Allunga il tuo pene, guadagna subito mille euro e vinci un IPad
Pubblicato il 30 novembre 2012 10 commenti
Bazzicando tra le funzioni di WordPress sono finito nella sezione cronologia.
Più precisamente, in quella parte della sezione cronologia che mi permette di vedere cosa ha digitato la gente sui vari motori di ricerca per arrivare a Il Drago di Carta.
Sorpresa, qualcuno ha digitato il mio nome. Per intero! In Italia e nel mondo ci sono solo io. Probabilmente è stato uno stalker, più probabilmente creditori, più probabilmente io stesso.
-Lo stalking è un reato, eh. Sì dico proprio a te! Smettila di seguirmi.-
Seconda piacevole sorpresa, c’è gente che dedica parte del proprio tempo a cercare il mio blog. Proprio il mio blog, mica uno a caso! Qualcun altro cerca il mio libro (se non sai di cosa parlo dai un’occhiata qui – fine della pubblicità). Qualcuno cerca gattini, una decina di persone cercavano pirati, alcuni altri filastrocche, sempre sui gattini. Un sacco di gente, a quanto pare, passa il proprio tempo a cercare gattini nel web.
Poi, tutt’a un tratto, nel bel mezzo dell’elenco, salta fuori una descrizione generica ma neanche troppo di quello che fa una “nonna” con i suoi “nipoti”, sogno proibito di qualche gerontofilo represso.
Ancora qualcun altro arriva al mio blog con espliciti riferimenti al mestiere più antico del mondo.
Non il panettiere, l’altro.
Per giungere al nocciolo della questione di oggi, un sacco di persone cercano sesso sul web – o modi più o meno sicuri per procurarselo – o modi più o meno sicuri per incrementare le dimensioni del proprio pene, al fine di procurarsi del sesso.
Davvero tante. Anche tu. Sì proprio tu, mio caro Stalker Texas Ranger.
Molte altre cercano modi facili e sicuri per fare denaro (quasi certamente per comprarsi del sesso, o del potere, con cui ottenere del sesso). Al posto d’onore c’è Steve Jobs coi suoi giocattoli costosi. E non oso immaginare quale connessione ci sia con il sesso, ma sono certo che c’è.
Solo con il titolo di questo post, insomma, dovrei essermi aggiudicato visite di persone più o meno raccomandabili per un sacco di tempo.
Persone che non mi conoscono.
Che non sanno che qui non c’è nessun allunga-pene, nessun metodo gabbapolli per fare danaro, nessun IPad da vincere. E niente nonne arrapate, tanto per essere chiari anche col club dei gerontofili anonimi.
Ma perfino chi mi conosce, ne sono sicuro, è stato attratto dal titolo di questo post.
Potere del sesso!
Dopotutto ci sarà un motivo se ovunque in internet spopolano popup e messaggi pubblicitari molesti ed espliciti che promettono, in ordine casuale, più o meno tutto ciò di cui ho parlato fin ora.
(Tra l’altro, conosco un metodo 100% affidabile per guadagnare 100 euro.
Se mi inviate 100 euro su paypal, vi dico quale).
Ci sono questi annunci perché c’è gente che ci casca.
Credete davvero, carissimi, che dall’altro lato dello schermo di quelle fantastiche chat erotiche, ci siano belle polle che aspettano a braccia (diciamo braccia) aperte sfigati arrapoidi come voi? No!
Buon dio, perchè dovrebbero?
La verità è che c’è una sola orrida figura, di sesso ignoto, che fuma tabacco e dice porcate inenarrabili a tutti gli sfigati contemporaneamente. E quando deve andare al bagno, semplicemente li connette e li lascia dieci minuti a dirsi porcate tra loro, a pagamento.
Ma come faccio io a sapere tutte queste cose, vi starete domandando?
Se mi inviate 100 euro su paypal ve lo dico.
Insomma, internet è un pollaio. Ci sono i polli, ci sono le volpi, e in generale, c’è puzza di merda.
Alcune curiosità su questo post:
– Dall’inizio, ho usato la parola “sesso” per ben otto volte, inclusa questa. Immaginate quanti segaioli delusi, adesso!
– “Steve Jobs” è ricerca più effettuata su Google nel 2011.
– Con “Donne Nude” sto ampliando immensamente il raggio d’azione di questo post.
– Con una bella foto e il “Megan Fox Nuda” che scrivo proprio adesso, questo post otterrà visite stellari.
Ricerche curiose che hanno condotto al Drago:
— “chi era il capo indiano che cavalcava davanti sul suo bel cavallo bianco video”. Tu che hai digitato questo: voglio sapere che cazzo cercavi!
– “se faccio dei scatti con il busto sento rumore in gola”.
– “gli pende fuori dal pantaloncino durante la partita di calcio”.
– “la storia del fabbro col pisello ad uncino”. No, davvero.

Prendere il treno
Pubblicato il 29 novembre 2012 Lascia un commento
– Forse sei troppo giovane per capire di cosa sto parlando.
La voce incrostata di fumo del vecchio fu sovrastata dal fischio del convoglio che lentamente prendeva a muoversi qualche metro più in basso. Io, col bavero stretto tra le mani perché il vento non mi portasse via anche la salute, seguivo con gli occhi la pista dei binari che andava a finire all’orizzonte e forse anche qualche metro dopo.
– Dico quando prendere il treno aveva tutto un altro significato, quando davvero lo afferravi in corsa e se ti rimaneva un briciolo di forza ci issavi anche il tuo amico. Quando ti nascondevi tra le casse dei vagoni merci e saltavi giù prima di giungere in stazione, pregando iddio che sotto quella striscia erbosa non si nascondessero sassi o merda. Era tutto più romantico.
Tirò un ultima boccata al mozzicone di sigaretta che reggeva tra le dita ingiallite e lo lanciò giù dal cavalcavia, guardandolo vorticare e sputare lapilli, fino a spegnersi al suolo.
– E se era bel tempo, se il viaggio era lungo abbastanza, potevi anche arrampicarti sul tetto e viaggiare all’aria aperta, roba che neanche i ricconi di prima classe sanno cosa vuol dire. Ora i treni sono tubi di latta sigillati, ci hanno preso per sardine. Non c’è più spazio per quelli come me, non ci sono più notti clandestine.
Seduto sul parapetto, le gambe penzoloni, cercò con gli occhi la mia approvazione e con la mano la bottiglia che nascondeva sotto il cappotto. Bevve come chi ha davvero sete, gustando il primo e l’ultimo sorso e anche i ventitré che contai tra questo e quello. Il pomo spigoloso andava su e giù senza sosta finché, con un rutto e un sospiro, non mi comunicò di aver finito.
– Queste belve qui per esempio – disse, indicando con un cenno del capo un treno affusolato come una freccia che riposava al termine di un binario morto – fanno i trecento all’ora: se solo provassi a viaggiare sul tetto la pelle mi si sfilerebbe di dosso come un guanto, capisci cosa intendo. Ora che non mi restano neanche i treni, riconosco che non è più tempo per quelli come me.
– I girovaghi – domando
– I romantici.
Un altro fischio lontano, che sembrava venire da fuori dal tempo, di nuovo inghiottì un pezzo di frase, ma il vecchio parve non curarsene. Continuava a parlare e le labbra screpolate si muovevano come in un film muto.
– Senti? – domandò poi, quando quell’ululato malinconico si assopì fino a sparire – questo è il mio treno. È ancora uno di quelli vecchi, come me, ancora sa cosa vuol dire viaggiare. Domani lo rottamano.
Insieme guardammo l’unico, grosso faro, spalancato come un occhio sui binari, farsi sempre più vicino.
Bevve ancora un sorso, per accertarsi che la bottiglia fosse vuota, poi la gettò dal parapetto.
– Piacere di averti conosciuto.
Saltò leggero, come un mozzicone di sigaretta, e si spense giù in basso.
Fabrizio
Pubblicato il 25 novembre 2012 Lascia un commento
Oggi, 25 novembre, è il giorno contro la violenza sulle donne.
Io vorrei che fosse ogni giorno, che non si relegasse lo sdegno a una data precisa.
Questo è un testo che scrissi qualche tempo fa, ma credo calzi a pennello.
Conobbi Fabrizio quando avevo sette anni.
Abitavo con mia madre in un bilocale nei pressi della ferrovia, abbastanza vicino da vedere le facce dei passeggeri del regionale delle otto dalla finestra del bagno. Ogni volta che passava un convoglio, sbuffi di intonaco cadevano dal soffitto e il lampadario cominciava a vorticare pericolosamente.
Dormivo come ogni notte sulla poltrona reclinabile nella sala da pranzo, che era anche ingresso e cucina.
A svegliarmi fu il treno merci delle due e trentacinque.
Quando del trambusto del convoglio non rimase che un tuono lontano, un altro rumore attirò la mia attenzione: tonfi sordi, regolari, e scricchiolii prolungati.
Accostai l’orecchio alla porta della stanza da letto, ma era già tornato il silenzio.
Poi riprese, più forte di prima, sempre più veloce.
Spalancai la porta gridando, ma quando vidi cosa c’era dall’altra parte, l’urlo mi si strozzò in gola.
Un paio di grosse chiappe bianche e lardose ondeggiava davanti ai miei occhi.
Il proprietario aveva i piedi piantati per terra, impastoiati nei pantaloni, ed il busto curvo sul letto.
Sotto di lui, il corpo esile di mia madre, gli stivaletti di pelle ancora ai piedi.
Facendo capolino da dietro la pancia dell’uomo mi disse ti presento Fabrizio, o qualcosa del genere, non ricordo.
Da quella notte, Fabrizio cominciò a farci visita sempre più spesso e a trattenersi sempre più a lungo. Non so quindi con esattezza quand’è che cominciò ad abitare con noi.
Ho pochi ricordi positivi, di Fabrizio.
Per esempio, quando tornava a casa così ubriaco che si addormentava di schianto sulla mia poltrona.
Almeno quelle volte non picchiava me o mia madre.
Una sera era totalmente fuori di senno. Sentivo bruciare ferocemente la guancia su cui si era abbattuta quella mano grande come una padella, mentre lo guardavo impotente afferrare mia madre per i capelli trascinarla in camera da letto. Ascoltavo passare implacabile il treno merci.
Raccolsi meccanicamente il cacciavite con cui aveva tentato di riparare il televisore la sera prima. Spalancai la porta, balzai sul letto e lo piantai in quel suo grasso culo sudato.
Non la prese bene, mi picchiò, ma per fortuna svenni quasi subito.
In ospedale, qualche settimana dopo, non faceva altro che scusarsi e piangere e fare la faccia triste, fintanto che l’agente di custodia ci guardava.
Fece qualche mese di prigione, quel tanto che mi bastò per ricominciare a camminare, e mia madre mi promise che non lo avremmo mai più rivisto.
Avevo tredici anni.
Un pomeriggio di ottobre, quando tornai dal giro di consegne per il supermercato, lo trovai seduto in salotto, mano nella mano con lei. Mi giurò che era cambiato, che aveva capito i suoi errori, che era una persona migliore. La sera stessa, a confermare i suoi buoni propositi, mi fracassò due costole.
Il giorno seguente scappavo da casa, per non farvi ritorno.
Fui accolto in una casa famiglia, poi in una famiglia vera e quindi, dieci anni dopo, mi laureai in legge e divenni avvocato.
Oggi, che mi chiedete di dire qualche parola su Fabrizio nel giorno del suo addio, non posso che accontentarvi.
Riposa in pace, figlio di puttana.
Ho visto Saviano
Pubblicato il 24 novembre 2012 Lascia un commento
Ho scritto queste due righe, un po’ in ritardo rispetto all’evento di cui parlo a dire il vero, dopo aver letto per caso un post in cui Roberto Saviano elenca tutte le cose che sono state dette contro di lui. Alcune cattiverie gratuite, altre sintomo d’ignoranza, altre di “autodifesa”: a nessuno piace sentirsi dire che è anche colpa sua, se le cose sono come sono. Che è per l’ignavia e il disinteresse di tutti, che proliferano realtà come la mafia. È molto più semplice screditare chi, invece, cerca di spronarti a fare qualcosa.
Per dirla con grazia Littizettiana è molto più facile guardare la pagliuzza nell’occhio del vicino, piuttosto che la trave che hai nel culo.
A maggio dello scorso anno feci una visita veloce alla Fiera internazionale del Libro di Torino.
Mi trovavo a metà del cammino tra il padiglione principale ed uno dei secondari, in un bagno di folla, quando un brusio crescente alle mie spalle, facendo leva sulla mia immensa curiosità, mi fece voltare.
La prima cosa che vidi fu un carabiniere, anzi due. Uniforme perfetta, cappello in testa, la fiamma dell’Arma che svettava sopra di esso, oltre le teste degli altri visitatori.
Poi altri due, subito dietro, a serrare il passo: gli uni e gli altri intenti a scostare, garbatamente ma con decisione, le persone al passaggio.
Nel mezzo, come in una bolla, un signore magro e non troppo alto, il cranio rasato e l’aria un po’ stropicciata di chi ha viaggiato abbastanza.
Passando sorrideva, quasi chiedendo scusa per quell’improvviso disturbo, ché fosse stato per lui avrebbe volentieri barattato la scorta per un caffè e una brioche in compagnia.
Da qualche parte, qualcuno ha cominciato a battere le mani.
Poi un altro, poi un altro, poi anche io. Tutti, come a dire “ehi, non c’è problema, nessun fastidio. Vai pure, il caffè lo prendiamo quando sei più tranquillo”.
Così, finché non è scomparso all’interno dell’altro padiglione.
Ora, questo semplice evento ha scatenato nel mio cervello una serie di riflessioni. Ha scosso sinapsi e scoperchiato tombe dove – mea culpa – avevo seppellito argomenti troppo scomodi per la mia coscienza.
Ho sempre pensato che per raddrizzare ciò che è storto in questa società, per lasciare il mondo “un po’ meglio di come lo abbiamo trovato”, ciascuno deve fare ciò che gli riesce meglio, seguire la sua vocazione.
Ciascuno, facendo il proprio mestiere onestamente, con cultura della legalità, è nel proprio piccolo costruttore di un mondo migliore. Per questo motivo vedere che la vita di un uomo è stata violentata e privata della sua intimità solo perché ha fatto il suo lavoro, solo perché ha espresso se stesso facendo ciò che crede giusto e che gli riesce meglio, mi riempie di tristezza.
“Seguo” da qualche tempo Roberto Saviano, sui giornali, su Facebook o in televisione.
Non perché veda in lui alcun tipo di profeta o di paladino della giustizia, anzi. Mi interesso a ciò che dice perché in lui vedo un uomo normalissimo, come me, come mio padre, come il lattaio. Una persona qualsiasi che però ha deciso di non scendere a compromessi quando si tratta dei propri valori.
Lo ascolto, non perché penso che dica cose eclatanti o inaudite: lui stesso ripete, ad ogni occasione, che non è scopritore di nulla, che tutto ciò che porta all’attenzione del pubblico è già sotto gli occhi di tutti. Basta cercare.
È questo il suo merito: alimentare la riflessione su cose che alcuni tendono, per comodità o pigrizia, a dimenticare o peggio, a far finta di non vedere.
Come quando da bambini ci si rifugiava sotto le coperte perché, chissà, se il mostro non mi vede – ma soprattutto se non lo vedo io – non può farmi del male.
Ma il fatto che, grandi e grossi, continuiamo a nasconderci sotto lenzuola di indifferenza, gioca tutto a favore del mostro.