Tra me e te

Capita di rado che io, bestia da prosa, metta le zampe su componimenti in versi. Ma a volte succede: un’immagine, un’idea, ronza tra orecchio e orecchio all’interno del mio encefalo, e non riesco a fissarla sul foglio se non in questo modo.

Tra me

e te

so già come andrà a finire.

Lo so da come mi guardi,

da come mi parli,

da quello che dici ma soprattutto

da quello che no.

Lo so bene che stasera

come ogni sera

tra me

e te

andremo a finire a letto.

Io nel mio,

tu nel tuo.

Che qualche volta ci provo anche

ad andare a finire nel tuo

ma capita che lo trovo già occupato.

E a me

che i poligoni non piacciono

non resta che tornare al mio.

Ma detto tra me

e te

quelli

gli altri

tutti gli altri

di te

vogliono solo un pezzo.

Io tutta, voglio il pacchetto completo

vita, morte e miracoli

soprattutto i miracoli.

Voglio che gridi al mio cuore

“Alzati e cammina”

Se ad alzarsi sarà qualcos’altro

almeno

ci avremo provato.

La Fucina

Comincio subito con un bell’inedito, prima di mettermi a trasmigrare post da  un blog all’altro. Buona lettura, F.

Il cupo bagliore della fornace rischiarava la fucina, dove rimbombavano con cadenza sempre uguale i colpi pesanti del maglio sul ferro ancora caldo. Tra l’incudine e il martello s’innalzavano allora lingue di fuoco, sfrigolando stizzite per essere state costrette ad uscire dal metallo in cui riposavano.
Il fabbro,  gli occhi di carbone, la barba ispida abbrustolita, il corpo massiccio,  poggiò il martello e s’asciugò il sudore dalla fronte color del bronzo. Scosse i lapilli dal grembiule bruno, fatto con la pelle di dodici buoi, e riprese a percuotere il ferro, senza curarsi del fatto che ad ogni colpo, da qualche parte, un terremoto o un’eruzione cancellavano questa o quella stirpe di uomini.
Per loro fortuna il tempo per gli abitanti immortali d’Olimpo ha poco significato e, tra un rintocco e l’altro, potevano correre secoli interi.
Di nuovo posò il martello, prese le immense tenaglie. Inzuppò la spada rovente nell’acqua, che ribollì pigramente per qualche istante.
Una brezza leggera s’insinuò all’improvviso nella fucina facendolo voltare di scatto, il viso tremendo reso ancor più arcigno dalle spesse sopracciglia aggrottate.
Già lo sapeva, cosa sarebbe entrato da quella soglia.

Il giovane messaggero saettò nello stretto spazio tra la parete e la porta, nella frazione di secondo in cui l’idea di chiuderla prese forma nella mente del fabbro e si trasmise al braccio.
– Fai attenzione, per poco non mi schiacciavi.
Si teneva a mezz’aria, per poter fronteggiare con i suoi celesti gli occhi d’ossidiana dell’altro, le alucce dei sandali che fremevano senza sosta.
– Hai ragione, la prossima volta sarò più svelto.
– Anche s’io fossi morto, ombra tra gli spettri, sarei più svelto di te.
Il gigantesco mastro ferraio, con le tenaglie ancora strette tra le mani, fece allora scattare i muscoli insieme, come una pariglia di possenti cavalli che giostrano all’unisono.
Veloce e preciso, afferrò con le pinze l’incredulo messo divino, che s’agitava ora inerte in un turbinio di piume candide.
– Che vuoi Ermete, scocciatore degli dei?
– Mi manda Teti, per la spada del figlio.
Il fabbro gettò lo sguardo alla lama, ancora immersa nel catino.
– Non è finita. Di che si preoccupa poi? Dì alla Nereide che sarà pronta, per quando suo figlio dovrà incontrare Ade sotto le mura di Ilio.
– Efesto, bestia, lasciami andare.
Efesto sorrise, poi si affacciò sulla soglia, senza mollare la presa.
Gonfiò il petto fino a divenire paonazzo e soffiò, rispedendo all’Olimpo il suo messaggero, in un turbine dorato di piume e bestemmie.

Chiuse la porta con un tonfo, facendo vibrare l’intera montagna, girò il chiavistello di bronzo tre volte. I pesanti stivali rimbombarono in modo diseguale nella fucina, poiché zoppi erano i fabbri e il loro progenitore non faceva eccezione.
Tornato all’incudine raccolse il martello e riprese a far tremare la terra.
Un colpo lentissimo alla volta.

Insonnia di una notte di mezz’ estate.

Buona lettura,
F.

Il sonno mi scivola tra le dita come acqua.
Lo guardo impotente filtrare attraverso spiragli invisibili, senza poter estinguere la mia sete di riposo.
Ne sento il bisogno nel dondolio della testa, nello scricchiolare delle ossa, nel battito lento del cuore: le palpebre pesanti si chiudono come un sipario sul mio giorno, ma il sonno continua a voltarmi le spalle.
Quindi esco.
Tra gli ulivi, grilli dopati cantano come motoseghe e in basso, senza che io riesca a vederlo, il mare seduce la spiaggia al chiaro di una luna gigante.
I miei passi hanno il suono di colpi di tosse in biblioteca, ma nessuno qui si alza per chiedermi di fare silenzio. Vicino a un lampione un cane nero enorme, con occhi gialli brillanti, si gratta goduto un orecchio e mi fissa.
– Non dormi? – chiede.
– No. Ma tu non dovresti dire qualcosa tipo “bau”?
Scopre le zanne, drizza il pelo sul dorso.
– Amico, sono le tre di notte. Dico quel cazzo che mi pare.
– Scusa, non ti arrabbiare. È che non avevo mai visto un cane parlare.
– Questo perché la maggior parte delle volte non lo facciamo. Siamo tipi essenziali, noi cani, diciamo solo lo stretto necessario.
Si stiracchia allungando prima le zampe davanti e poi quelle dietro, si scrolla.
– E allora perché mi hai chiesto perché non dormivo?
Quello fa spallucce, ammesso che un cane sia in grado di farlo.
– Hai mica visto il sonno? – domando.
Lui ci pensa un po’ su. Drizza le orecchie, alza il testone da lupo per fiutare il vento fresco.
– Di là – col muso indica una viuzza tra due case vecchie, due mucchi di pietra assediati dal muschio.
Ringrazio e proseguo.
La via, lastricata di porfido, odora di antico. Su di essa si affacciano porte di legno senza più vernice, con le serrature massicce violentate dalla ruggine.
Ho la certezza assoluta, adesso, di essere inciampato fuori dalla linea del tempo.
Un rumore di ruote mi fa voltare, rimbomba sui muri e fracassa il silenzio.
Un carretto carico di cianfrusaglie avanza lentamente, trainato da un uomo abbronzato.
– Donne, è arrivato l’arrotino! L’arrotino e l’ombrellaio, donne!
Urla, ed io mi aspetto che qualcuno spalanchi una finestra da un momento all’altro per sparargli con uno schioppo caricato a bestemmie.
Si ferma a un metro da me, adagia il carretto.
– Donne, è arrivato l’arrotino! L’arrotino e l’ombrellaio, donne!
Poi si accorge della mia presenza, sorride. Sulla pelle bruna i denti luccicano come conchiglie, mentre tira una cordicella e il carretto diventa un chioschetto, con tanto di insegna luminosa.
Sul legno adornato di lampadine, a lettere dorate su sfondo verde, spiccano le parole  “Le piccole meraviglie di Walter”.
– Vuoi comprare – mi domanda, mettendo una cassetta in un mangianastri polveroso.
– Non saprei. Hai del sonno?
Una musica allegra, da fiera, accompagna adesso la nostra conversazione notturna.
Lui fa una specie di smorfia con la bocca, tentenna la testa pensandoci su. Poi si tuffa tra le cianfrusaglie del carretto, tirando fuori alcuni barattoli.
– No, sonno no, niente sonno. Ma ho del torpore e della ridarella, se vuoi.
La ridarella mi tenta.
– No grazie.
– Come vuoi.
– Sai dove posso trovarlo?
Scuote la testa, tira la cordicella, il chiosco torna carretto, la musica cessa.
Mi supera, riprendendo a gridare, sparisce dietro l’angolo di una casa.
Cammino da un po’, la luna è sempre allo stesso punto del cielo e le stelle danzano sull’orizzonte, che si rivela dopo una curva quando il paese cessa bruscamente.
Scendo fino alla spiaggia, i granelli minuscoli luccicano come polvere di vetro, ma non sono altrettanto taglienti. Supero le file di barche in secca, le reti molli e ingarbugliate peggio del destino, scorgo una capannina con davanti un falò. Il mare in quel punto sembra pulsare di una luce che gli appartiene, che proviene dal suo cuore profondo, azzurra e verde e argento.
Col culo per terra, a gambe divaricate, un vecchio tesse una rete.
È un bell’anziano, dalla pelle scura, col volto cesellato di rughe: una per ogni vittoria nella battaglia contro il tempo.
Da sotto il cappello macchiato di salsedine, spuntano due favoriti vaporosi e bianchi.
Lavora ad occhi chiusi, le mani vanno a memoria seguendo la trama, nodo dopo nodo.
– Buonasera – saluta, sentendo i miei passi sulla sabbia.
– A lei. Bella nottata eh?
Il vecchio spalanca gli occhi a guardare: dentro c’è il mare, il cielo, la luna, gli ulivi, i compleanni del mondo, la mia casa, lo spazio e pure io.
Annuisce, soddisfatto di ciò che ha visto.
– Sei Dio – dico, se è una domanda decidetelo voi.
Sorride, senza smettere di lavorare.
– Ho un problema, Dio. Non riesco a dormire da tanto, troppo. Morirò?
Annuisce ancora.
– Tutti muoiono.
Carezza con la mano nodosa la sabbia vicino a lui, dove vuole che mi sieda.
Poi mi porge la rete e l’uncino.
– Fai così, un nodo alla volta, senza fretta. Ci vuole pazienza, come per tutte le cose, anche per riposare.
Un nodo alla volta, un centimetro alla volta,
le palpebre si chiudono.

Il Drago di Carta (ovvero il blocco dello scrittore)

Quando ci si trova davanti al foglio bianco, spesso il difficile è cominciare a scrivere. Poi le idee vengono da sé, sgorgano una appresso all’altra. Oggi, tentando di forzare la serratura che rinchiudeva la storia all’interno del foglio, ho creato questo.
Sì, mi piacciono le metafore sulla scrittura.
Buona lettura,
F.

A ovest delle pianure dell’Ovvio, dove il fiume Pensiero si sfilaccia fino a perdere la speranza di giungere al mare, si trova la Palude delle Banalità. È un posto infido, ad ogni passo c’è il pericolo di rimanere invischiati e sprofondare in un abisso senza fondo.
Laggiù il Drago di Carta, creatura di antica ferocia, aspetta paziente che qualche idiota vada a sfidarlo.
Oggi, l’idiota sono io.

Impugno la lancia stilografica, proteggo il fianco con lo scudo dei sinonimi e dei contrari.
Lui è immenso, di un bianco accecante,  un origami di Dio.
Muove la coda sottile e tagliente, spiega le ali come giganteschi aquiloni.
L’acquitrino s’increspa, tra i flutti ondeggiano come giunchi i resti di altri aspiranti scrittori.
Uno lo riconosco: era partito senza salutare nessuno al villaggio, brandendo la Sacra Fionda degli Incipit.
Ottimo aggeggio, se si hanno buoni proiettili.
Ma nella Palude delle Banalità aveva trovato solo dei “C’era una volta…” e dei “Era una notte buia e tempestosa…”, e il drago l’aveva ucciso prima di arrivare al climax.
Un altro s’era procurato l’armatura della similitudine, ma il drago l’aveva aperto come una scatoletta di tonno.
Un altro ancora aveva con sé lo scettro delle buone idee, ma ebbe quella pessima di non portare un taccuino per appuntarsele.
Ovunque poso lo sguardo, incontro i frutti del fallimento.
Il Drago di Carta intanto ha preso il volo.
Ho appena il tempo di ripararmi dietro lo scudo dei sinonimi, che gonfia il petto e soffia.
Soffia alita sbuffa esala spira…
Sono ancora vivo.

Ora tocca a me.
È vero quello che si dice, che il difficile è cominciare.
Spremo la fantasia per piegare la realtà, poi lo vedo.
Un espediente narrativo galleggia poco distante, ci salto sopra e colgo il drago di sorpresa, scagliandomi sul suo fianco niveo. La bestia urla, il nero inchiostro sgorga dalla ferita e coagula in parole, nitide e chiare:
A ovest delle pianure dell’Ovvio, dove il fiume Pensiero si sfilaccia fino a perdere la speranza di giungere al mare, si trova la Palude delle Banalità…