Il Castello di Sommacima – Parte I

Un altro piccolo racconto a puntate, di quelli che so quando comincio e mai quando finisco. Spero possiate apprezzarlo lo stesso!
 … e al mio pronipote Dante lascio la tenuta e il castello, con tutto quello ch’esso contiene.
Ugolino Delle Fosse, conte di Sommacima e altri titoli altisonanti.
Mai, prima che il suo legale me ne avesse letto il testamento, avevo sentito parlare del prozio Ugolino.
Mai, se solo avessi saputo, mi sarei andato a cacciare in un posto come quello.
Il castello di Sommacima era una costruzione antica e imponente. Spuntava dalla nuda roccia, spaccandola come il bozzolo di una crisalide, per ergersi verso un cielo che gli era però irrimediabilmente precluso. Così stava appollaiato da secoli, in bilico su un baratro di puro nulla.
Sotto di esso ruggiva l’Orco, un fiume così impetuoso che pareva rompere, bestemmiando al creato, il silenzio surreale della vallata.
Dall’altro lato del poggio pietroso, ma molto più in basso, sorgeva il borgo.
Tutto questo lo vidi attraverso i vetri sporchi della mia vecchia alfa, mentre guidavo su quella strada in salita progettata dal diavolo e costruita da torme di dannati. La corriera che mi precedeva arrancava sbuffando lungo il pendio, in una lenta processione fatta di tornanti e strapiombi, fermate e partenze, clacson e madonne.
Raggiunto quel che restava del borgo, un tempo fiorente, guidai fino alla piazza principale, rotonda e raccolta.  Da ogni lato la cingevano vecchie case di pietra infestate dall’edera, il cui aspetto trasandato e austero, a tratti sinistro, suggeriva al mio animo che non fosse solo quella, a infestarle.
Sull’uscio di una di esse sedeva un vecchio, la pelle cadente e lo sguardo perso nel bianco di fosche cataratte.
Non appena abbassai il finestrino un vento insolente si insinuò nell’abitacolo, frugando dappertutto senza alcuna discrezione, delicato come un esame alla prostata.
– Scusi – urlai al vecchio, qualche metro più in là, tentando di sovrastare il fischio delle raffiche tra i camini – per il castello?
Quello indicò una stretta viuzza che dalla piazzetta si dipartiva per essere inghiottita tra le mura di due grosse case.
– Con la macchina non si va su. Ci si arriva solo a piedi o a cavallo.
– Si va dove con cosa? – domandai incredulo, fissando la sagoma scura della rocca che si stagliava nel grigio di un pomeriggio senza nuvole, molto, ma molto più in alto.
Ma quello non rispose più.
Lasciai la macchina e imboccai la strada, in spalla uno zaino leggero col necessario per passare la notte.
Non appena misi piede su quel vecchio lastricato invaso dal muschio, le mura intorno a me parvero ingigantirsi, oscurare la vista del cielo, chiudersi alle mie spalle. Una sensazione sottile d’angoscia fasciò il mio cuore con bende di seta, morbide ma strette abbastanza da accelerarne i battiti, mentre mettevo un piede davanti all’altro il più in fretta possibile: avevo paura. Una paura autentica, irrazionale, suscitata forse da un ombra, forse da un fruscio.
Fu quasi senza accorgermene quindi che mi ritrovai al limite del borgo, dove una ripida mulattiera aggrediva il fianco della rupe, sulla cui cima mi attendeva il castello.
Guardai alle mie spalle, sentendomi stupido e profondamente irritato da quell’attimo di insensata debolezza.
Guardai avanti, e mi chiesi perché mi ero cacciato in una situazione simile.
Tra le rocce non crescevano arbusti e nemmeno il muschio era abbastanza tenace da ghermirle.
Grossi macigni giacevano sparsi ai fianchi del sentiero, scolpiti dal vento. A guardarli con attenzione e con quel briciolo di suggestione che era imposta dal contesto, quasi ricordavano volti umani, ma erano inquietanti, primordiali, contorti in smorfie grottesche.
Il loro goffo scultore spirava tra esse in mulinelli irriducibili, gridando la sua infinita frustrazione.
Ci vollero quasi venti minuti, al mio passo da camminatore occasionale, per vedere il portale del castello.
Al di là di quello si apriva un ampio cortile lastricato.
A sinistra una vecchia stalla e l’accesso alla torre, a destra una piccola casupola per gli attrezzi, al centro un grande pozzo, il cui secchio pendeva pigro appeso alla catena. Dalla parte opposta, l’ingresso alla residenza del fu prozio Ugolino Delle Fosse, Conte di Sommacima e altri titoli altisonanti. Una scalinata di marmo ingrigita e graffiata dal tempo e da chissà quante paia di calzature conduceva ad un portone di legno bruno, riccamente cesellato. Ai lati si affacciavano ampie vetrate, al secondo e terzo piano finestre più discrete.
Non c’era l’ombra di un citofono, sebbene non me l’aspettassi. A ben pensarci, non c’era l’ombra di una qualsiasi rete elettrica che dalla valle portasse il futuro anche tra quelle antiche mura.
Un grosso batacchio d’ottone era tutto quello che mi collegava a chiunque ci fosse dall’altro lato.
Il suono potente dei colpi rimbombò dappertutto, rimbalzando sulle pareti del castello e amplificandosi nel vuoto, lanciandosi in picchiata giù dalla rupe fino al paese, e facendomi sobbalzare.
– Buonasera – disse l’uomo coi baffi grigi all’insù che si presentò sulla soglia. Aveva circa una sessantina d’anni, un portamento d’altri tempi e abiti forse ancora più vecchi, ma estremamente eleganti. Si scansò per farmi passare, senza fare domande, e richiuse il portone alle mie spalle. Mi tese una mano guantata di bianco, con tale umile eleganza che ogni mio movimento al confronto risultò sgraziato. Gli porsi il cappotto e lo zaino.
– Non vuole sapere chi sono – domandai, con quella vocetta squillante che mi viene fuori quando sono in forte imbarazzo.
– Voi siete indubbiamente il signor Dante, vi stavamo aspettando.
La mia espressione incerta lo incoraggiò a fornirmi ulteriori spiegazioni.
– Da quando sua signoria ci ha lasciati non viene molta gente quassù e, in confidenza, non ci veniva nemmeno prima. Io sono Balduccio Astolfi, il maior domus. Il conte si è premurato, nel suo testamento, di pagare la servitù fino al termine dell’anno, per agevolare la sua permanenza.
A quest’ultima parola, un brivido improvviso mi corse lungo tutta la schiena.
– Non è mia intenzione trattenermi a lungo qui.
Balduccio inarcò le sopracciglia e fece schioccare la lingua sul palato.
– Come ritenete più opportuno.
– Quante altre persone vivono al castello – chiesi, facendo ordine tra le informazioni appena ricevute.
– Siamo rimasti soltanto io, la governante e il custode. Capirete che non c’è molto di cui occuparsi.
Detto questo, forse annoiato dalla conversazione, estrasse dal taschino della giacca un piccolo campanellino d’argento, che fece trillare impugnandolo tra il pollice e l’indice.
Il suono alto e chiaro riecheggiò nell’ingresso, andando poi a perdersi nei recessi del castello.
Pochi istanti dopo comparve una donna bassa e paffuta, la cui classica divisa nera e bianca mi suggerì che si trattava della governante. Aveva una faccia ampia e rotonda, dall’aria simpatica, capelli biondi vaporosi e piedini troppo piccoli per la sua stazza. Avrebbe potuto avere quarant’anni come settanta, era una di quelle persone per cui l’età è solo una questione di cifre. I suoi passi risuonarono frettolosi sul marmo dell’androne, mentre si dirigeva spedita verso la fonte del suo richiamo, arrestandosi solo un istante per salutarmi con un inchino appena accennato. Balduccio le sussurrò con discrezione alcune parole, poi si diresse verso la scalinata che portava ai piani superiori.
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