Pulp-Corn parte III: Mai dire Nano
Pubblicato il 5 marzo 2013 Lascia un commento
Online il terzo capitolo di Pulp-Corn, un racconto che vi andrà probabilmente tutto di traverso.
La porta è ancora aperta, sull’uscio c’è un grosso borsone a fiori dall’aria pesante, niente rotelle.
Lo afferro per le maniglie di cuoio e cazzo, è pesante davvero, sembra che la vecchia vada in giro con una collezione di sassi. La domanda è ovvia: come ha fatto a portarlo fino al quarto piano?
Sbuffando lo trascino per il corridoio tirandolo con entrambe le mani e, al momento di entrare nella stanza, lo faccio inavvertitamente urtare contro lo stipite della porta.
Lo stress di questa faccenda deve avermi fottuto il cervello, giurerei di aver sentito la valigia bestemmiare.
Dopo averlo sollevato per l’ultimo tratto lo lascio cadere con un tonfo e l’impressione si trasforma in certezza, questo bagaglio è il più blasfemo che abbia mai visto.
La vecchia zia Marta intanto ha ribaltato il cadavere che prima giaceva con la faccia a terra, galleggiando nel suo stesso sangue.
– Bel casino – commenta guardando il morto cui erroneamente abbiamo aperto tre prese d’aria – un lavoro da invasati. Dove credete di essere, nel vecchio West? Roba che neanche Tarantino nelle giornate migliori, ci vorrà un sacco di lavoro.
Poi alza la testa cotonata e mi punta con quel suo naso adunco.
– E non stare lì impalato, aprila!…
Il seguito è su TheIncipit!
Post elettorale post-operatorio, ovvero le scuse di un giovane elettore.
Pubblicato il 24 febbraio 2013 2 commenti
Oggi e domani, in Italia, si deciderà a quale chirurgo mettere in mano il bisturi.
Da parte mia, se dovessi essere operato, la principale preoccupazione sarebbe che il medico sappia fare il suo mestiere. Poco importa che mi prometta il televisore al plasma e la camera singola in clinica, l’infermiera-massaggiatrice tailandese e i clisteri al sapore di pesca.
Solo m’importa che quando sarò sdraiato sul lettino, nudo e incosciente, sappia cosa tagliare e cosa no, cosa mi serve per vivere e cosa possa essere reciso per arrivare al problema.
In Italia c’è gran varietà di cliniche, ognuna ovviamente si vanta di avere il miglior servizio e il primario più capace. Il problema è che tra questi primari abbiamo tanti dottori e pochi medici: c’è quello che prima faceva le case e ha studiato medicina solo perché attratto dai soldi, c’è quello che ha comprato la laurea, c’è quello che la laurea manco ce l’ha, c’è quello che era stufo di farsi operare dagli altri e pensando di essere migliore di loro ha imparato il mestiere tagliuzzando carogne, c’è quello emofiliaco, c’è quello che fa operare il nipotino e poi se ne prende il merito, c’è quello che soffre di perdite di memoria a breve termine e ogni tanto ti lascia dentro le pinze.
E poi ci sono i medici veri, quelli che hanno studiato, che fanno quello che fanno per passione e per convinzione. Quelli che fanno meno casino e dunque si notano di meno, ma ci sono, devono esserci.
E poi dall’altro lato c’è il popolo dei pazienti.
Ci sono i pazienti-impazienti, quelli che si lamentano che niente funziona ma poi non sono capaci di rispettare una coda, quelli che fumano in sala parto, quelli che conoscono il primario e per questo si guardano bene dal farsi operare da lui. Quelli che parcheggiano nella corsia del pronto soccorso per l’urgenza di un’unghia incarnita, quelli che rinunciano a farsi operare perché dicono che tanto è tutta la stessa merda, quelli che premono sul consiglio di amministrazione dell’ospedale perché sono stufi di vedere dottori a dirigere la baracca: da domani ci vogliono un bell’elettrauto, o un docente di economia, che almeno sono onesti. Poco importa se non sanno distinguere le ossa dai tendini.
Ci sono in fine quelli che soffrono dignitosamente, che scelgono il medico dopo essersi informati con tutti i mezzi possibili, consapevoli che quel medico sarà lo stesso che dovrà curare i propri figli, e sperano che la loro scelta sia stata la migliore possibile.
Questo è il panorama, più o meno. Spero mi si perdoni la metafora, che a me le metafore piacciono un sacco. Ovviamente, ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale. Ma andiamo al dunque.
Sono rimasto molto colpito, recentemente, da un pezzo del monologo che Claudio Bisio ha portato sul palco durante il Festival di Sanremo.
“Finché ci sono loro in questo paese non cambierà mai, dicono una cosa e ne fanno un’altra, non mantengono le promesse, sono incompetenti, bugiardi, inaffidabili, mandiamoli tutti a casa. […]
Non parlavo degli eletti, ma degli elettori, stavo parlando di noi, degli italiani, perché siamo noi i mandanti, noi che li abbiamo votati. Se li guardate bene è impressionante come ci assomigliano, sono come noi italiani, precisi sputati.”
Mi ha colpito perché è vero, io per primo non sono un paziente modello: stamattina, mentre guardavo scorrere sul rullo dei social network i commenti più o meno pieni di speranza, più o meno farciti di rassegnazione dei miei amici e conoscenti reduci dalle urne, mi è sfuggito un sospiro.
Di sollievo.
Sono uno dei tanti studenti Erasmus per i quali il governo non ha previsto la possibilità di votare senza un dispendio assurdo di energie e denaro.
Questo, se da un lato ha scavalcato un mio sacrosanto diritto, dall’altro mi ha sollevato da una responsabilità enorme, ha fornito una giustificazione perfetta alla mia coscienza che non sapeva più dove sbattere la testa. Già: ancora adesso, dopo tanto parlare, non saprei a quale chirurgo affidarmi con serenità, con la convinzione di fare una cosa giusta. Certo, magari un’idea su chi sia macellaio piuttosto che chirurgo ce l’ho, ma nulla più: avrei votato a metà, non perché mi fidi dell’uno quanto perché so di non potermi fidare dell’altro.
E così oggi ho provato vergogna, perché se ancora una volta andrà male sarà stato anche per colpa mia, per la mia disinformazione, per la mia pigrizia, per il mio essere pieno di dubbi e scarso di soluzioni.
Chiunque vinca questo carnevale e venga incoronato Re della Repubblica delle barzellette, chiunque riceva da Sua Sofferenza il Popolo Ignorante -a cui riconosco la mia appartenenza- il bisturi e lo scettro, se non sarà all’altezza del suo compito, è anche colpa mia, che non sono stato all’altezza del mio.
Pulp-corn parte I: Mai appuntare cose importanti sulla mano se hai evidenti problemi di sudorazione.
Pubblicato il 18 febbraio 2013 Lascia un commento
– Hai capito tutto?
L’insegna nel vicolo colora la sua faccia di rosso e di blu, mentre mi guarda con la solita espressione.
Quella di chi non ha capito un cazzo.
Si è cacciato a forza in una tuta nera dell’Adidas, addosso ha più anelli del Papa e abbastanza catene da far suonare ogni cazzo di metal detector nel raggio di sei chilometri. Dice che questo look lo fa sembrare più gangster.
A me sembra solo un maledetto ciccione con una tuta troppo stretta, ma non voglio ferire i suoi sentimenti.
S’è raccolto i capelli neri e unti in una specie di codino, alla maniera dei samurai.
Adora i samurai. A dire il vero, adora tutto quello che ha a che fare col Giappone, col sushi o con Gig Robot d’Acciaio del cazzo. Ci sarà pure un motivo, se lo chiamano Sumo.
Oltre al fatto che pesa centotrenta chili, ovvio.
– Allora te lo spiego ancora una volta. Entriamo, facciamo fuori lo stronzo, gli scattiamo una foto e filiamo. Hai l’indirizzo che ti ho dettato prima?
Lui annuisce contento e mi mostra uno scarabocchio a penna sul palmo sudato della mano. Si legge appena.
– Cazzo Sumo! Guarda che macello. Non potevi segnarlo su carta, porca puttana?
– Scusa Schicchera, mia madre rompeva i coglioni e mi sono chiuso nello sgabuzzino a parlare.
Trent’anni a breve e ancora vive con sua madre.
– Ho capito, ma guarda qua che cazzo! Cos’è, un cinque o un tre?
Si guarda la manona, cercando di decifrare la sua calligrafia sbavata.
– Cinque.
– Andata.
Metto in moto la vecchia Renault che tossisce, bestemmia e si spegne.
– Che diavolo c’è ora? – mollo un cazzotto al volante abbastanza forte da far suonare il clacson.
Dopo un quarto d’ora non ne vuole ancora sapere.
– Toglimi una curiosità, dove l’hai presa?
– Da Tony Affarony.
Lo uccido. Adesso lo uccido.
– Sumo tu hai il colesterolo nel cervello! Cosa ti dice quella testaccia di merda?
Fa spallucce.
– Ha detto che era un affare.
– Un affare per lui, grasso figlio di puttana! Quello è capace di far prostituire la madre per pochi spiccioli.
– Scusa.
– Fanculo, lasciamo stare.
L’indirizzo è ad appena qualche isolato, così abbandoniamo il rudere e ci andiamo a piedi. In cielo c’è una luna storta che sembra ghignarti addosso, le strade sono deserte.
Arriviamo davanti al portoncino di un vecchio condominio.
Mi metto subito al lavoro con la serratura. È un vecchio modello, potrei aprirla anche usando un cucchiaio, un minuto e siamo dentro.
Dall’ampio androne partono le scale che conducono agli appartamenti. Prendiamo quella di destra.
– Il piano almeno è ancora leggibile?
Sumo si osserva la mano e poi me la mostra. Il numero 4 è rimasto nitido sulla pelle bianchiccia.
Trovola porta, mi ci posiziono davanti ed inizio ad armeggiare.
– Aspetta un attimo – rantola Sumo, emergendo dall’ultima rampa – fammi riprendere.
– Ce le hai le pistole – domando, senza smettere di trafficare.
Annuisce e mi indica il borsone della palestra azzurro che si è portato appresso.
Apro la porta che si spalanca in silenzio. Da una stanza in fondo ad un breve corridoio arriva un tenue bagliore e il rumore della televisione a basso volume.
Tolgo la sicura al ferro, imitato da Sumo, mi accosto all’ingresso della stanza e faccio irruzione.
Il poveraccio, colto di sorpresa, balza di quasi mezzo metro dalla poltrona su cui era accasciato, facendo volare una scodella di patatine.
Bam, bam, bam, tre colpi al petto.
– Spiacente, ma hai cagato il cazzo alla persona sbagliata.
Estraggo il cellulare per la foto da mandare a Walter.
– Che cazzo fai? – urlo, vedendo che Sumo ha tirato fuori dal borsone una catana lunga come un braccio.
– I samurai lo facevano sempre – mi fa, conficcandola nel petto del povero cristo – serve ad impedire che l’anima del morto torni a tormentarti.
Non trovo le parole per obiettare. Rassegnato, scatto una foto e la invio.
Stiamo per filare quando il cellulare suona, facendomi trasalire. Guardo il display: è lui.
– Tutto fatto, Walter, prepara i soldi.
– Tutto fatto cosa? – mi domanda nervoso – chi cazzo è questo?
Continua…
Se volete sapere come va a finire… o meglio, se volete scegliere come va a finire, vi aspetto su TheIncipit!
Clicca qui e decidi quante botte deve prendere Sumo per aver annullato con la sua nascita milioni di anni di evoluzione.
Le aquile non volano a stormi
Pubblicato il 15 febbraio 2013 Lascia un commento
“In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell’incerto cammino del ritorno”
F. Battiato, Le aquile non volano a stormi.
***
Quando morì per le ferite subite, poco dopo la battaglia, al Guerriero venne incontro il Grande Spirito, sotto forma di una nube scintillante di colori.
– Poiché sei stato valoroso – disse lo Spirito – ti concederò di tornare al Mondo nella forma che tu vorrai. Scegli.
Il guerriero toccò la piuma che gli adornava il capo.
– Ho sempre sognato di poter volare – rispose.
– Molto bene.
Poi la nube si dissolse e venne il buio, che spense i suoi sensi.
Quando aprì gli occhi i raggi del sole illuminavano i rami di un albero. Appollaiato tra altri cento, stava lui nel suo nuovo corpo di passero.
Impaziente si lanciò in basso, planando un poco per poi riprendere quota a fatica. La sensazione gli parve subito incredibile ma ben presto fu costretto a ricredersi: sostenersi nell’aria gli costava sforzi immensi e dopo ogni volo sembrava che il piccolo cuore gli dovesse scoppiare nel petto. Per di più le altezze maggiori gli erano precluse e lui doveva dividere il suo basso cielo con altri mille passeri.
La notte, stremato dopo una simile giornata, il guerriero s’addormento subito. Tornò il Grande Spirito, sotto forma di vento.
– Dunque, come ti sembra la vita del popolo del cielo, Guerriero – domandò.
– È tremenda – rispose il passero – queste piccole ali reggono appena il mio peso, volo per nutrirmi e mi nutro per volare. Non è ciò che speravo. Puoi darmi una forma nuova, Grande Spirito?
– E sia.
Poi il vento cessò e venne il silenzio.
A svegliare il Guerriero fu un coro stridente e sgraziato. Cento corvi, funerei nelle loro piume nere, s’accalcavano e s’azzuffavano sui rami schiamazzando.
Sgomitavano e si beccavano, contendendosi lo spazio, finché uno non s’alzò in volo e così fecero gli altri.
Anche il Guerriero, che era tra essi, si lanciò dal ramo e subito le ali color cenere incontrarono la corrente giusta, una brezza tiepida che rendeva meno penoso lo sforzo di sostenersi nell’aria.
Ma ecco altri dieci uccellacci incrociarsi, urtandosi e urtandolo per godere anche essi del flebile refolo d’aria. Quand’era tra gli uomini nessuno mai avrebbe osato intralciare il suo cammino, in ossequio al suo rango: ora doveva lottare per un soffio di vento. Ma poiché la forza è nello spirito prima che nel corpo, il Guerriero era potente anche come corvo. Artigliò e beccò, uno lo uccise facendolo precipitare, e così per tutto il giorno fino ad appollaiarsi di nuovo, esausto.
Tornò il Grande Spirito, per la terza volta, sotto forma di tuono.
– Come ti sembra la vita del corvo?
Il Guerriero non rispose subito, assorto in riflessione, poiché la vittoria gli era costata molto. L’occhio destro era stato beccato a sangue, molte piume gli erano state strappate, una zampa pendeva inerte.
– Non è la vita che sognavo, Grande Spirito. Il rispetto per me tra gli uomini era immenso, qui tra i corvi sono uno su un milione. Viviamo ammassati, attendendo che qualcuno termini il suo pasto per poter cominciare il nostro, ci azzuffiamo per nulla e moriamo allo stesso modo.
– Cosa vuoi che faccia, dunque? Scegli, ma che sia l’ultima volta.
– Che tu mi uccida, o mi renda il più forte.
Ci fu uno scoppio nel cielo, una luce che fece giorno, poi tornò il buio.
Il Guerriero si librava altissimo, osservando le ali immense che il Grande Spirito gli aveva donato.
Le lunghe penne carezzavano i raggi del sole, ciascuna sensibile a una brezza diversa. Con gli occhi color miele poteva scorgere ogni dettaglio sotto di lui: le zuffe insensate dei corvi, le futili fatiche dei passeri, la corsa a senso unico della lepre che l’avrebbe portata dritta nella bocca della volpe. Si cullava nell’aria pensando che era finalmente lontano da tutto ciò.
Il suo volo era adesso pura grazia, piacere sconfinato e perfetto.
Ma quando si spinse più in alto, dove anche la cima dell’ultima montagna rinunciava al suo intento di giungere al cielo e dove non c’era rumore all’infuori del vento sotto le ali, gli invase il petto un senso di disfatta profonda.
Nel silenzio assoluto dei vincitori e dei sopravvissuti, s’accorse alla fine
di essere solo.

Esercizi “a penna libera”.
Ferdinando de blasio