Storia di un Gorilla di successo

Il primo racconto dell’anno nuovo: spero possa farvi sorridere.
Buona lettura, F.

Un mattino qualsiasi di un marzo qualunque, Flavio si stiracchiò ai primi raggi del sole.
Mancava ancora un poco all’apertura dei cancelli ed il bioparco della capitale, avvolto nel silenzio, sembrava quasi un bel posto.
Si grattò con generosità la natica destra, poi raggiunse la sua posizione sul ramo basso e si lasciò cadere, rimanendo appeso a testa in giù.
Ettore uscì dalla penombra della grotta e lo osservò mentre si dondolava, avanti e indietro e di lato, eseguendo le prove per i turisti.
Flavio era ormai vecchio, il pelo grigio e le enormi zanne smussate, ma faceva ancora la sua figura quando si drizzava tutto e batteva i pugni sul petto, ruggendo.
Entrambi erano nati al bioparco, ma a quasi vent’anni di distanza l’uno dall’altro.
Ad Ettore però non interessava mettersi in mostra,  fare lo scemo per divertire quei suoi lontani cugini senza pelliccia.
Piuttosto, gli piaceva osservarli a sua volta.
– Damme retta a me – diceva sempre Flavio tra un’esibizione e l’altra – a noi pe’ esse omini ce manca solo ‘na cosa: er cappello.
Non era sicuro di cosa volesse dire, ma si limitava ad annuire per far contento il vecchio.
Poi si sedeva in cima alla rupe, con aria malinconica, a scrutare ora un bambino dai capelli rossi, ora una studentessa di veterinaria, ora un tizio basso con le ascelle sudate.
Quel giorno, nello slargo antistante la fossa dei gorilla, un grosso esemplare maschio sedeva curvo, con un mazzo di fiori in mano. Ogni tanto alzava la testa e volgeva la faccia abbronzata a destra e a sinistra, poi tornava a contemplarsi i bicipiti.
Andò avanti per un po’, finché una femmina vestita di rosso fece il suo ingresso nel piazzale.
Ettore non comprendeva appieno i canoni di bellezza degli esseri umani, ma da quello che aveva imparato osservandoli doveva essere un discreto esemplare: zampe posteriori lunghe e sode, petto prorompente, una bella chioma bruna lunga fino alle spalle.  E un gran bel culo, ma quello era uguale per tutti.
Il gorilla cominciò a temere che a qualcuno sarebbe venuta la brillante idea di chiudere anche lei in una gabbia, tanti erano gli sguardi che attirava al suo ondeggiare.
Quando il maschio abbronzato la vide scattò in piedi, gonfiò il petto e mostrò i denti, porgendole i fiori.
Ettore si volse a guardare in basso, dove Flavio dava il meglio di sé per impressionare una comitiva di tedeschi: la somiglianza era straordinaria.
Mentre il gruppo si allontanava, il vecchio gorilla grigio alzò la testa e, sollevando un sopracciglio, digrignò le zanne, come a dire “ahò, hai visto che roba?”.

Quella fu l’ultima esibizione di Flavio.
Quando Ettore andò a chiamarlo, dopo il sonnellino pomeridiano, il vecchio non si svegliò.
Lo portarono via la sera stessa, un lungo corteo di custodi e operatori del parco per dargli l’ultimo saluto.
Mentre il furgone si allontanava si alzò il lamento del pavone, dalle immense voliere un coro di tristi cinguettii, i felini ruggirono all’unisono dal buio e il grido dell’elefante, come uno squillo di tromba, riportò tutto al silenzio.
Così resero onore a Flavio, l’Imperatore del bioparco.
Ettore si strappò ciocche di pelo color carbone, saltò e urlò per buttare fuori quel boccone di veleno che gli opprimeva il petto. Entrò come un tifone nella grotta dell’amico, lanciando all’aria tutto ciò che trovava.
In aria il giaciglio di foglie e rametti.
In aria il bastone con cui si grattava la schiena.
In aria il cappello di feltro marrone.
In aria…
Si bloccò, come paralizzato, gli occhi neri e profondi ancora dilatati dalla rabbia.
Raccolse il cappello e lo rigirò tra le mani, che tremavano mentre le dita ne sfioravano con delicatezza le falde.
Era vecchio e un po’ ammaccato, ma comunque elegante.
Ettore lo avvicinò al viso, aveva ancora l’odore dell’amico. Versò una lacrima, in barba a chi dice che gli animali non piangono, e incerto se lo pose sul capo.
Poi uscì, alla luce della luna, e si sdraiò al centro della fossa, sotto il ramo da cui l’imperatore faceva il suo show.

Lo svegliarono le grida e gli schiamazzi dei turisti.
Il sole era già alto e il bioparco aperto, aveva dormito troppo.
Si mise a sedere e si sentì più osservato del solito.
Una grande calca si era infatti radunata intorno alla fossa, persone ammassate le une sulle altre fino a togliersi il fiato a vicenda, c’erano perfino quelli della televisione.
Li aveva visti solo un paio di volte: la prima quando era nata la tigre bianca, la seconda quando la tigre bianca s’era mangiata un turista pakistano.
– Non si muova – disse una voce amplificata, scandendo lentamente le parole.
Ettore si guardò intorno con circospezione, non c’era nessuno.
– Resti dove si trova, veniamo a prenderla noi. Non si muova.
Il gorilla si puntò l’indice al petto, guardando perplesso l’uomo col megafono lassù in alto.
– Stia calmo – continuava – non faccia movimenti bruschi. Sembra che il gorilla non si sia accorto di lei.
Cercò meglio: da qualche parte, lì vicino, doveva esserci un deficiente.
Uno di quelli che non conoscono nemmeno una delle sette lingue in cui era scritto “pericolo, vietato scavalcare” sul cartello vicino agli spalti.
Dopo aver rovistato invano per qualche minuto, risolse che il deficiente doveva per forza essere lui.
– Dice a me – chiese, senza sperare di essere capito.
– Sì, signore, stia calmo. Non si muova.
Poi fu abbassata una scala da cui scesero due guardie del bioparco. Una si mise a controllare che il gorilla non uscisse dalla grotta, l’altra lo prese per un braccio e lo accompagnò al sicuro sugli spalti, tra gli applausi degli astanti. Ettore sedette incredulo, guardando la fossa alle sue spalle. Si portò una mano alla testa, su cui ancora poggiava il cappello.
– Lei è in stato confusionale – disse l’uomo, ora senza megafono – la faccio accompagnare in infermeria.

Nella stanzetta illuminata dai neon, lo fecero accomodare su un lettino che scricchiolò minaccioso sotto al suo peso.
– Forse è meglio se si siede qui – disse la  giovane donna col camice bianco, sfiorando lo schienale di una poltrona di pelle. Ettore, ancora incredulo, vi si accomodò.
– Come si chiama – domandò la dottoressa, con voce dolce.
– Ettore – balbettò il gorilla.
Silenzio.
– Ettore e poi?
Ci pensò su qualche istante.
– Ettore Gorilla.
La giovane rise e, scuotendo il capo in una pioggia d’oro, scoprì i denti in un sorriso, come bianche perle.
– Ricorda come è arrivato nella gabbia dei gorilla, signor Gorilla?
Lui scosse il testone, cercando di svegliarsi da quello strano sogno senza ottenere alcun risultato.
– Ci sono nato, credo – disse alla fine.
– È solo in stato di shock – sospirò lei, sollevata, guardandolo con gli occhi color nocciola – faccia più attenzione.
Ettore mostrò le gigantesche zanne in quello che, sperava, venisse interpretato come un sorriso.
Lei sorrise di rimando.
– La lascio andare, signor Gorilla.
– Mi lascia cosa?
– Andare.
Sgranò gli occhi e deglutì. Un’occasione del genere non gli sarebbe capitata mai più.
– E’ lei il medico.
Toccò la falda del cappello in segno di saluto e si affrettò ad uscire dall’infermeria, prima che la dottoressa cambiasse idea. Si voltò però, senza sapere perché, a guardarla ancora una volta.
Gran bel culo.

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