Fabrizio

Oggi, 25 novembre, è il giorno contro la violenza sulle donne.
Io vorrei che fosse ogni giorno, che non si relegasse lo sdegno a una data precisa.
Questo è un testo che scrissi qualche tempo fa, ma credo calzi a pennello.

Conobbi Fabrizio quando avevo sette anni.
Abitavo con mia madre in un bilocale nei pressi della ferrovia, abbastanza vicino da vedere le facce dei passeggeri del regionale delle otto dalla finestra del bagno. Ogni volta che passava un convoglio, sbuffi di intonaco cadevano dal soffitto e il lampadario cominciava a vorticare pericolosamente.
Dormivo come ogni notte sulla poltrona reclinabile nella sala da pranzo, che era anche ingresso e cucina.
A svegliarmi fu il treno merci delle due e trentacinque.
Quando del trambusto del convoglio non rimase che un tuono lontano, un altro rumore attirò la mia attenzione: tonfi sordi, regolari, e scricchiolii prolungati.
Accostai l’orecchio alla porta della stanza da letto, ma era già tornato il silenzio.
Poi riprese, più forte di prima, sempre più veloce.
Spalancai la porta gridando, ma quando vidi cosa c’era dall’altra parte, l’urlo mi si strozzò in gola.
Un paio di grosse chiappe bianche e lardose ondeggiava davanti ai miei occhi.
Il proprietario aveva i piedi piantati per terra, impastoiati nei pantaloni, ed il busto curvo sul letto.
Sotto di lui, il corpo esile di mia madre, gli stivaletti di pelle ancora ai piedi.
Facendo capolino da dietro la pancia dell’uomo mi disse ti presento Fabrizio, o qualcosa del genere, non ricordo.
Da quella notte, Fabrizio cominciò a farci visita sempre più spesso e a trattenersi sempre più a lungo. Non so quindi con esattezza quand’è che cominciò ad abitare con noi.
Ho pochi ricordi positivi, di Fabrizio.
Per esempio, quando tornava a casa così ubriaco che si addormentava di schianto sulla mia poltrona.
Almeno quelle volte non picchiava me o mia madre.
Una sera era totalmente fuori di senno. Sentivo bruciare ferocemente la guancia su cui si era abbattuta quella mano grande come una padella, mentre lo guardavo impotente afferrare mia madre per i capelli trascinarla in camera da letto. Ascoltavo passare implacabile il treno merci.
Raccolsi meccanicamente il cacciavite con cui aveva tentato di riparare il televisore la sera prima. Spalancai la porta, balzai sul letto e lo piantai in quel suo grasso culo sudato.
Non la prese bene, mi picchiò, ma per fortuna svenni quasi subito.
In ospedale, qualche settimana dopo, non faceva altro che scusarsi e piangere e fare la faccia triste, fintanto che l’agente di custodia ci guardava.
Fece qualche mese di prigione, quel tanto che mi bastò per ricominciare a camminare, e mia madre mi promise che non lo avremmo mai più rivisto.
Avevo tredici anni.
Un pomeriggio di ottobre, quando tornai dal giro di consegne per il supermercato, lo trovai seduto in salotto, mano nella mano con lei. Mi giurò che era cambiato, che aveva capito i suoi errori, che era una persona migliore. La sera stessa, a confermare i suoi buoni propositi, mi fracassò due costole.
Il giorno seguente scappavo da casa, per non farvi ritorno.
Fui accolto in una casa famiglia, poi in una famiglia vera e quindi, dieci anni dopo, mi laureai in legge e divenni avvocato.

Oggi, che mi chiedete di dire qualche parola su Fabrizio nel giorno del suo addio, non posso che accontentarvi.
Riposa in pace, figlio di puttana.

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