Il Farfuglione

Karl e Viktor Von Trukelnbarr, discendenti omozigoti del nobile duca Garulf Von Trukelnbarr, erano cacciatori dall’abilità ineguagliabile, ma dall’ appetito piuttosto singolare: li tediava la caccia alla lepre, aborrivano inseguire la volpe con le mute chiassose di cani, li irritava attendere lo stolto fagiano nascondendosi nella macchia afosa. Pure forme più esotiche, quali la caccia al leone o al maestoso elefante, erano per i duchi poco più che mediocri passatempi.
I Karl e Viktor Von Trukelnbarr erano sì cacciatori, ma cacciatori di leggende. Di più: in questa eccellentissima attività erano in perenne e furiosa competizione.
Se a Karl si doveva il ritrovamento (e conseguente subitaneo abbattimento) dei due famosi unicorni, era a Viktor che andava il merito d’aver stanato lo Yeti dal suo nido boscoso; se è pur vero che Karl aveva ingabbiato la maestosissima Fenice, di Viktor era la gloria d’aver catturato l’irreprensibile Camaleone. Sulla cresta dell’onda avevano fatto un pensiero anche a Maradona, salvo poi convincersi che per quanto leggenda, sebbene del calcio, l’argentino non rientrava nella cerchia dei loro bersagli.
Alla veneranda età di sessant’anni, i duchi Von Trukelnbarr avevano cacciato tutto il cacciabile, stanato tutto lo stanabile, ucciso tutto l’uccidibile, e il muro della sala dei trofei del loro arcigno castello era ormai più affollato di uno stand con assaggi gratis alla sagra della salsiccia.
Ma il cuore dell’uno e dell’altro era inquieto, poiché senza nulla da cacciare non sapevano darsi pace.
Si misero così in viaggio alla ricerca di una leggenda che ancora non avesse conosciuto la carezza del loro archibugio, l’uno diretto a oriente, l’altro a occidente, decisi a rincontrarsi dall’altro lato del mondo.
Dopo aver vagato a lungo, alla fine del suo viaggio Karl giunse alle porte di un antico monastero, in cui si diceva che in perfetta solitudine vivesse un monaco eremita, la cui saggezza sprofondava in tutti i meandri del Creato.
Il monaco ascoltò con attenzione il racconto del duca, arricchito da tutti i cruenti trionfi fino ad allora raggiunti, e dopo aver riflettuto un poco disse che c’era in effetti ancora una creatura: il terribile Farfuglione.
Il monaco lo descrisse come un essere repellente, dal pelo sozzo, grigio e assai folto, con occhi feroci e bramosi, unghie lunghe e gialle. La pelle, nei pochi spazi in cui emergeva dal vello, era di un pallore mortale, poiché il Farfuglione fuggiva la luce solare. Stava per lo più curvo ma era altresì capace di issarsi sulle zampe posteriori, a guisa d’uomo. La caratteristica inconfondibile del Farfuglione era però il suo verso: un gorgogliare frenetico e indistinto, un farfugliare incomprensibile ma sorprendentemente deciso.
Disse anche si rintanava in quello stesso monastero, ma che l’unico modo per poterlo scorgere era compiere un periodo di purificazione in una delle innumerevoli celle.
Senza indugio e senza curarsi di quanto avrebbe potuto durare tale periodo, che gli fu detto sarebbe stato comunque lungo, Karl accettò e fu accompagnato e rinchiuso in una delle celle nella parte più remota del monastero, in cui avrebbe dovuto osservare la regola del silenzio più totale.
Ogni giorno il monaco andava a trovarlo e gli serviva un decotto di erbe urticanti che, spiegò, serviva a rendere completa la purificazione, e che era tutto ciò che avrebbe potuto mangiare durante la sua permanenza.
Così tra un decotto e l’altro, senza mai uscire dalla sua cella nemmeno per espletare le funzioni corporali più semplici, il duca Von Trukelnbarr resistette un anno intero.
Il monaco, al trecentosessantacinquesimo giorno dal suo arrivo, servendo a Karl l’ormai detestata mistura, gli disse che era pronto e che quella sera stessa avrebbe visto il Farfuglione. Il duca preparò allora l’archibugio, che ogni giorno per un anno aveva smontato e ripulito scrupolosamente, per mantenerlo efficiente, e rimase in impaziente attesa.
All’ora prescelta, il monaco aprì la porta della cella. Con circospezione, Karl fece capolino oltre l’uscio e quasi cadde indietro dallo spavento: dalla porta della cella opposta, guardingo come una faina in cerca di pollame, stava l’essere più brutto che avesse visto fino ad allora. Il Farfuglione dunque era simile a uomo, ma infinitamente più ripugnante: era coperto dalla testa ai piedi di un pelo grigio, che si addensava in lunghi grumi incrostati di sporco, come quelli dei cani che hanno vagato troppo a lungo; aveva mani lunghe e scheletriche, al culmine della quali crescevano artigli gialli e deformi; occhi neri e feroci, pur nella circospezione dello sguardo, facevano infine capolino su una faccia bianca, spigolosa e smunta.
Imbracciando l’archibugio Karl fece per gridare, ma qualcosa dovette andare storto: tutto ciò che uscì dalla sua bocca, dopo un anno di silenzio devoto e papponi purificatori, fu un farfuglio incomprensibile.
Quello rispose a sua volta, e senza esitare oltre sparò.
Così morirono i fratelli Von Trukelnbarr, leggendari cacciatori di leggende, l’uno per mano dell’altro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: