Aforismi
Pubblicato il 3 gennaio 2012 Lascia un commento
Ci sono cose che non si possono comprare.
Per tutto il resto, non vale la pena spendere.
Storia di un Gorilla di successo
Pubblicato il 2 gennaio 2012 2 commenti
Il primo racconto dell’anno nuovo: spero possa farvi sorridere.
Buona lettura, F.
Un mattino qualsiasi di un marzo qualunque, Flavio si stiracchiò ai primi raggi del sole.
Mancava ancora un poco all’apertura dei cancelli ed il bioparco della capitale, avvolto nel silenzio, sembrava quasi un bel posto.
Si grattò con generosità la natica destra, poi raggiunse la sua posizione sul ramo basso e si lasciò cadere, rimanendo appeso a testa in giù.
Ettore uscì dalla penombra della grotta e lo osservò mentre si dondolava, avanti e indietro e di lato, eseguendo le prove per i turisti.
Flavio era ormai vecchio, il pelo grigio e le enormi zanne smussate, ma faceva ancora la sua figura quando si drizzava tutto e batteva i pugni sul petto, ruggendo.
Entrambi erano nati al bioparco, ma a quasi vent’anni di distanza l’uno dall’altro.
Ad Ettore però non interessava mettersi in mostra, fare lo scemo per divertire quei suoi lontani cugini senza pelliccia.
Piuttosto, gli piaceva osservarli a sua volta.
– Damme retta a me – diceva sempre Flavio tra un’esibizione e l’altra – a noi pe’ esse omini ce manca solo ‘na cosa: er cappello.
Non era sicuro di cosa volesse dire, ma si limitava ad annuire per far contento il vecchio.
Poi si sedeva in cima alla rupe, con aria malinconica, a scrutare ora un bambino dai capelli rossi, ora una studentessa di veterinaria, ora un tizio basso con le ascelle sudate.
Quel giorno, nello slargo antistante la fossa dei gorilla, un grosso esemplare maschio sedeva curvo, con un mazzo di fiori in mano. Ogni tanto alzava la testa e volgeva la faccia abbronzata a destra e a sinistra, poi tornava a contemplarsi i bicipiti.
Andò avanti per un po’, finché una femmina vestita di rosso fece il suo ingresso nel piazzale.
Ettore non comprendeva appieno i canoni di bellezza degli esseri umani, ma da quello che aveva imparato osservandoli doveva essere un discreto esemplare: zampe posteriori lunghe e sode, petto prorompente, una bella chioma bruna lunga fino alle spalle. E un gran bel culo, ma quello era uguale per tutti.
Il gorilla cominciò a temere che a qualcuno sarebbe venuta la brillante idea di chiudere anche lei in una gabbia, tanti erano gli sguardi che attirava al suo ondeggiare.
Quando il maschio abbronzato la vide scattò in piedi, gonfiò il petto e mostrò i denti, porgendole i fiori.
Ettore si volse a guardare in basso, dove Flavio dava il meglio di sé per impressionare una comitiva di tedeschi: la somiglianza era straordinaria.
Mentre il gruppo si allontanava, il vecchio gorilla grigio alzò la testa e, sollevando un sopracciglio, digrignò le zanne, come a dire “ahò, hai visto che roba?”.
Quella fu l’ultima esibizione di Flavio.
Quando Ettore andò a chiamarlo, dopo il sonnellino pomeridiano, il vecchio non si svegliò.
Lo portarono via la sera stessa, un lungo corteo di custodi e operatori del parco per dargli l’ultimo saluto.
Mentre il furgone si allontanava si alzò il lamento del pavone, dalle immense voliere un coro di tristi cinguettii, i felini ruggirono all’unisono dal buio e il grido dell’elefante, come uno squillo di tromba, riportò tutto al silenzio.
Così resero onore a Flavio, l’Imperatore del bioparco.
Ettore si strappò ciocche di pelo color carbone, saltò e urlò per buttare fuori quel boccone di veleno che gli opprimeva il petto. Entrò come un tifone nella grotta dell’amico, lanciando all’aria tutto ciò che trovava.
In aria il giaciglio di foglie e rametti.
In aria il bastone con cui si grattava la schiena.
In aria il cappello di feltro marrone.
In aria…
Si bloccò, come paralizzato, gli occhi neri e profondi ancora dilatati dalla rabbia.
Raccolse il cappello e lo rigirò tra le mani, che tremavano mentre le dita ne sfioravano con delicatezza le falde.
Era vecchio e un po’ ammaccato, ma comunque elegante.
Ettore lo avvicinò al viso, aveva ancora l’odore dell’amico. Versò una lacrima, in barba a chi dice che gli animali non piangono, e incerto se lo pose sul capo.
Poi uscì, alla luce della luna, e si sdraiò al centro della fossa, sotto il ramo da cui l’imperatore faceva il suo show.
Lo svegliarono le grida e gli schiamazzi dei turisti.
Il sole era già alto e il bioparco aperto, aveva dormito troppo.
Si mise a sedere e si sentì più osservato del solito.
Una grande calca si era infatti radunata intorno alla fossa, persone ammassate le une sulle altre fino a togliersi il fiato a vicenda, c’erano perfino quelli della televisione.
Li aveva visti solo un paio di volte: la prima quando era nata la tigre bianca, la seconda quando la tigre bianca s’era mangiata un turista pakistano.
– Non si muova – disse una voce amplificata, scandendo lentamente le parole.
Ettore si guardò intorno con circospezione, non c’era nessuno.
– Resti dove si trova, veniamo a prenderla noi. Non si muova.
Il gorilla si puntò l’indice al petto, guardando perplesso l’uomo col megafono lassù in alto.
– Stia calmo – continuava – non faccia movimenti bruschi. Sembra che il gorilla non si sia accorto di lei.
Cercò meglio: da qualche parte, lì vicino, doveva esserci un deficiente.
Uno di quelli che non conoscono nemmeno una delle sette lingue in cui era scritto “pericolo, vietato scavalcare” sul cartello vicino agli spalti.
Dopo aver rovistato invano per qualche minuto, risolse che il deficiente doveva per forza essere lui.
– Dice a me – chiese, senza sperare di essere capito.
– Sì, signore, stia calmo. Non si muova.
Poi fu abbassata una scala da cui scesero due guardie del bioparco. Una si mise a controllare che il gorilla non uscisse dalla grotta, l’altra lo prese per un braccio e lo accompagnò al sicuro sugli spalti, tra gli applausi degli astanti. Ettore sedette incredulo, guardando la fossa alle sue spalle. Si portò una mano alla testa, su cui ancora poggiava il cappello.
– Lei è in stato confusionale – disse l’uomo, ora senza megafono – la faccio accompagnare in infermeria.
Nella stanzetta illuminata dai neon, lo fecero accomodare su un lettino che scricchiolò minaccioso sotto al suo peso.
– Forse è meglio se si siede qui – disse la giovane donna col camice bianco, sfiorando lo schienale di una poltrona di pelle. Ettore, ancora incredulo, vi si accomodò.
– Come si chiama – domandò la dottoressa, con voce dolce.
– Ettore – balbettò il gorilla.
Silenzio.
– Ettore e poi?
Ci pensò su qualche istante.
– Ettore Gorilla.
La giovane rise e, scuotendo il capo in una pioggia d’oro, scoprì i denti in un sorriso, come bianche perle.
– Ricorda come è arrivato nella gabbia dei gorilla, signor Gorilla?
Lui scosse il testone, cercando di svegliarsi da quello strano sogno senza ottenere alcun risultato.
– Ci sono nato, credo – disse alla fine.
– È solo in stato di shock – sospirò lei, sollevata, guardandolo con gli occhi color nocciola – faccia più attenzione.
Ettore mostrò le gigantesche zanne in quello che, sperava, venisse interpretato come un sorriso.
Lei sorrise di rimando.
– La lascio andare, signor Gorilla.
– Mi lascia cosa?
– Andare.
Sgranò gli occhi e deglutì. Un’occasione del genere non gli sarebbe capitata mai più.
– E’ lei il medico.
Toccò la falda del cappello in segno di saluto e si affrettò ad uscire dall’infermeria, prima che la dottoressa cambiasse idea. Si voltò però, senza sapere perché, a guardarla ancora una volta.
Gran bel culo.
Bokuden – Verso il Tempio
Pubblicato il 20 dicembre 2011 Lascia un commento
Questo è un piccolo racconto che ho scritto per “testare” un personaggio, un combattente errante che ho creato per un romanzo fantasy ambientato nel Giappone dei samurai. Ciò che qui non preciso è che è obbligato ad accettare di misurarsi in qualsiasi combattimento.
Il perché… lo spiegherò un’altra volta!
Buona lettura, F.
“Il silenzio
penetra nella roccia
un canto di cicale”
Matsuo Basho.
Arrivò portato dal vento, in un villaggio nel cuore dei monti.
Nella valle, stretta e ombrosa, l’odore del legno che ardeva nelle case.
Alti pini crescevano tutto intorno, finanche avvinghiati alle rocce, protesi nel vuoto, ostinati a modo loro. Tra le fronde, frinivano senza sosta orchestre di cicale.
Sulla strada polverosa si affacciavano semplici verande, più in alto sul monte si scorgeva il tetto scarlatto del tempio.
Era già in cammino verso la meta, quando un fruscio lo fece voltare.
Davanti ai suoi occhi, un ragazzino con una spada di legno.
– Che vuoi, moccioso?
Quello restò immobile, brandendo l’arma, senza accennare ad abbassare lo sguardo.
– Shugyosha – disse il bambino – ti sfido a duello.
Non era insolito ricevere sfide per quelli come lui.
– Ce l’hai l’età per combattere – domandò, senza intenerirsi.
– Ho tredici anni e sono un guerriero anche io. La mia sfida è valida.
Restarono così, occhi negli occhi, per qualche istante, finché il ramingo non parlò di nuovo.
– Pensaci bene – suggerì – se insisti dovrò accettare, e se lo farò dovrò combattere per ucciderti.
In risposta, quello serrò la presa sull’elsa.
– Molto bene. In questo caso io, Bokuden Tashiro Tarozaemon, accetto la sfida.
L’espressione di impaurito stupore del ragazzino rimase anche quando la testa, recisa di netto, ruzzolò giù dal resto del corpo.
Ammutoliti i pini e le cicale, represso un moto di collera per ciò che era stato costretto a fare, Bokuden riprese il cammino.
Nel silenzio della valle, le grida di una donna.
Il Castello di Sommacima – Parte II
Pubblicato il 9 dicembre 2011 Lascia un commento
Prima di partire per la piovosa inghilterra, vi lascio un altro piccolo pezzetto del puzzle.
Buona lettura!
…
– Lieta di conoscerla – squittì, aveva una voce che ricordava il suono del clarinetto.
– Io sono Adele, la governante. A dire il vero sono anche cuoca, lavandaia, panettiera, ortolana e inguaribile chiacchierona. Il signor Balduccio è andato a preparare la sua stanza, intanto se vuole seguirmi le do qualcosa da mettere sotto i denti. Dopo la salita avrà una fame da lupi.
Sorrise tornò sui suoi passi, attraverso una porta sulla sinistra. Seguendola mi accorsi che aveva ragione: il mio stomaco, risvegliatosi al pensiero del cibo, muggiva come un bue impantanato nel fango.
La grande sala principale, rischiarata un poco attraverso le vaste vetrate dalla luce sanguigna del tramonto di Sommacima, appariva tutto sommato accogliente. Un lungo tavolo era stato apparecchiato con cura per una sola persona e alle pareti, tra arazzi e quadri preziosi, ardevano lampade ad olio. Al fondo, poco distante da quello che doveva essere l’accesso alle cucine, troneggiava un gigantesco camino, le cui fiamme invitanti si confondevano con quelle emanate dal sole morente.
Mi accomodai a quello che doveva essere il mio posto, su uno scranno che doveva aver visto almeno un centinaio inverni. I braccioli, alla sommità, erano intagliati a formare la testa di leoni ruggenti e sullo schienale, chiaro come fosse stato cesellato in giornata, lo stemma nobiliare di Sommacima.
– Le piace – domandò la governante, che era tornata così silenziosamente da farmi lanciare un gridolino decisamente poco virile. Tra le mani reggeva un grosso tegame di terracotta.
– Sì – risposi, riprendendo il controllo – è un bel pezzo d’antiquariato.
– Come tutto, qui dentro – rise – quella in particolare era la sedia personale del conte. Spezzatino di cinghiale?
Fu il mio stomaco a rispondere per me, con un gorgoglio assai più eloquente di qualsiasi parola.
Adele mi servì abbondantemente, poi sorrise e andò a sedersi qualche posto più in là, in disparte.
Feci sparire i tocchi di carne sugosi con l’abilità di un prestigiatore e ripulii la scena del crimine col pane, come il più abile dei ladri, senza lasciare la minima traccia di quella salsa densa e saporita. Non ancora soddisfatto, ripetei l’operazione due volte.
Quando l’ululato del mio ventre si fu assopito, mi concentrai su quello ben più terribile che veniva da fuori: il vento sibilava lamentoso tra le guglie del castello, squassava le tegole e andava a schiantarsi sulle vetrate come un piccione impazzito.
– Fa sempre così il vento da queste parti – mi informai, facendo un cenno verso l’esterno, ormai buio.
– No, devo ammettere che è alquanto insolito. Generalmente è molto più forte.
Decisi che era meglio berci su. Riempii generoso il boccale e lo vuotai con altrettanta generosità.
Era un vino parecchio vigoroso, ma anche molto saporito.
– Lo facciamo qui – spiegò la governante, osservando la mia espressione soddisfatta – alla vigna del castello. Ne vengono fuori quattro o cinque bottiglie all’anno. Ha già visitato il paese?
Senza stare a domandarmi dove potessero tenere una vigna lassù, scossi il capo e mi versai un altro bicchiere. – Solo il tragitto dalla piazza fino a qui.
Adele continuò a fissarmi come se dovessi aggiungere qualcosa. I suoi occhi, lo notai solo allora, erano a metà tra il verde e il grigio.
– A dire la verità – mi sorpresi a dire – passando dalla piazza alla mulattiera mi ha preso una strana sensazione di angoscia.
Lei sogghignò, come se stesse aspettando quelle precise parole da quando ero arrivato.
– Capita a tutti. In quella via, secoli fa, abitava il boia del borgo e ai piedi della mulattiera c’era il patibolo. Quei trenta metri scarsi di strada, che erano gli ultimi percorsi dai condannati a morte, sembrano aver conservato qualcosa di sgradevole.
Mi raccontava queste macabre curiosità con quel suo entusiasmo, come mi stesse parlando dell’ultimo libro letto.
La stanchezza del viaggio e della lunga giornata presentarono il conto insieme, senza alcun preavviso.
Le palpebre cominciarono a chiudersi, la testa a dondolare cullata dal vino. Adele mi pose una mano sulla spalla, delicatamente, invitandomi ad alzarmi.
– La accompagno alla sua stanza. Le abbiamo preparato quella appartenuta al conte, spero non le dispiaccia.
La stanza del conte era situata al primo piano, al fondo di un corridoio su cui si affacciavano almeno altre sei o sette porte. Era spaziosa, il soffitto a volta conservava ancora parte di antichi affreschi, le pareti di fredda pietra erano riscaldate da un camino acceso, che nulla aveva da invidiare a quello della sala da pranzo. Due finestre, schermate da tende di velluto rosso, si affacciavano sullo strapiombo in fondo al quale scorreva l’Orco.
Anche da lassù, lo si poteva udire mentre gareggiava col vento a chi fa più fragore.
Il pavimento era di legno, l’ambiente era arredato con pochi mobili essenziali ma eleganti: un grande armadio, una cassettiera, uno scrittoio e un letto a baldacchino, anche quello in legno, grande abbastanza da dormirci in quattro.