La Fucina

Comincio subito con un bell’inedito, prima di mettermi a trasmigrare post da  un blog all’altro. Buona lettura, F.

Il cupo bagliore della fornace rischiarava la fucina, dove rimbombavano con cadenza sempre uguale i colpi pesanti del maglio sul ferro ancora caldo. Tra l’incudine e il martello s’innalzavano allora lingue di fuoco, sfrigolando stizzite per essere state costrette ad uscire dal metallo in cui riposavano.
Il fabbro,  gli occhi di carbone, la barba ispida abbrustolita, il corpo massiccio,  poggiò il martello e s’asciugò il sudore dalla fronte color del bronzo. Scosse i lapilli dal grembiule bruno, fatto con la pelle di dodici buoi, e riprese a percuotere il ferro, senza curarsi del fatto che ad ogni colpo, da qualche parte, un terremoto o un’eruzione cancellavano questa o quella stirpe di uomini.
Per loro fortuna il tempo per gli abitanti immortali d’Olimpo ha poco significato e, tra un rintocco e l’altro, potevano correre secoli interi.
Di nuovo posò il martello, prese le immense tenaglie. Inzuppò la spada rovente nell’acqua, che ribollì pigramente per qualche istante.
Una brezza leggera s’insinuò all’improvviso nella fucina facendolo voltare di scatto, il viso tremendo reso ancor più arcigno dalle spesse sopracciglia aggrottate.
Già lo sapeva, cosa sarebbe entrato da quella soglia.

Il giovane messaggero saettò nello stretto spazio tra la parete e la porta, nella frazione di secondo in cui l’idea di chiuderla prese forma nella mente del fabbro e si trasmise al braccio.
– Fai attenzione, per poco non mi schiacciavi.
Si teneva a mezz’aria, per poter fronteggiare con i suoi celesti gli occhi d’ossidiana dell’altro, le alucce dei sandali che fremevano senza sosta.
– Hai ragione, la prossima volta sarò più svelto.
– Anche s’io fossi morto, ombra tra gli spettri, sarei più svelto di te.
Il gigantesco mastro ferraio, con le tenaglie ancora strette tra le mani, fece allora scattare i muscoli insieme, come una pariglia di possenti cavalli che giostrano all’unisono.
Veloce e preciso, afferrò con le pinze l’incredulo messo divino, che s’agitava ora inerte in un turbinio di piume candide.
– Che vuoi Ermete, scocciatore degli dei?
– Mi manda Teti, per la spada del figlio.
Il fabbro gettò lo sguardo alla lama, ancora immersa nel catino.
– Non è finita. Di che si preoccupa poi? Dì alla Nereide che sarà pronta, per quando suo figlio dovrà incontrare Ade sotto le mura di Ilio.
– Efesto, bestia, lasciami andare.
Efesto sorrise, poi si affacciò sulla soglia, senza mollare la presa.
Gonfiò il petto fino a divenire paonazzo e soffiò, rispedendo all’Olimpo il suo messaggero, in un turbine dorato di piume e bestemmie.

Chiuse la porta con un tonfo, facendo vibrare l’intera montagna, girò il chiavistello di bronzo tre volte. I pesanti stivali rimbombarono in modo diseguale nella fucina, poiché zoppi erano i fabbri e il loro progenitore non faceva eccezione.
Tornato all’incudine raccolse il martello e riprese a far tremare la terra.
Un colpo lentissimo alla volta.

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