Un dìa paseando a lo largo del rio (Un giorno passeggiando lungo il fiume)
Pubblicato il 18 luglio 2014 Lascia un commento
Un dìa paseando a lo largo del rio
vì a un Cristo sentado en un punto vacìo
de rocas y piedras, los pies en el fresco
parecia pintado en un cuadro Goyesco.
Paré a mirar el Sagrado Bañista:
cubierta la espalda de seños de fusta,
el pelo, la barba, el pecho injuriado
por golpe de lanza romana allì al lado.
Hola Maestro, que estas haciendo?
El me sonrie y me explica diciendo:
Es que me aburria encima a la cruz
y en esa capilla no llega ni luz.
Ya yo me pregunto, con todas las cosas
que he hecho en la tierra (y todas hermosas)
porqué me clavaste, y deciros queria
que pa’ mi la cruz està mejor vacìa.
Un giorno, passeggiando lungo il fiume
vidi un Cristo seduto in un punto scevro
di rocce e pietre, i piedi al fresco,
sembrava dipinto in un quadro di Goya.
Mi fermai a contemplare il Santo Bagnante:
la schiena coperta di segni di frusta,
i capelli, la barba, il petto offeso
da un colpo di lancia romana lì al fianco.
Ciao Maestro, che stai facendo?
Quello mi sorride e mi spiega, dicendo:
È che mi annoiavo, in cima alla croce
e in quella cappella non arriva manco la luce.
Io mi domando, con tutte le cose che ho fatto
in questo mondo (e tutte buone),
perché m’inchiodaste; e vorrei dirvi che
per me la croce sta meglio vuota.
Dialoghi del terzo tipo #17: Eroe
Pubblicato il 7 luglio 2014 1 Commento
– Chi è lei, e cosa fa a letto con mia moglie?
– Eh, ma che maniere! Scusi, ma a casa sua non si bussa prima di entrare?
– Ma questa è casa mia!
– E allora bussi, scusi.
– Busso?
– Bussi, bussi.
– Toc toc.
– Chi è?
– Ma come chi è, chi è lei!
– Sua moglie.
– Non lei, lei!
– Io?
– Lei.
– Il giardiniere.
– Ma se noi neanche ce l’abbiamo il giardino.
– Infatti ho un sacco di tempo libero, vede?
– Potrebbe fermarsi almeno mentre parliamo?
– No.
– No cosa?
– Non posso.
– E per quale ragione?
– C’è una bomba sotto il letto, se mi fermo esplode.
– Accidenti.
– Già. Ma non stia lì che è pericoloso, si metta in salvo.
– Lei è un eroe, ce ne fossero di più come lei!
– Ce n’è.
– Prego?
– Nulla, nulla.
– Allora io vado. Grazie, eh.
– Ma le pare.
Salimmucca
Pubblicato il 26 giugno 2014 Lascia un commento
Uno dei racconti a cui sono più affezionato, rivisto e corretto.
Quando arrivò sapeva dire solo il suo nome.
Si chiamava Salim Uchan, ma la gente di qua, che non riusciva pronunciarlo, lo chiamava Salimmucca, “sale in bocca”.
Nessuno sapeva da dove fosse saltato fuori quel ragazzino dalla pelle d’oliva e dal sorriso perenne: semplicemente, si presentò un giorno al campo da calcio del palazzetto, indicò se stesso e poi noi, infine il pallone.
Ci guardammo un po’ spiazzati, noialtri, cercando di capire se qualcuno lo conosceva.
Era alto, di un’età indefinita che poteva andare dai sedici ai vent’anni, con occhi che parlavano di mari lontani. Indossava una canottiera impolverata e pantaloncini di tela, non portava scarpe.
Mentre parlottavamo, quello stava fermo dove s’era piazzato all’inizio, senza spostare neppure lo sguardo.
Alla fine, siccome un nostro terzino s’era infortunato, acconsentimmo a farlo giocare, invitandolo con un cenno.
– Salim Uchan – disse, tendendo una mano a tutti e a nessuno in particolare, nel mezzo del gruppo.
A stringerla fui io stesso.
– Salvatore.
Ci dividemmo, come al solito, per la partitella della domenica sera.
Sette da una parte, sette dall’altra, pettorine gialle per i primi e per i secondi niente.
– Alfio – gridai – dai ‘na casacca a Salimmucca, che lo facciamo giocare con noi.
Poi mi rivolsi allo straniero.
– Terzino sei. Capisci terzino?
Non ricevendo risposta, cominciando già a pentirmi di averlo accontentato, lo presi sottobraccio e lo portai sulla fascia destra del campo.
– Stai qua.
Annuì.
Per i primi dieci minuti di gioco, fece esattamente quello che gli avevo detto: rimase piantato là dove lo avevo messo io. Stava lì, magro magro in quella pettorina fosforescente, a guardare la palla che correva da una parte all’altra del campo, con noi appresso.
Un passaggio sbagliato degli avversari, e la palla rotolò lentamente nella sua direzione, arrestandosi ai suoi piedi.
Non me ne resi subito conto, ma eravamo tutti fermi ad aspettare che facesse qualcosa, per avere la conferma o la smentita che fosse cretino come pensavamo.
– Salimmucca – strillò Alfio, dal centro dei pali – corri, benedetta Madonna, corri!
Fu allora che successe.
Mosse il sinistro e con l’esterno spinse il pallone in avanti, quasi carezzandolo.
Una, due, tre volte, ed era così veloce che sembrava che la palla non si staccasse mai dal piede.
Quando arrivò a centrocampo, Tano, portiere avversario, svegliò la difesa con parole irripetibili, ma era già tardi: Salimmucca ballava a una musica che sentiva solo lui, con passi che nessuno di noi aveva mai visto.
Scivolò tra i difensori e arrivò davanti al portiere, che uscì dalla porta con la chiara intenzione di prendere lui e, casomai, il pallone.
Salimmucca saltò, il pallone incollato ai piedi scalzi, lasciando dietro di sé Tano, arenato nell’area piccola.
Poi spinse con dolcezza la palla in gol, restando a guardarla mentre si adagiava in fondo al sacco, come fosse la cosa più bella del mondo.
Lo era.
Quello fu il primo gol di Salimmucca, ma ne avremmo visti molti altri: in rovesciata, di tacco, a pallonetto. Sapeva gonfiare la rete in ogni modo, ma non disdegnava mai i compagni di squadra. Al dribbling preferiva il passaggio, al gol, l’assist.
Non diceva mai nulla che non fosse il suo nome e se gli chiedevi da dove veniva, guardava in direzione del mare. A noi andava bene così: pian piano ci eravamo abituati a vederlo sbucare dal nulla e sparire allo stesso modo, dopo la sirena che annunciava l’esaurimento del tempo a nostra disposizione.
Da quando giocava lui poi, un poco alla volta, al palazzetto era arrivato anche una specie di pubblico. Gente del paese prima, poi pure di quelli vicini, tutti a vedere Salimmucca.
L’ultima domenica di agosto, lo aspettammo fuori dal campo.
Lui arrivò puntuale, addosso aveva la pettorina che dal primo giorno si portava ormai sempre appresso.
Ci scrutò per capire con gli occhi quello che non sapeva chiederci a parole ed io gli porsi un pacco, da parte di tutti. Lo scartò e aprì la scatola.
– Se non ti stanno – lo rassicurò Alfio – le puoi cambiare.
Non pianse di gioia, come qualcuno si aspettava.
Le provò, ci fece una corsa, andò a mordere la terra del campo con i tacchetti.
Quella sera fece cose dell’altro mondo, dagli spalti era una pioggia continua di esclamazioni di stupore più o meno cristiane.
Fu l’ultima volta che giocai con Salimmucca.
Dal giorno dopo non venne più al campo: qualcuno dice di averlo visto mentre correva via, con le scarpette sotto il braccio. Qualcun altro sostiene che quella sera, tra il pubblico, ci fosse un talent scout di una squadra famosa, che gli offrì un ingaggio vero. Qualcun altro, come me, semplicemente non si fa domande.
E ringrazia Dio per averlo visto giocare.
Cacca di Drago: Io di Sarajevo non ho capito un cazzo.
Pubblicato il 14 giugno 2014 Lascia un commento
Potrei dire che, da questo viaggio, ho capito molte cose sulla Bosnia, su Sarajevo.
Potrei dire che ho capito che è una città piena di contraddizioni, dove ogni affermazione incontra il suo esatto opposto, dove l’eco di una guerra spenta da quasi vent’anni ancora rintrona su campanili e minareti.
Potrei dire che ho colto le mille sfumature di un popolo che non è più tale, che è uno e trino e dio di se stesso, che ha tre lingue uguali ma guai a dirlo.
Potrei.
E invece dirò che io di Sarajevo non ho capito un cazzo, perché non è una città che si fa intendere al primo appuntamento. Perciò qui mi limito a riportare quel poco che ho visto, come l’ho visto.
Sarajevska
Birra si dice pivo in bosniaco, in croato e pure in serbo, per quanto i serbi lo scrivano con lettere cirilliche.
Mi ero arrampicato con pochi amici lungo il fianco di una delle colline che da tutti i lati cingono Sarajevo. Avevamo raggiunto un punto panoramico da cui con lo sguardo ci si poteva spingere lontano, almeno fin dove la foschia di una giornata rovente lo permetteva. Sotto i nostri occhi, la città accovacciata al fondo della valle, attraversata dalla Bosna disseminata di ponti.
Un proverbio cinese recita ”Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.”
Osservando il percorso sereno del corso d’acqua pensavo che, appena una manciata di anni fa, sedendo su quelle stesse rive basse della Bosna, di cadaveri se ne sarebbero visti tanti. Sempre che si fosse riusciti a beffare i cecchini.
Lo raccontavano muti minuscoli puntini, sparsi come semi bianchi, sulle colline tutto intorno: lapidi sottili, ritte, indici puntati contro il petto di chi ha sparato, di chi ha taciuto e di chi s’è girato dall’altra parte.
Era il tramonto, la bottiglia di birra battuta dal sole diffondeva un chiarore dorato e rassicurante. Dai minareti si levò improvviso il richiamo alla preghiera e l’aria vibrò per alcuni minuti di quelle nenie antichissime, poi tutto tacque e ci fu un silenzio immenso.
Da quelle stesse colline, pensai, forse da dove mi trovavo io stesso, un tempo non lontano batterie di ferro suonavano tutt’altra musica.
Bevvi l’ultimo sorso, il sole si spense.
Le due Sarajevo
L’idea che mi sono fatto durante il mio breve soggiorno è che tutto a Sarajevo si può dividere in due grandi gruppi: “prima della guerra” e “dopo la guerra”.
A seconda per esempio che si cammini guardando dritti davanti a sé, o viceversa col naso all’insù, si avrà la percezione di due città ben diverse.
Nel primo caso infatti, si avrà l’impressione di passeggiare per le strade piene di vita di una capitale europea come tante.
Alzando la testa per caso, come seguendo il volo frenetico di un passero o il decollo ineluttabile di un palloncino sfuggito alla presa, si avrà ben altra impressione, quella di una città scesa all’inferno e tornata miracolosamente indietro. Le cicatrici lasciate dai proiettili sulle case sono una costante, come pure quelle macchie di cemento rosso a indicare dove caddero le granate, là in mezzo al lastricato di una via pedonale, o a interrompere lo scorrere liscio di un marciapiede di recente costruzione.
Così, costantemente in bilico tra un passato non ancora passato e un futuro primadonna che sembra intenzionato farsi attendere, anche le persone sembrano potersi spaccar in due: chi ha visto la guerra e chi no.
Perfino i loro racconti risentono di una simile demarcazione, ché per indicare qualcosa che appartiene a un passato lontano nel tempo, dicono “prima delle guerra” e viceversa.
Ho visitato due città differenti, ma non saprei distinguere nettamente l’una dall’altra.