Your own personal Steven
Pubblicato il 10 luglio 2013 Lascia un commento
I problemi non si risolvono con la violenza.
Praticamente è uno dei primi insegnamenti che ti danno. Ricordi quando da piccolissimo un altro bambino ti rubava il giocattolo e tu gli davi una di quelle manate goffe, da bimbo, ma già cariche di significato? Lo guardavi piangere, senza rimorso, apostrofandolo anzi con espressione dantesca: “vuol sì colà dove si puote ciò che si vuole, strunz!”
Poi arrivava tuo padre e te lo spiegava meglio che no, non si fa. Anche due volte, se occorreva, a mano aperta sul culo.
Così crescevi in questa dogmatica convinzione che la violenza non risolve i problemi, finché…
Finché arriva lui.
Un uomo che ha fatto della violenza la risposta ad ogni interrogativo.
“Chi ha scoperto l’America, Steven?”
“La violenza”
“Qual è il fiume più lungo del mondo, Steven?”
“La violenza”
“Come portiamo la pace nel mondo, Steven?”
“La violenza”
E così via.
Steven Seagal.
Sorvolando sulle sue indiscutibili capacità espressive, emerge con chiarezza il conflitto del neo-adolescente che scopre i suoi film. Anni di insegnamenti mandati in fumo con quattro o cinque lungometraggi di qualità discutibile: lui picchia i cattivi, i cattivi perdono, lui vince e si trova anche la ragazza. Facile.
Ho pensato come sarebbe la mia vita se fossi Stevan Seagal. Ma lo scenario era desolante, così ho ripiegato inventando il “Personal Steven”.
Schiocchi le dita e lui è lì, a prendere a pugni la macchinetta degli snack che s’è mangiata la moneta.
Un fischio e lui entra calandosi con una corda da un elicottero, mandando in frantumi la finestra, nonostante siamo al primo piano; poi prende per le orecchie il cagacazzi che da venti minuti sta parlando della sua barca a vela a voce alta in aula studio e gli fa fare il giro del mondo in ottanta sberle.
C’è anche la versione Android, dove lui arriva e fa a pezzi il cellulare del suddetto cagacazzi.
L’unico limite al “Personal Steven” sarebbe forse incontrare qualcuno con un “Personal Chuck”, ipotesi piuttosto remota anche se non impossibile.
Ma alla fine di tutto questo, è rimasta su di me l’ombra dell’antico quesito:
“è davvero opportuno risolvere con la violenza i problemi?”
“La violenza.”
Grazie Steven.
*Articolo puramente umoristico. L’autore non ritiene giustificabile la violenza in nessun caso, eccetto quando il computer si spegne dopo che hai scritto dieci pagine dimenticandoti di salvare.
**Nel dubbio è sempre bene impostare il salvataggio automatico.
Sulla scrittura: imparare a scrivere.
Pubblicato il 7 luglio 2013 Lascia un commento
Se vuoi diventare scrittore devi imparare a scrivere.
Non ci sono scorciatoie, non ci sono trucchi, non ci sono cazzi: così o niente.
Si possono individuare, a dire il vero, due livelli di lettura di questa proposizione.
Uno, quello che subito risalta, considera la scrittura nel senso più ampio del termine, comprensivo di stile, originalità, eleganza, eccetera eccetera che al mercato mio padre comprò. Ma questo viene dopo.
C’è un livello prima di questo, più “umile” se vogliamo, ed è quello della scrittura intesa in senso stretto.
Proprio così: sintassi, grammatica, ortografia. Maiuscole e minuscole, punti, virgole e apostrofi.
Sembra scontato, ed è questo il guaio, perché delle cose date per scontate presto o tardi ci si dimentica.
Non puoi, caro il mio scrittore-esordiente, sperare che la gente apprezzi le tue idee geniali, le tue trame originali e i tuoi colpi di scena se non sai metterli nero su bianco senza che il dito scivoli sulla K ogni tre parole, se non sai che dopo il punto fermo ci vuole la maiuscola, se pensi che per sottolineare un concetto importante i punti esclamativi non siano mai abbastanza.
Per imparare a scrivere devi imparare a scrivere.
Il resto viene dopo.
Pulp-Corn, la conclusione: Velcro.
Pubblicato il 2 luglio 2013 Lascia un commento
Certe notti è così.
Dopo una giornata di studio più o meno serio, ma sempre faticoso, invece di morire sul divano, si vien colti da quel prurito ai polpastrelli che si cancella solo grattandoli con foga sulla tastiera.
Capita che, se all’atto del grattare, si unisce un processo creativo, si possano portare a compimento alcune cose come, ad esempio, l’ultimissimo e conclusivo capitolo di Pulp-Corn: Velcro.
Colpi di scena, colpi di fortuna, colpi e basta in un capitolo tutto da gustare.
Quindi non fatevi pregare: leggete su TheIncipit la conclusione!
Dialoghi del terzo tipo #12: ti amo ma anche no.
Pubblicato il 26 giugno 2013 2 commenti
– Ti amo.
– Anche io.
– Davvero?
– Un momento, hai detto “ti amo” o “provo un desiderio incontrollabile di rivoltarti la faccia di sberle”?
– Ho detto “ti amo”.
– Ah allora ho sentito male, scusa.
– Quindi non mi ami?
– No.
– E non c’è nulla che io possa fare per far sì che mi ami?
– Smetti di amarmi.
– Ok, non ti amo più.
– Perfetto, ora ti amo.
– Anche io.
– Davvero?
– No.
