La ballata di Tano
Pubblicato il 7 febbraio 2012 Lascia un commento
Non credo abbia senso. Fatevi quattro risate.
Questa di Tano il fattore è la storia
canta dei fatti, nè gogna nè gloria.
Il cor di Tano da tempo batteva
per la sua giovin bellissima Eva.
A dirla tutta, in questa ballata,
l’uno era un cesso e l’altra una fata.
Non vi stupisca se quindi, ed è vero,
Tano era sempre d’umore assai nero.
Così una sera, tornando dai campi
mentre già in cielo correvano lampi
Tano gelato, poich’era gennaio,
trovò rifugio in un buio pollaio.
Mentre cessava fortuita procella
giunse al suo orecchio soave favella:
certo era Eva: che suono, che voce!
Tano era al buio, ma lei la sua luce.
Accadde allora che fatto coraggio
(omo era invero, e non scarafaggio)
Alla sua bella si fece vicino
e l’afferrò pe’l suo bel corpicino.
Lui lo credeva più magro e slanciato
e in più odorava di pane sfornato.
L’amore è cieco, che ci vuoi fare:
nulla poteva più Tano fermare.
Ancora oggi con lo sguardo basso
trotta al lavoro di buon fermo passo.
E se gli chiedi perchè quel suo fare
lui non si ferma e ti manda a cagare.
La spiegazione di tanta eleganza
che ormai di Tano è consueta usanza
è che si dice che in quel di gennaio
non baciò Eva ma Mario il fornaio.
La sua reazione già fu leggendaria
con un calcion mandò Tano per aria.
Questa è la storia e c’è la morale:
a volte un bacio può far molto male
Il filo di Aracne
Pubblicato il 23 gennaio 2012 2 commenti
Stavolta, per rimanere in tema, forse ho tirato un po’ troppo la corda.
Ma dovrò pur sperimentare, e voi, incauti lettori, siete le cavie.
Buona lettura
F.
Quando lo mondo anchora credevasi piatto, et la humana spezie principiava appena ad avvicinarsi all’opere della navigatione e della astronomia, lo eccellente nostro popolo già discettava di arte et philosophia et sommamente di fisica, che è lo studio dei corpi in movimento.
Era allora nello mare cosiddetto esterno, et precisamente quello che prende nome dallo Titano figlio di Giapeto, Atlante, una isola unica nello suo genere.
Costituita di materia proveniente dallo cosmo siderale più estremo, di cui anche gli astri si compongono in massima parte, galleggiava essa sulle acque perigliose, e si sarebbe levata più in alto anche delle nubi se lo filo d’Aracne non l’avesse ancorata al fondo.
Sottile come crine, duro come pietra adamantina, esso filo impediva all’isola di prendere la deriva nell’aere terso.
Una civitate feconda et evoluta ivi sorgeva, patria di sapienza.
Fulgida et maestosa, Atlantide, le cui guglie et pinnacoli s’innalzavano a solleticare la volta celeste, prosperava davanti alle colonne che la potenza d’Eracle pose a confine del mondo.
Esperti navigatori, i figli di Atlantide portarono il sapere ovunque nello mare interno, concedendo grandezza ai popoli tutti che vollero aprirgli le loro menti.
Creta, Micene, Atene, Carthago et finanche Babilonia, tutte sorsero dalla scintilla del genio d’Atlantide.
Ma l’invidia et la cupidigia degli uomini, che sempre tutto devasta e porta a rovinosa disfatta ciò che di buono riescono a creare, li condusse ad usare ciò che avevano appreso contro chi glie lo aveva insegnato. Nella smania di più avere, mossero le flotte contro coloro che primi li spinsero ad affrontare il pelago.
Lo popolo eletto, nella infinita sua bonitate, tentò di destare Eirene nel cor loro dormiente.
Ma quando i messi e gli araldi, deturpati barbaramente, furono lasciati all’abbraccio dei flutti, la rabbia esplose come tuono in mare aperto: le navi bianche Atlantine, potenti et leggere, spazzarono i legni ostili come biglie, dispersero le flotte come greggi.
Ma uno dello popolo blasfemo degli Ioni, Teseo, come serpe d’acqua insidiò lo nostro calcagno.
Raggiunto lo fil che ancorava Gaia ad Atlantide, nol tagliò, ché era impensabile, bensì il sciolse.
Se foste stati presenti allora, sulle navi che rientravano in porto, avreste assistito al dramma primigenio: l’isola lieve, con città sua splendente, alzossi dal pelago d’Atlante e raggiunse lo cielo.
Così seppur vincitori, gli Atlantini subirono l’esilio.
Gli uni condannati a vagare per la volta celeste, in balia dei venti.
Gli altri, rimasti in mare, a mai più vedere la patria loro natia.
Lo buco che l’isola lasciò sollevandosi era tale che ci mise giorni a richiudersi, sicché gli stolti pensarono che Atlantide fosse sprofondata.
Solo noi, figli di coloro che rimasero sulle bianche navi, sappiamo l’vero.
Passiamo per stolti, perché sempre miriam lo cielo, et sognatori.
Nessuno sa che, in cor nostro fremente, attendiamo d’Atlantide il passaggio, nella speme d’attaccarci allo fil che da essa ancor pende.
Il Giorno del Giudizio
Pubblicato il 18 gennaio 2012 2 commenti
“Il Giorno del Giudizio: dicono che ci coglierà tutti di sorp”
Un altro racconto nel mio stile: surreale e poco comprensibile. Buona lettura.
Il Giorno del Giudizio colse tutti di sorpresa, tranne un anziano pastore di Foggia cui faceva sempre male il gomito, prima dell’Apocalisse. Ma era muto, così non riuscì ad avvisare nessuno.
Arrivò all’improvviso, dicevo, ma non era come se lo aspettavano tutti.
Per cominciare, siccome avvenne nello stesso momento su tutta la terra, per alcuni il Giorno arrivò, paradossalmente, in piena notte.
Poi, in barba ai profeti, ai maya e agli jettatori di mezzo mondo, non ci furono tombe scoperchiate, folgori, fiamme o morti viventi.
Semplicemente, comparvero le scritte.
Dapprima poche, poi sempre di più: impietose, chiare, inappellabili.
Un certo Mario Lamberti cercò di lavare via il suo terribile segreto ma il sapone, il solvente e il fuoco non riuscirono a cancellargli dalla fronte neppure una singola lettera della parola “assassino”.
Preso dal panico, si gettò dalla finestra.
Cinque piani più in basso, i paramedici trovarono anche la scritta “suicida” impressa sul suo dorso.
I coniugi Verga, al risveglio, lessero la propria infedeltà l’uno sulla fronte dell’altro.
Pensando si trattasse di un sogno, tornarono a dormire.
Solo un certo Lucio, detto Pietà, non ebbe problemi: che era un violento glie lo si leggeva in faccia anche prima.
Potrei andare avanti per molto, ma immagino abbiate capito.
In poco tempo insomma, la gente capì: il Giudizio era già avvenuto e ognuno era stato marchiato col proprio verdetto.
Per scoprire ciò che sarebbe seguìto, non serviva una profezia.
Pestaggi e linciaggi si moltiplicarono e ben presto anche la gente perbene cominciò a coprirsi la fronte.
I politici invece andavano in giro col burqa.
L’umanità si accartocciò su se stessa.
Quando racconto questa storia, mai nessuno mi crede.
Forse perché, da quel giorno, sulla mia fronte c’è scritto “bugiardo”.