Cacca di Drago: Io di Sarajevo non ho capito un cazzo.

Potrei dire che, da questo viaggio, ho capito molte cose sulla Bosnia, su Sarajevo.
Potrei dire che ho capito che è una città piena di contraddizioni, dove ogni affermazione incontra il suo esatto opposto, dove l’eco di una guerra spenta da quasi vent’anni ancora rintrona su campanili e minareti.
Potrei dire che ho colto le mille sfumature di un popolo che non è più tale, che è uno e trino e dio di se stesso, che ha tre lingue uguali ma guai a dirlo.
Potrei.

E invece dirò che io di Sarajevo non ho capito un cazzo, perché non è una città che si fa intendere al primo appuntamento. Perciò qui mi limito a riportare quel poco che ho visto, come l’ho visto.

Sarajevska

Birra si dice pivo in bosniaco, in croato e pure in serbo, per quanto i serbi lo scrivano con lettere cirilliche.

Mi ero arrampicato con pochi amici lungo il fianco di una delle colline che da tutti i lati cingono Sarajevo. Avevamo raggiunto un punto panoramico da cui con lo sguardo ci si poteva spingere lontano, almeno fin dove la foschia di una giornata rovente lo permetteva. Sotto i nostri occhi, la città accovacciata al fondo della valle, attraversata dalla Bosna disseminata di ponti.
Un proverbio cinese recita ”Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.”
Osservando il percorso sereno del corso d’acqua pensavo che, appena una manciata di anni fa, sedendo su quelle stesse rive basse della Bosna, di cadaveri se ne sarebbero visti tanti. Sempre che si fosse riusciti a beffare i cecchini.
Lo raccontavano muti minuscoli puntini, sparsi come semi bianchi, sulle colline tutto intorno: lapidi sottili, ritte, indici puntati contro il petto di chi ha sparato, di chi ha taciuto e di chi s’è girato dall’altra parte.
Era il tramonto, la bottiglia di birra battuta dal sole diffondeva un chiarore dorato e rassicurante. Dai minareti si levò improvviso il richiamo alla preghiera e l’aria vibrò per alcuni minuti di quelle nenie antichissime, poi tutto tacque e ci fu un silenzio immenso.
Da quelle stesse colline, pensai, forse da dove mi trovavo io stesso, un tempo non lontano batterie di ferro suonavano tutt’altra musica.
Bevvi l’ultimo sorso, il sole si spense.

Le due Sarajevo

L’idea che mi sono fatto durante il mio breve soggiorno è che tutto a Sarajevo si può dividere in due grandi gruppi: “prima della guerra” e “dopo la guerra”.
A seconda per esempio che si cammini guardando dritti davanti a sé, o viceversa col naso all’insù, si avrà la percezione di due città ben diverse.
Nel primo caso infatti, si avrà l’impressione di passeggiare per le strade piene di vita di una capitale europea come tante.
Alzando la testa per caso, come seguendo il volo frenetico di un passero o il decollo ineluttabile di un palloncino sfuggito alla presa, si avrà ben altra impressione, quella di una città scesa all’inferno e tornata miracolosamente indietro. Le cicatrici lasciate dai proiettili sulle case sono una costante, come pure quelle macchie di cemento rosso a indicare dove caddero le granate, là in mezzo al lastricato di una via pedonale, o a interrompere lo scorrere liscio di un marciapiede di recente costruzione.
Così, costantemente in bilico tra un passato non ancora passato e un futuro primadonna che sembra intenzionato farsi attendere, anche le persone sembrano potersi spaccar in due: chi ha visto la guerra e chi no.
Perfino i loro racconti risentono di una simile demarcazione, ché per indicare qualcosa che appartiene a un passato lontano nel tempo, dicono “prima delle guerra” e viceversa.
Ho visitato due città differenti, ma non saprei distinguere nettamente l’una dall’altra.

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