Montesilvano(ri)scrive

Carissimi tre lettori e uno che guarda solo le figure, riaprono le votazioni per il concorso Montesilvanoscrive, cui partecipo col racconto “Margherita”.
Pare che i voti precedenti siano andati persi per cui, anche se avete già votato, vi chiedo di aiutarmi di nuovo: seguite questo link, selezionate il racconto “Margherita” (credo sia il 4° a partire dall’alto) e esprimete il voto in fondo alla pagina.
Se non l’avevate fatto prima, che ve lo dico a fare… Fatelo adesso!
La prima volta ha raggiunto e superato le 200 prefrenze, spero possa ripetersi il fattaccio!

Grazie come sempre
F.

Sigarette (il Golfo di Napoli)

A mio padre.

Camminavo sul lungomare di Napoli, era un’alba d’autunno.
La costa s’apriva ad accogliere il mare in quell’abbraccio scoglioso che chiamano Golfo, mentre Re Vesuvio con la sua corona stava seduto a sinistra, aspettando che il sole venisse a scaldarlo.
M’affacciai allora a guardare le onde e, tra la sabbia e i sassi, m’accorsi di non essere solo: la statua d’un santo frate, la chierica lucida strofinata dal vento, guardava pure quella il mare con le mani giunte in una posa di quiete. La fede dei credenti gli aveva messo addosso tutto un fardello di rosari e croci e foto di bambini e preghiere segrete sussurrate in dialetto. M’accesi una sigaretta, inspirai a fondo godendomi il panorama.
– Statt’accuort, che o’ Golfo e’ Napule è nu mariuncièll.
La voce mi colse di sorpresa, mi volsi di scatto a cercare chi avesse parlato.
– Nun te fa abbabbià, perché o’ Golfo t’incanta, t’appiccia o’ core e a sigaretta mmèce s’a fuma o’ viènt.
Sorridendo, il frate mi prese la cicca dalla bocca spalancata per lo stupore e, sbuffando benedizioni, s’allontanò lasciandomi solo
e senza tabacco.

Don’t shoot on Erasmus/Non sparate su Erasmo

Ci tengo che questo testo sia comprensibile ai più, per questo in basso è disponibile anche la versione nel mio pessimo inglese.
I want this text to be understandable to most people, so it is also available in my bad English.

Non sparate su Erasmo
“Hola, me llamo Ferdinando y soy Italiano” è tutto quello che sapevo dire in spagnolo quando sono arrivato qui. Questo e “yo no entiendo”.
Mi trovo ad Albacete, Castilla-la-mancha, Spagna, dall’8 settembre.
Ora, dopo appena un mese, parlo uno spagnolo accettabile e ancora apprendo a una velocità allarmante per uno che le lingue le ha sempre imparate sudando sui libri.
Sono uno dei tanti, ultimi, fortunati partecipanti al progetto Erasmus.
Ultimi perché l’Unione Europea non ha più i fondi necessari a finanziare il progetto.
Fortunati perché, ora lo so, quella che sto vivendo è un’esperienza unica ed eccezionale e non mi riferisco solo all’apprendimento della lingua (fatto, comunque, già di per sé meritevole di ogni attenzione).
Vivo in un paese straniero, lontano da mamma e papà, dal mio cane, dal mio letto, dalle mie abitudini, ne imparo le usanze, le contraddizioni, i modi di dire e di fare.
Assaggio l’indipendenza, sebbene solo fisica e non economica, dal mio nucleo familiare; scopro i piaceri e i doveri di convivere con persone che non sono tenute a sopportarmi per forza.
Conosco gente di tutto il mondo, faccio esperienza reale di ciò che ho sempre sospettato: che la terra è gigantesca. Ciononostante riesco a stupirmi di come possiamo capirci l’un l’altro, condividere tutto, scambiarci idee in una lingua che non è la nostra di sempre.
Pongo le basi di legami che possono superare la distanza, nello spazio e nel tempo.
Allargo i miei orizzonti.
Spesso si pensa che gli studenti Erasmus facciano un sacco di festa e non studino come farebbero se fossero in patria. È una sacrosanta verità e non ho la faccia tosta di negarla.
Ma è proprio durante una festa, mentre il mio libro di storia riposava da qualche parte in fondo allo zaino e tre birre mi scaldavano lo stomaco, che ho pensato questo: se a ciascuno, una volta nella vita, fosse concessa un’esperienza del genere, tutti avrebbero molta meno voglia di farsi la guerra.

***

Don’t shoot on Erasmus
“Hola, me llamo Ferdinando y soy Italiano” That’s all I was able to say when I arrived here. That, and “yo no entiendo”.
I’m in Albacete, Castilla-la-mancha, Spain, from the 8th of september.
Now, after less than a month, I speak a quite good spanish and I’m still learning it at a warning speed for one whom that always studied languages sweating on the books.
I’m one of many, last, lucky people who are joining the Erasmus Project.
Last because the European Union has no more funds to finance the projcet.
Lucky because, now I know it, that which I’m living is an unique and exceptional experience, and I’m not just talking of learning the language (fact, however, in itself worthy of attention).
I live in a foreign country, far from my parents, from my dog, from my bed, from my uses, learning its uses, its contraddictions, the ways of saying and doing.
I taste the independence, although only physical and not economic, from my family; I discover the pleasures and duties of living with people who are not bound to bear me.
I meet people from all over the world, I experience what I ever suspected: the Earth is giant. Nevertheless i still can surprise myself of how we can understand eachother, share everything, exchange ideas in a language that is not ours.
I put the foundations of ties which can overcome the distance, I enlarge my horizons.
People often think that Erasmus students do a lot of partying and not studying as they would if they were at home. It is a sacred truth and I have not the nerve to deny it.
But it was during a party, while my history book was laying somewhere in the bottom of the backpack and three beers were warming my stomach, I thought this: if to everyone, at least once in life, was granted such an experience, nobody would think to make war anymore.

Karate Kid

I bulli lo avevano conciato per le feste. Gli occhiali erano rotti nel mezzo, un occhio non si apriva più e lividi grossi come cocomeri sarebbero spuntati il giorno dopo sul suo corpicino fragile.
Il vecchio cinese lo trovò in quello stato nel vicolo, lo aiutò ad alzarsi e lo portò in casa sua senza dire una parola. Lo fece accomodare in un piccolo salotto tutto tappeti e cuscini e gli portò del ghiaccio.
Teo ringraziò con uno sguardo dell’occhio ancora buono.
Nuovamente l’anziano cinese scomparve, stavolta per alcuni minuti.
Al ritorno reggeva un piatto di ceramica: dentro di esso un paio di bacchette e un involtino primavera con sopra una mosca. Era proprio una mosca, una mosca bella grossa, di quelle che frequentano le stalle e i bagni degli autogrill, verde, luccicante e pelosa. Teo scrutò il volto impassibile del vecchio, i baffi di seta bianca che cadevano immobili come drappi, senza cogliere in esso alcun segnale.
Poi, folgorato, capì.
Afferrò le bacchette e con esse cominciò a tentare di acchiappare la mosca, che s’era intanto alzata in un volo grezzo e rumoroso. Infinite volte i bastoncini scattarono a vuoto sotto gli occhi a mandorla dell’anziano fino a che, al sorgere del sole, con un ultimo guizzo si serrarono intorno alla preda.
Teo allora si alzò, raggiante, posò le bacchette sul tavolo e si inchinò, poi corse via.

Li trovò nella piazzetta del paese alla solita ora. Si piazzò a gambe larghe davanti a loro, li schernì apertamente e fece apprezzamenti sulle loro madri, lasciando poi che lo accerchiassero. Stavolta quei quattro teppisti avrebbero avuto pane per i loro denti.
Un destro al viso, un calcio rotante allo sterno, una presa con torsione del polso, una ginocchiata nei coglioni: Teo incassò tutto senza quasi rendersene conto.
Quando uscì dal pronto soccorso, due settimane più tardi, tornò dal suo maestro. La porta era aperta, lui sedeva composto al tavolo.
“Sei solo un impostore” gridò facendolo sobbalzare “il tuo allenamento zen non è servito a niente!”
Il vecchio, con un raviolo al vapore ancora a metà del viaggio tra il piatto e la bocca, lo guardò e disse:
“Quale cazzo di allenamento?”

La morale è che non tutti i nonnini cinesi dall’aria zen sono maestri di arti marziali.
Alcuni sono solo pensionati di poche parole.