Salimmucca

Uno dei racconti a cui sono più affezionato, rivisto e corretto.

Quando arrivò sapeva dire solo il suo nome.
Si chiamava Salim Uchan, ma la gente di qua, che non riusciva pronunciarlo, lo chiamava Salimmucca, “sale in bocca”.
Nessuno sapeva da dove fosse saltato fuori quel ragazzino dalla pelle d’oliva e dal sorriso perenne: semplicemente, si presentò un giorno al campo da calcio del palazzetto, indicò se stesso e poi noi, infine il pallone.
Ci guardammo un po’ spiazzati, noialtri, cercando di capire se qualcuno lo conosceva.
Era alto, di un’età indefinita che poteva andare dai sedici ai vent’anni, con occhi che parlavano di mari lontani. Indossava una canottiera impolverata e pantaloncini di tela, non portava scarpe.
Mentre parlottavamo, quello stava fermo dove s’era piazzato all’inizio, senza spostare neppure lo sguardo.
Alla fine, siccome un nostro terzino s’era infortunato, acconsentimmo a farlo giocare, invitandolo con un cenno.
– Salim Uchan – disse, tendendo una mano a tutti e a nessuno in particolare, nel mezzo del gruppo.
A stringerla fui io stesso.
– Salvatore.
Ci dividemmo, come al solito, per la partitella della domenica sera.
Sette da una parte, sette dall’altra, pettorine gialle per i primi e per i secondi niente.
– Alfio – gridai – dai ‘na casacca a Salimmucca, che lo facciamo giocare con noi.
Poi mi rivolsi allo straniero.
– Terzino sei. Capisci terzino?
Non ricevendo risposta, cominciando già a pentirmi di averlo accontentato, lo presi sottobraccio e lo portai sulla fascia destra del campo.
– Stai qua.
Annuì.
Per i primi dieci minuti di gioco, fece esattamente quello che gli avevo detto: rimase piantato là dove lo avevo messo io. Stava lì, magro magro in quella pettorina fosforescente, a guardare la palla che correva da una parte all’altra del campo, con noi appresso.
Un passaggio sbagliato degli avversari, e la palla rotolò lentamente nella sua direzione, arrestandosi ai suoi piedi.
Non me ne resi subito conto, ma eravamo tutti fermi ad aspettare che facesse qualcosa, per avere la conferma o la smentita che fosse cretino come pensavamo.
– Salimmucca – strillò Alfio, dal centro dei pali – corri, benedetta Madonna, corri!
Fu allora che successe.
Mosse il sinistro e con l’esterno spinse il pallone in avanti, quasi carezzandolo.
Una, due, tre volte, ed era così veloce che sembrava che la palla non si staccasse mai dal piede.
Quando arrivò a centrocampo, Tano, portiere avversario, svegliò la difesa con parole irripetibili, ma era già tardi: Salimmucca ballava a una musica che sentiva solo lui, con passi che nessuno di noi aveva mai visto.
Scivolò tra i difensori e arrivò davanti al portiere, che uscì dalla porta con la chiara intenzione di prendere lui e, casomai, il pallone.
Salimmucca saltò, il pallone incollato ai piedi scalzi, lasciando dietro di sé Tano, arenato nell’area piccola.
Poi spinse con dolcezza la palla in gol, restando a guardarla mentre si adagiava in fondo al sacco, come fosse la cosa più bella del mondo.
Lo era.

Quello fu il primo gol di Salimmucca, ma ne avremmo visti molti altri: in rovesciata, di tacco, a pallonetto. Sapeva gonfiare la rete in ogni modo, ma non disdegnava mai i compagni di squadra. Al dribbling preferiva il passaggio, al gol, l’assist.
Non diceva mai nulla che non fosse il suo nome e se gli chiedevi da dove veniva, guardava in direzione del mare. A noi andava bene così: pian piano ci eravamo abituati a vederlo sbucare dal nulla e sparire allo stesso modo, dopo la sirena che annunciava l’esaurimento del tempo a nostra disposizione.
Da quando giocava lui poi, un poco alla volta, al palazzetto era arrivato anche una specie di pubblico. Gente del paese prima, poi pure di quelli vicini, tutti a vedere Salimmucca.

L’ultima domenica di agosto, lo aspettammo fuori dal campo.
Lui arrivò puntuale, addosso aveva la pettorina che dal primo giorno si portava ormai sempre appresso.
Ci scrutò per capire con gli occhi quello che non sapeva chiederci a parole ed io gli porsi un pacco, da parte di tutti. Lo scartò e aprì la scatola.
– Se non ti stanno – lo rassicurò Alfio – le puoi cambiare.
Non pianse di gioia, come qualcuno si aspettava.
Le provò, ci fece una corsa, andò a mordere la terra del campo con i tacchetti.
Quella sera fece cose dell’altro mondo, dagli spalti era una pioggia continua di esclamazioni di stupore più o meno cristiane.

Fu l’ultima volta che giocai con Salimmucca.
Dal giorno dopo non venne più al campo: qualcuno dice di averlo visto mentre correva via, con le scarpette sotto il braccio. Qualcun altro sostiene che quella sera, tra il pubblico, ci fosse un talent scout di una squadra famosa, che gli offrì un ingaggio vero. Qualcun altro, come me, semplicemente non si fa domande.
E ringrazia Dio per averlo visto giocare.

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