Il Condominio – Parte VI

Nuove inquietanti rivelazioni… (sempre sconsigliate ai <16)
Buona lettura!
Quando arrivo fino alla porta del mio ufficio mi accorgo che è già aperta.
La cosa non mi stupisce molto, ha una serratura così difettosa che si aprirebbe anche usando un cucchiaio.
Il rumore che viene da dentro, quello sì che mi preoccupa. E’ come se un procione gigante stesse rovistando in un bidone dell’immondizia, ma di procioni extralarge ultimamente ne girano pochi. Di topi d’appartamento invece ce n’è sempre in abbondanza, motivo sufficiente per estrarre la pistola.
Spingo la porta, pregando che non cigoli. Ma le porte sono notoriamente sorde alle preghiere, e quindi fa un baccano del diavolo. Una sagoma antropomorfa, prima accucciata su uno scatolone, balza in aria di due o tre palmi. Altra parola che ho imparato in un documentario.
– Fermo o giuro che ti apro un buco nel culo grande abbastanza da fischiare quando tira vento – dico.
– Vaffanculo Frank – grida la sagoma – mi hai spaventata a morte.
Sarah, mia sorella più piccola.
L’ultima lettera del suo nome non si pronuncia, è muta. Lei invece, non c’è verso di farla stare zitta.
Accende una torcia elettrica e se la piazza sotto il mento, in modo che i suoi tratti solitamente graziosi appaiano mostruosamente distorti. Indossa una felpa troppo grande per lei, pantaloni a vita bassa e stivaletti di finta pelle. Ci tiene particolarmente che sia finta, è una di quelle psicopatiche che se mangi un uovo ti guardano come se gli avessi ammazzato il cane.
– Dove cazzo sono finiti i tuoi capelli? – domando. L’ultima volta che ci siamo visti, quasi sei mesi fa, aveva una chioma color nocciola, liscia e lunga fino alle spalle. Ora in testa ha una specie di opossum schiacciato sull’autostrada.
– Ti piacciono? Sono all’ultimo grido – mi dice, facendo un giro su sé stessa.
– L’ultimo grido sarà quello di tua madre quando si accorgerà di aver partorito una squilibrata.
Per la precisione abbiamo in comune solo metà dei cromosomi, quelli di un irlandese ubriaco.
– A  proposito, come sta la vecchia?
Fa spallucce e sospira – non si può lamentare.
– Cioè?
– E’ morta, Francolino.
In effetti ha ragione, non può lamentarsi.
– Non chiamarmi così. Cosa diavolo stavi cercando in quello scatolone?
– Questa – mi dice con naturalezza, indicando la torcia – la tua dannata lampadina non funziona.

Le offro la cena sperando di tenerle la bocca impegnata: tonno in scatola, olive sott’olio, salame piccante e una birra. La verità è che nemmeno il cibo è in grado di farla stare zitta, parla a ripetizione.
Ora so che ha terminato la scuola di recitazione, che ha trovato un piccolo ingaggio in città, che il suo ragazzo, di cui indossa la felpa e che avrebbe dovuto ospitarla, è finito in manette per spaccio di stupefacenti e che le sono venute le sue cose. Insomma, mi ha tanto rincoglionito a parole che quando accetto di farla stare da me per un paio di giorni non me ne accorgo neanche.
Così anche stanotte mi tocca dormire sulla poltrona.
Alle sette del mattino qualcuno bussa alla porta. Apro gli occhi con la calma necessaria, mi guardo intorno.  Sarah è già andata via da un pezzo, io invece ho concesso la rivincita al sonno dopo che aveva perso la partita notturna. Bussano ancora.
Mi alzo, trascino il mio culo fino alla porta e apro quando ovviamente non c’è più nessuno.
Sopra lo zerbino però, quel nessuno ha lasciato un pacchetto di carta col mio nome scritto sopra.
All’interno c’è una videocassetta, mi richiudo la porta alle spalle e la infilo nel vecchio videoregistratore. Metto il caffè sul fuoco mentre partono i titoli di testa di quello che dev’essere un film a basso costo, o meglio ancora a costo zero. Mi siedo a guardarlo sulla poltrona e mi accendo una sigaretta. Spero solo che non sia una cosa lunga.
Busso con insistenza alla porta di Tachis, con le mani e con i piedi.
– Chi è? – domanda quello da dentro.
– Burton.
– Era ora, è in ritardo di quasi…
Non gli lascio il tempo di finire la frase. Gli piazzo un bel diretto sinistro in mezzo agli occhi e un montante destro sotto al mento, discreto, ma abbastanza forte da spellarmi le nocche.
Uno schizzo di sangue mi imbratta la camicia buona, mentre lo gnomo va al tappeto.
– Ora parliamo – dico, avanzando lentamente.
Quello indietreggia, striscia per terra spingendosi coi talloni, mentre con una mano tenta di contenere la violenta emorragia che imperversa dal naso. – Ma è impazzito? Che diavolo le prende?
– Abbia pazienza, signor Tachis, ma un paio di domande prima vorrei fargliele io.
Fa la faccia di chi non ha capito. Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.
Lo afferro per il bavero e lo sollevo, poi lo lancio su una sedia che va puntualmente in frantumi. Non fanno più i mobili di una volta. Lo rimetto in piedi e mi assicuro che ci resti. A sentire Davidone, ho la media di colpi al minuto più alta degli ultimi quarant’anni. Chissà se è vero.
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