Italia 2112
Pubblicato il 7 novembre 2012 Lascia un commento
Non siamo poi così lontani.
Il blu dei lampeggianti s’infrange sull’asfalto bagnato.
Attraverso il finestrino appannato distinguo la figura dell’agente della stradale che, incurante del maltempo e del mio impegno imminente, mi fa cenno di abbassarlo.
– Patente e Profilo di Facebook, per favore.
A malincuore gli porgo quello che chiede, senza staccare lo sguardo dalle lancette del mio orologio, ancor più insensibile del mio interlocutore.
– Stiamo Twittando i suoi dati in centrale, questione di pochi minuti – mi dice, il fascio di luce potente della torcia puntato dritto negli occhi – intanto è disposto a rispondere ad alcune domande?
Faccio cenno di sì, nervosamente, sentendo sulla pelle la carezza dei secondi che scivolano via veloci. Lui tira fuori un taccuino umido e una penna e si appresta a prendere nota.
– Ha bevuto?
– Poco – rispondo, in questi casi è sempre meglio dire la verità – solo una birra.
– Che marca? – domanda, senza alzare gli occhi dal taccuino.
– Heineken.
– Ha mai provato la nuova Puffendorf doppio malto? Tutto il sapore dell’autentica birra di importazione tedesca, alla metà del prezzo.
L’ho provata sì: è una merda. È come se prima di servirtela il barista ci si fosse sciacquato dentro le palle.
Questo però all’agente non lo dico, la polizia è sempre piuttosto suscettibile riguardo ai suoi sponsor.
– No signore – mi limito a dire, sperando che se la beva.
Lo sbirro s’arresta un istante, mi guarda da sotto il berretto zuppo di pioggia.
– Sarebbe disposto a provarla?
Merda. Se dico di no, parte il verbale e mi tiene qui un’altra mezz’ora, se dico di sì dovrò bere quella brodaglia teutonica al sapore di scroto.
– Certo.
S’allontana verso la volante, ritorna con una bottiglia omaggio da 33 cl.
La bevo davanti ai suoi occhi, sforzandomi di apparire soddisfatto, poi gli restituisco il vetro.
– Come le pare?
– Ottima – mento, e intanto spero che quello che ho in bocca non sia un pelo.
– Ne comprerebbe una confezione? Sono appena venti euro.
Fottuta privatizzazione delle forze dell’ordine.
– Sicuro.
– Ottimo, vado a prenderla e le riporto anche i documenti.
Lo fisso attraverso scrosci di pioggia trafficare nel bagagliaio dell’auto d’ordinanza, afferrare qualcosa che il collega gli porge dall’interno dell’abitacolo e tornare sui suoi passi.
– Sono centoventi euro.
– Mi pareva avesse detto venti – sbotto, sorpreso ma neanche troppo, di fronte all’ennesima inculata.
– Venti per le birre, cento di verbale: dalla centrale risulta che lei viaggia senza aver aggiornato il proprio profilo.
Lancio la cassetta di birra sul sedile posteriore e pago senza protestare, il tempo è agli sgoccioli.
Parto di corsa, schizzando acqua e ciottoli, sperando che il traffico sull’IPhonestrada non sia la solita merda.
Tre minuti, mi restano solo tre minuti per raccogliere i miei ortaggi su Farmville.
A volte
Pubblicato il 5 novembre 2012 1 Commento
A volte sono un po’ così.
A volte ripeto ossessivamente, ma solo a volte, una parola o un concetto. A volte, dico, mi trovo ad essere un po’ ridondante, nel senso che a volte il senso di quello che volevo dire era già chiaro da un pezzo ma io niente, continuo imperterrito la mia logorroica crociata.
A volte insomma, pare che sprechi un mucchio di parole. Ma non sono sprecate, sono solo quelle che -a volte- mi scordo di dire, e zac, capita mi rimangono in saccoccia: da qualch parte dovrò pur metterle.
A volte di un iceberg di pensieri lascio intravvedere solo la punta, così che chi mi ascolta non capisce, e a volte perdo il filo del discorso, come quella volta che al mercato, ci ero andato per comprare le pere, perchè avevo appena scoperto una ricetta interessante e avevo voglia di metterla in pratica. Una torta di pere, che poi chissà perchè si chiama torta.
A volte, invece, sono così pigro che non ho nemmeno la forza di portare a termine quello che
La ballata dell’onanista suicida
Pubblicato il 21 ottobre 2012 2 commenti
Questa è la storia un po’ particolare
di uno che a un tratto si volle ammazzare.
Dire il suo nome non è necessario
ma per capirci lo chiamerò Ilario.
Stanco di vivere si mise in testa
senza aspettare di farsi la festa.
Corse in cantina con un’idea balorda
e rovistando rinvenne una corda.
Scelse una trave adatta allo scopo
già pregustando l’assenza d’un “dopo”
ma a ripensarci la fune di juta
sopra la pelle gli parve un po’bruta.
Allora Ilario, suicida pignolo
a tutta forza puntò verso il molo:
lì prese in braccio un bel masso rotondo
così da giunger più rapido al fondo.
Solo che prima di questo esercizio
tosto pensò di levarsi lo sfizio
d’una mangiata prima d’esser morto
a una locanda nei pressi del porto.
È buona usanza che vada evitato
fino a tre ore dopo aver mangiato
di porre in essere alcuna abluzione
sì da non nuocere alla digestione.
Ilario invece piuttosto impaziente
di lasciare il mondo abusivamente
corse veloce e senza deviare
là dove “morte” significa “affare”.
Nell’armeria si comprò una pistola
e di cartuccia ne chiese una sola.
Ritornò a casa e sedette in salotto
pronto a partire facendo un bel botto.
Già con la canna puntata alla testa
tutt’ad un tratto un pensiero l’arresta:
era un bell’uomo e tutto sommato
spararsi in capo sarebbe un peccato.
Così s’alzo finalmente deciso
con un sorriso stampato sul viso
e disse con voce da folle invasato
ciò che nessun si sarebbe aspettato:
Basta con corde, pistole e altre beghe
per farla finita
m’ammazzo di seghe.
Haiku #11
Pubblicato il 17 ottobre 2012 Lascia un commento
L’Italia delle opinioni.
Il seme dell’indignazione
fiorisce e muore
sui social network.
(La semilla de la indignación
florece y muere
en las redes sociales)