglie secche, proferì il suo verdetto.
– Il secondo giorno del terzo mese dell’anno presente.
Le due si scambiarono un’occhiata perplessa.
– Ripeti – ordinò Maria.
– Il secondo giorno del terzo mese dell’anno presente.
Maria sembrò delusa.
– Non può essere – disse a Cristina – è oggi.
– Forse il rito ha funzionato male, magari si sbaglia. Prova ancora.
La giovane serrò i pugni, raddrizzò le spalle e si preparò a formulare la seconda domanda.
– Anima, rispondi. Quando morirà Cristina?
Cristina si portò una mano alla bocca, per sopprimere un grido, tendendo l’altra per cercare di fermare l’amica. Ma il morto aveva già ripreso a parlare.
– Il terzo giorno del terzo mese dell’anno presente.
Maria dovette sforzarsi per reprimere una risata.
– Questo conferma la mia ipotesi, è una fregatura – sbottò – dovrei morire io oggi e tu domani?
– Abbiamo ancora una domanda – ridacchiò Cristina, sollevata – tanto vale provare.
Maria sorrise con complicità, poi assunse un’aria ridicola, da grande sacerdotessa di un film horror anni settanta.
– Anima – ordinò, ostentando falsa solennità – rispondi: quando avverrà il giorno del Giudizio?
La salma non rispose, ma continuò a incarnare quella sua pallida imitazione di esistenza.
– Rispondi, ho detto!
Altri quattro gorgoglii, quattro rantoli strazianti, si unirono al primo. Cinque cadaveri, con una voce sola, presero a intonare una macabra litania.
– Il terzo giorno del terzo mese dell’anno presente, all’ora nona, si farà buio su tutta la terra. Il cielo si squarcerà, le tombe si scoperchieranno col rumore del tuono. La bocca dell’inferno si spalancherà sul mondo, all’ombra dei tre soli camminerà il popolo dei più. Tremerà Gerusalemme, Roma cadrà sotto passi implacabili, giacerà nella polvere Costantinopoli.
Poco a poco il tono del loro lamento s’alzava, ripetendo l’oracolo, finché non arrivarono a gridare.
Cristina si gettò a terra, terrorizzata, Maria fuggì perdendo una scarpa.
– Che diavolo sta succedendo qui?
Il custode si affacciò nella sala, dove una studentessa giaceva a terra terrorizzata.
Sui tavoli, i cadaveri di cinque uomini per la prossima lezione.
Il Condominio – la Conclusione
Pubblicato il 15 novembre 2011 1 Commento
“Volgare, scontato, di pessimo gusto” Adriano Pappalardo su Burton PI
“Volgare, scontato, di pessimo gusto” Burton PI su Adriano Pappalardo.
Godetevi la conclusione, ve la siete meritata.
Alina Kudrova si aggira pensosa, sembra una tigre in gabbia. Una tigre con un revolver.
– Cosa dovrei farmene di te, adesso? – miagola.
Un paio di idee mi balenano come flash nel cervello. Glielo dico.
– Io un paio di idee ce le avrei anche.
Adesso immaginate il dolore più intenso che abbiate mai provato. Bene, non so a cosa abbiate pensato, ma so che non è neanche lontanamente paragonabile a quello che provo in questo momento.
Quando leva il tacco dal mio inguine, lentamente, l’aria ricomincia a riaffluire nei polmoni.
Cerco di farla parlare, per guadagnare tempo. Anche se non so a cosa mi serva, il tempo.
– Non hai neanche un briciolo di rimorso? – rantolo, chiudendo preventivamente le cosce per evitare rappresaglie.
– Per cosa? Era il minimo che potessi fare.
La guardo disgustato. In anni di questo schifo di lavoro non avevo mai incontrato nessuno così freddamente privo di coscienza.
– E poi – aggiunge, senza smettere di camminare – non l’avrei fatto davvero. Volevo solo spaventarlo.
Qualcosa interrompe bruscamente il filo dei miei pensieri. Di che cazzo stiamo parlando?
– Chi? – mi sforzo di chiedere.
– Gregorio Tachis!
Ora comincio a capirci qualcosa.
– E’ vero – continua – ho scritto io le minacce sui muri. Ho avuto la vernice dal signor La Siepe, una sera che si sentiva particolarmente solo. Ho sparato io alla porta dello studio di quel verme e gli ho infilato la testa di porco nel letto. Quel tappo bastardo minaccia di cacciarmi di casa, se non faccio ciò che vuole, e sai quante persone darebbero alloggio a quelle come me?
Poi mi fissa perplessa, ma non posso darle torto: ho gli occhi sgranati e la bocca spalancata, in una composizione da me intitolata “l’idiota”.
Odio quando capisco di non aver capito un cazzo.
Ma allora chi ha lasciato la videocassetta sul mio zerbino?
– E la videocassetta? – le domando.
– Quale cassetta?
– Sebaci mi ha detto che tu gli procuri attori di un certo tipo per un certo tipo di riprese. Quella cassetta, figlia di puttana.
Stavolta quella stupita è lei.
– Vuoi dire che non sei qui perché ti ha mandato Gregorio?
– Gregorio non potrà mandare nessuno da nessuna parte per un bel pezzo.
– Quel pervertito mi avrebbe gettato di nuovo sulla strada, se non avessi assecondato le sue manie.
Si blocca per un attimo, al pensiero le nocche le sbiancano mentre la mano stritola il calcio dell’arma.
– Se ti avesse mandato lui – continua – forse avremmo potuto accordarci, ma a quanto pare tu sai davvero troppo.
Fa ruotare il tamburo e tira il grilletto.
Ci siamo: l’ultimo match di Frank Burton, gli allibratori lo danno dieci milioni a uno.
Credo sia la fine migliore che potesse aspettarsi uno stronzo come me. Spero solo di lasciare una striscia abbastanza visibile nella tazza del mondo, quando Dio avrà tirato la catena.
Totò si siede a fianco a me, poggia la mano sulla mia e sorride.
– Farà male? – gli chiedo.
– Molto.
Cazzo, neanche in punto di morte riesce ad essermi di conforto.
– Ma dura un istante – sussurra – tranquillo.
Poi arriva il botto. Mentre il boato mi fracassa i timpani chiudo gli occhi, stringendoli come non ho mai fatto prima, e attendo che il colpo mi fracassi la testa.
Attendo.
Attendo ancora.
Dicono che l’istante che precede la morte duri tutta una vita, ma così è ridicolo.
Riapro gli occhi: il corpo splendido di Alina giace disteso accanto ai miei piedi, la pistola ancora in mano, gli occhi verdi sbarrati.
Su di lei si staglia una figura che fatico a mettere a fuoco controluce.
E’ un vecchio, magro come la fame, con due baffi che sembrano cespugli. In mano ha una scopa.
No, non scopa. Fucile.
– Mi spiace, ho dovuto farlo – dice, voltandomi le spalle – ti ho usato per arrivare ai responsabili della morte di mia nipote. Tornerò a liberarti non appena avrò finito, spero che potrai perdonarmi, signor Burton.
Sento i suoi passi lenti che rimbombano oltre la soglia, giù per le scale.
Nel cervello partono tutti gli ingranaggi.
– Come diavolo si chiama il custode? – domando, cercando di visualizzare mentalmente il suo cognome sulla lista.
– Augusto Farina – risponde Totò, il cui sguardo è completamente assorbito dal fondoschiena statuario dell’ex inquilina dell’appartamento numero 7.
– Totò, cazzo contieniti – sibilo tra i denti – è morta!
Totò alza lo sguardo e mi fissa come fossi un cretino – Perché, io cosa sono?
– Lasciamo perdere.
Farina. Dove ho già sentito questo nome?
Glielo chiedo.
– Era sul giornale alla tavola calda – risponde lui, tornando alla contemplazione.
Lentamente riesco a visualizzare un titolo e un nome.
“Ritrovato il corpo senza vita di Amanda Farina, 6 anni”.
– Ha visto chi è stato a sparare?
L’agente è poco più che un ragazzino. Si è fatto crescere due baffetti biondicci di primo pelo per darsi un tono, ma leggo chiaramente la parola Pivello sul suo tesserino.
Andrea Pivello. Con un cognome così, non puoi fare carriera neanche in un fast-food.
Non ricevendo risposta, ripete lentamente la domanda a voce più alta, come parlasse con un novantenne affetto da demenza senile e parziale sordità.
– Ha visto chi è stato a sparare?
Rifletto ancora un istante, prima di rispondere. Mentire probabilmente sarebbe un reato.
– No.
Mentre l’agente Andrea Pivello prende la mia deposizione, alla luce dei lampeggianti osservo tre sacchi neri uscire su altrettante barelle. Quello grosso è certamente di Sebaci, servono quattro infermieri per caricarlo sull’ambulanza. Poi tocca ad Alina, elegante perfino vestita di plastica. Infine, Gregorio Tachis.
Per lui più che un ambulanza servirebbe il camion dei rifiuti.
Meno male che mi sono fatto pagare in anticipo.