100 motivi per preferire un libro alla TV
Pubblicato il 30 ottobre 2011 Lascia un commento
Piccola iniziativa che, in un attimo di pausa annoiata, ho gettato come un’esca nel mare dei social Network. Una risposta, tra tutte, mi sento obbligato a trascriverla qui, perchè ha colto nel segno.
“…13)la televisione potrà farvi piangere, ridere, arrabbiare, lasciarvi indifferenti, o addirittura annoiarvi; tutte cose che in realtà, possono pure fare i libri. Ma quello che non può fare la televisio…ne è farvi sentire cosa è la noia, cosa è il dolore, cosa è il riso, cosa è la rabbia, per un’altra mente. Quello che fanno i libri, ma non fa la televisione, è mettervi in comunicazione con un altro essere umano. E questa è forse la cosa più banale e scontata che si possa dire sui libri; ma quando accade, e accade sul serio, allora si scopre la magia del testo scritto, molto più ipnotica e affascinante di qualsiasi raggio fotonico-elettronico-magnetico con cui gli apparecchi audiovisivi bombardano i loro fruitori.”
Simone Traversa.
Il Condominio – Parte VI
Pubblicato il 20 ottobre 2011 Lascia un commento
La cosa non mi stupisce molto, ha una serratura così difettosa che si aprirebbe anche usando un cucchiaio.
Il rumore che viene da dentro, quello sì che mi preoccupa. E’ come se un procione gigante stesse rovistando in un bidone dell’immondizia, ma di procioni extralarge ultimamente ne girano pochi. Di topi d’appartamento invece ce n’è sempre in abbondanza, motivo sufficiente per estrarre la pistola.
Spingo la porta, pregando che non cigoli. Ma le porte sono notoriamente sorde alle preghiere, e quindi fa un baccano del diavolo. Una sagoma antropomorfa, prima accucciata su uno scatolone, balza in aria di due o tre palmi. Altra parola che ho imparato in un documentario.
– Fermo o giuro che ti apro un buco nel culo grande abbastanza da fischiare quando tira vento – dico.
– Vaffanculo Frank – grida la sagoma – mi hai spaventata a morte.
Sarah, mia sorella più piccola.
L’ultima lettera del suo nome non si pronuncia, è muta. Lei invece, non c’è verso di farla stare zitta.
Accende una torcia elettrica e se la piazza sotto il mento, in modo che i suoi tratti solitamente graziosi appaiano mostruosamente distorti. Indossa una felpa troppo grande per lei, pantaloni a vita bassa e stivaletti di finta pelle. Ci tiene particolarmente che sia finta, è una di quelle psicopatiche che se mangi un uovo ti guardano come se gli avessi ammazzato il cane.
– Dove cazzo sono finiti i tuoi capelli? – domando. L’ultima volta che ci siamo visti, quasi sei mesi fa, aveva una chioma color nocciola, liscia e lunga fino alle spalle. Ora in testa ha una specie di opossum schiacciato sull’autostrada.
– Ti piacciono? Sono all’ultimo grido – mi dice, facendo un giro su sé stessa.
– L’ultimo grido sarà quello di tua madre quando si accorgerà di aver partorito una squilibrata.
Per la precisione abbiamo in comune solo metà dei cromosomi, quelli di un irlandese ubriaco.
– A proposito, come sta la vecchia?
Fa spallucce e sospira – non si può lamentare.
– Cioè?
– E’ morta, Francolino.
In effetti ha ragione, non può lamentarsi.
– Non chiamarmi così. Cosa diavolo stavi cercando in quello scatolone?
– Questa – mi dice con naturalezza, indicando la torcia – la tua dannata lampadina non funziona.
Le offro la cena sperando di tenerle la bocca impegnata: tonno in scatola, olive sott’olio, salame piccante e una birra. La verità è che nemmeno il cibo è in grado di farla stare zitta, parla a ripetizione.
Ora so che ha terminato la scuola di recitazione, che ha trovato un piccolo ingaggio in città, che il suo ragazzo, di cui indossa la felpa e che avrebbe dovuto ospitarla, è finito in manette per spaccio di stupefacenti e che le sono venute le sue cose. Insomma, mi ha tanto rincoglionito a parole che quando accetto di farla stare da me per un paio di giorni non me ne accorgo neanche.
Così anche stanotte mi tocca dormire sulla poltrona.
Mi alzo, trascino il mio culo fino alla porta e apro quando ovviamente non c’è più nessuno.
Sopra lo zerbino però, quel nessuno ha lasciato un pacchetto di carta col mio nome scritto sopra.
All’interno c’è una videocassetta, mi richiudo la porta alle spalle e la infilo nel vecchio videoregistratore. Metto il caffè sul fuoco mentre partono i titoli di testa di quello che dev’essere un film a basso costo, o meglio ancora a costo zero. Mi siedo a guardarlo sulla poltrona e mi accendo una sigaretta. Spero solo che non sia una cosa lunga.
– Chi è? – domanda quello da dentro.
– Burton.
– Era ora, è in ritardo di quasi…
Non gli lascio il tempo di finire la frase. Gli piazzo un bel diretto sinistro in mezzo agli occhi e un montante destro sotto al mento, discreto, ma abbastanza forte da spellarmi le nocche.
Uno schizzo di sangue mi imbratta la camicia buona, mentre lo gnomo va al tappeto.
– Ora parliamo – dico, avanzando lentamente.
Quello indietreggia, striscia per terra spingendosi coi talloni, mentre con una mano tenta di contenere la violenta emorragia che imperversa dal naso. – Ma è impazzito? Che diavolo le prende?
– Abbia pazienza, signor Tachis, ma un paio di domande prima vorrei fargliele io.
Fa la faccia di chi non ha capito. Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.
Lo afferro per il bavero e lo sollevo, poi lo lancio su una sedia che va puntualmente in frantumi. Non fanno più i mobili di una volta. Lo rimetto in piedi e mi assicuro che ci resti. A sentire Davidone, ho la media di colpi al minuto più alta degli ultimi quarant’anni. Chissà se è vero.
Il Condominio – Parte V
Pubblicato il 20 ottobre 2011 Lascia un commento
Continua la strana storia di Frank Burton, l’investigatore privato che tutti vorrebbero ingaggiare.
Nell’appartamento 8, secondo quello che mi ha detto Tachis, ci abita una coppia di pensionati. Lui ex ferroviere, lei casalinga a tempo indeterminato. Pare abbiano avuto una discussione accesa perché nell’appartamento manca l’energia elettrica, a causa di un guasto alla centralina, a detta del mio cliente.
Busso e poi resto in attesa, mentre un lento strascichio preannuncia l’arrivo del padrone di casa.
E’ un uomo sulla settantina, occhi azzurri vacui e lineamenti delicati, in mano regge una candela. Indossa un abito da sera nero con farfallino, forse un po’ antiquato ma estremamente elegante.
Ciononostante, ha una barba di almeno due giorni e occhiaie anche più vecchie.
– Buongiorno – saluto – il signor Oresti?
Annuisce lentamente, con lo sguardo sempre fisso a un punto da qualche parte oltre la mia spalla.
– Frank Burton, ispettore della società elettrica. Dovrei farle qualche domanda, se posso.
Senza destarsi da quello strano stato di trance, si scosta e mi lascia entrare.
Lo scenario è quasi surreale. Mi fa strada lungo un corridoio tappezzato di vecchie fotografie, che scorgo appena per un istante al lume della candela, prima che vengano nuovamente inghiottite dal buio. Al fondo si volta sulla destra e attraversa un arco senza porta che introduce ad un piccolo salotto, che sembra quasi un santuario. Ci sono candele e lumini accesi ovunque. Ad un primo passo il mio piede cozza su quella che dev’essere una lattina, facendola risuonare. Quando gli occhi si abituano alla poca luce, mi accorgo che il pavimento è coperto di barattoli di conserve. La puzza è terribile, qui dentro.
– Era ora che venisse qualcuno – dice, prendendo posto su una vecchia sedia, dopo aver tolto anche da quella un paio di barattoli – siamo così da più di un mese.
– Capisco. Mi risulta che abbiate discusso anche col proprietario.
– Quella è una persona orribile. Orribile.
Vorrei dare un’occhiata in giro, ma in questo buio cimitero di scatolette rischio di inciampare e rompermi l’osso del collo.
– Stavate per uscire? – chiedo, osservando l’abito che indossa.
L’uomo non risponde, si limita a guardare il solito punto disperso nel nulla, dev’essere partito di nuovo.
– E’ partito – conferma Totò, agitandogli una mano davanti agli occhi. In effetti non so se è più malato questo tizio, la proiezione psichica del mio amico morto che tenta di farsi vedere da lui, oppure io che mi sto immaginando la cosa.
Avanzo con cautela fino ad un grosso ritratto, appeso sopra un mobile dall’aria antica. Illuminata appena da tre candele rosse c’è una coppia di sposi. Lui non fatico a riconoscerlo, a prescindere dall’abito che è evidentemente lo stesso che indossa ora. Lei è una donna alta e magra, non particolarmente attraente, ma con un bel sorriso.
– Dovrei parlare anche con la signora.
Dopo qualche istante di silenzio, arriva la risposta.
– Mi spiace, non è possibile, sta riposando. Chi è lei?
Allora non era solo un’impressione, questo è andato davvero.
– Il nuovo decoratore. Mi ha chiamato sua moglie per ravvivare l’ambiente.
Sembra soddisfatto della risposta. Senza più curarsi di me, afferra un barattolo di fagioli e inizia a raschiarne il fondo con l’indice.
Mentre il vecchio è impegnato, posso fare un giro per casa armato di candela, a mio rischio e pericolo ovviamente. Non è molto grande, sul corridoio da cui sono passato si affacciano solo altre tre porte. La prima da sulla cucina, il tavolo è apparecchiato per due e il cibo, se così si può chiamare, è distribuito nei piatti. Per terra c’è una piccola ciotola, ma è piena soltanto di polvere.
– Questa roba è andata tutta a male – osserva Totò, punzecchiando con l’indice un piatto di minestra coperta da un tappeto galleggiante di muffa.
– Chissà da quanto è qui – dico, avviandomi nuovamente verso il corridoio.
Dalla seconda si accede ad un piccolo bagno, grande quanto basta per contenere un rubinetto, la tazza e un piatto doccia. La carta è finita da secoli, a giudicare dalle pitture rupestri eseguite a ditate sulle mattonelle bianche dei muri. Avvicinandomi all’ultima porta, che si spalanca sulla camera da letto dei coniugi, la puzza cresce a dismisura. Anche qui il tempo sembra essersi fermato e l’odore è tale che mi scappa un fiotto acidulo di vomito. Adagiata sul letto, dal lato destro, c’è la signora Oresti.
O almeno, i suoi resti. Dovrei fare il comico, già.
Un gatto, spelato in più punti e magro da fare pietà, le sta praticamente mangiando la lingua.
– Cristo, fa qualcosa Frankie – dice Totò.
La faccio: vomito copiosamente.
Poi tenendo il fazzoletto davanti alla bocca, con un appendiabiti scaccio il gatto necrofago e mi richiudo la porta alle spalle.
– Direi che questi non escono di casa da un pezzo – dico, pulendomi la bocca col fazzoletto – li escluderei.
Totò annuisce.
Anche oggi ho avuto la mia dose quotidiana di merda.
Pausa!
Pubblicato il 14 ottobre 2011 Lascia un commento
Metto il blog in standby, perchè sto lavorando a qualcosa di… grosso.
Restate sintonizzati!