Mierda de Dragón: Psicoanálisis de un movimiento
Pubblicato il 3 dicembre 2014 Lascia un commento
Es impresionante la cantidad de cosas que se pueden guardar durante veinte años de vida. Tengo veintiséis años, pero me pareció sensato no tener en cuenta los primeros, ya que, durante aquellos, no se guardan muchas cosas.
Tiendo a no deshacerme nunca de nada.
Guardo de todo, desde las entradas del cine a las postales, hasta los mensajes escritos a toda prisa con un lápiz, y dejados casi al vuelo, antes de coger el tren.
Estoy muy apegado a las cosas, es decir, no a las cosas en si mismas, sino a lo que representan, a los recuerdos a los que están vinculadas, a las personas que me las dieron o con las que las he compartido.
Soy, por así decirlo, un coleccionista de símbolos.
Así, las cajas parecen no ser nunca suficientes, y el tiempo necesario para llenarlas se expande drásticamente mientras surgen los recuerdos por una u otra pieza única, como único es el recuerdo a ellas atado.
Algunas cosas no sé cómo llegaron a mí y sin embargo, no consigo dejarlas.
Mudarse de casa es entonces como nacer otra vez: me obliga a enfrentarme al pasado y deshacerme de algo, o de alguien, quizás de otro yo.
Cacca di Drago: Psicoanalisi di un Trasloco
Pubblicato il 3 dicembre 2014 Lascia un commento
È impressionante la quantità di cose che uno può mettere da parte in vent’anni di vita. Io ne ho ventisei di anni, ma mi è sembrato sensato ignorare i primi, ché di cose in quelli non se ne mette da parte un gran che.
Tendo a non buttare via mai nulla.
Conservo di tutto, dai biglietti del cinema alle cartoline ai messaggi scritti a matita di corsa, e lasciati quasi al volo, prima di prendere il treno. Sono molto attaccato alle cose, o meglio, non alle cose in quanto tali, bensì a ciò che rappresentano, ai ricordi a cui sono legate, alle persone che me le hanno date o con cui le ho condivise.
Sono, per così dire, un collezionista di simboli.
Così le scatole sembrano non bastare mai, e il tempo che impiego a riempirle si dilata a dismisura via via che affiorano i ricordi per questo o quel pezzo unico, come unico è il ricordo ad esso legato.
Alcune cose non ricordo neppure come le ho avute e tuttavia non riesco a liberarmene.
Un trasloco, così è come rinascere: mi obbliga a fare i conti col passato e a liberarmi di qualcosa, forse di qualcuno, forse di un altro me stesso.
La Ballata di Lando – Cap III: Mai dire Drago
Pubblicato il 23 novembre 2014 Lascia un commento
Ecco il terzo capitolo della saga di Lando l’orgoblin.
Come sempre, se volete decidere il seguito, vi rimando alla piattaforma di THe iNCIPIT, che potete raggiunere cliccando comodamente QUA
La Terra dei Draghi è quel genere di posto in cui non vorresti mai passare le vacanze, a meno che tu non sia un drago, ovviamente.
Si tratta di un altopiano desolato, caratterizzato dalla presenza di massi taglienti, aria satura di esalazioni solforose e vegetazione praticamente assente, se si eccettua il dragospino, una pianta arborea la cui unica ragione d’esistere pare sia pungere il prossimo.
Lì i draghi, creature antiche come il mondo, da sempre si ritrovano per deporre le uova e dare alla luce i loro piccoli (il che, aggiungo io, spiega il perché del loro pessimo carattere) e sempre lì i cacciatori di draghi si appostano per tendergli ogni genere di tranello pur di catturarli.
Zio Lou mi ci aveva mandato dopo aver scoperto che i suoi contrabbandieri vi erano rimasti bloccati, intrappolati a loro volta da un assembramento agguerrito di “schifosi animalisti”.
Quanto a me, dovevo fare in modo che il distillato di olio di fegato giungesse nelle sue mani e non gli importava se per farlo avrei dovuto liberare i cacciatori o ucciderlo io stesso, il maledetto drago.
Così dopo quasi tre giorni di cammino, superata la pianura paludosa del fiume Far, i sette laghi di Piagnonia e l’ultimo baluardo degli uomini in quelle regioni, la città-fortezza di Medrana sull’Orrido, giunsi ai piedi dell’Altopiano del Drak, confine sacro della Terra dei Draghi. Per onestà intellettuale, bisogna dire che era molto più “alto” che “piano”, motivo per cui la scalata si rivelò assai lunga e faticosa, anche se priva di eventi significativi.
Superato l’ultimo sperone roccioso, il Drak s’aprì improvviso davanti ai miei occhi.
Il cielo sulla Terra dei Draghi, di una perenne tonalità tra il porpora e il viola, era solcato incessantemente dai voli di quelle maestose creature che, in millenni di occupazione, ne avevano reso l’aria pressoché irrespirabile (di fatto, il metano e lo zolfo prodotti dai draghi sono tra le principali cause dell’effetto serra e del relativo surriscaldamento globale).
Non so dirvi esattamente per quanto tempo mi aggirai come un fantasma tra i massi e il dragospino, stremato dalla salita, stordito dai miasmi draconici e dalla mancanza di ossigeno. So solo che, a un certo punto, m’imbattei proprio in quello che stavo cercando: la sagoma immensa di un drago, un bell’esemplare adulto, nero cromato, giaceva incatenata al suolo, le ali tarpate, la bocca chiusa da una specie gabbia di dimensioni impressionanti, che non gli impediva tuttavia di manifestare il suo disappunto con vampate di fuoco tali che avrebbero potuto incenerire all’istante una colonna di carri. Di fianco al drago, le armi in pugno, c’erano i contrabbandieri di Zio Lou; davanti ai contrabbandieri, un centinaio di fricchettoni vestiti di bianco, i capelli lunghi e lucenti sciolti o raccolti in ghirlande, che cantavano, ballavano o fumavano erbapipa: insomma, i dannati elfi.
Ora dovete ben sapere che per un orco o un goblin (figuriamoci un orgoblin) non c’è nulla di più detestabile di quegli arroganti, frivoli, fiacchi figli di una battona immortale. Un po’ perché sono tutto ciò che noi avremmo voluto essere e non siamo, un po’ perché non perdono occasione per farcelo pesare.
Così non riuscii a trattenere il mio sdegno quando, fluttuando eterei e perfetti, apparentemente immuni al clima apocalittico di quei luoghi, due di essi mi vennero incontro con un sorriso da un orecchio appuntito all’altro.
«Nam-ur-bal, pace a te, fratello goblin. Io sono Eugelfo, e questo è mio fratello Elfonso.»
La sua voce, perfezionata sicuramente da secoli di corsi di dizione, aveva il suono del mare sulla spiaggia.
«Che cosa ti porta qui da noi, fratello goblin?» chiese Elfonso, col tono melenso di un medico che sta per eseguire un tampone rettale.
«Poche chiacchiere» dissi io, sfoggiando la mia espressione peggiore «tanto non mi incantate. Sono qui per ammazzare un drago.»
«Accomodati pure» disse Eugelfo, ancor oggi non saprei dire se con ironia. Tese un braccio verso il luogo in cui il drago giaceva aggiogato: scuotendo la testa titanica irta di corna, e roteando tutto intorno quell’occhio viperino e sapiente grosso come il portone del castello di Ur-Ghrab, lasciò partire un ruggito e una fiammata che, sebbene a parecchi metri di distanza, mi bruciò completamente le sopracciglia.
«Sei libero, fratello goblin, lo siamo tutti. Ma vorrei che ci ripensassi.»
Esercizi di Stile
Pubblicato il 19 novembre 2014 2 commenti
scrivere storie solo sfruttando “S”.
Siete stati sfidati!
Sedicesimo secolo: sette sette segrete si scontrarono sul suolo scozzese. Sopravvissero solo sedici sedicenti scrittori sunniti.
Stremati, si schierarono seduti sul suolo sassoso, sospirando silenziosi.
Scacciati, sfoderarono scuse senza senso: “scusa, sono strabico”; “sloggerei se solo sapessi scovare scoiattoli”; “sono santo se scoreggio salmi scadenti?”.
Sì, scrivo solo stupide storie straordinarie.