25 aprile – due miniracconti partigiani.

Esattamente sessantotto anni fa, venivano liberate Milano e Torino.
Oggi festeggiamo l’Italia, oggi festeggiamo la democrazia, sperando che sopravviva.

Farinél

Farinél aveva vent’anni e una barba che gliene metteva addosso almeno altri tre, corporatura da montanaro e fiato da bersagliere. Portava i capelli lunghi e la pistola, sciolti gli uni e l’altra: non indossava la fondina, che considerava scomoda, così teneva l’arma nella tasca destra del cappotto.
Aveva perso gli altri per quell’unico suo vizio, che a dire di sua madre l’avrebbe rovinato: si era attardato con una bionda su alle Salvine e nessuno s’era accollato la seccatura di andare a chiamarlo, così s’era fatto buio. Sperando di raggiungerli prima che giungessero a Biella, zuppo d’acqua, fango e forse merda, scarpinava come un mulo lungo il pendio, che l’ennesimo temporale aveva reso abbastanza scivoloso da mandarlo col culo nel pantano ogni dieci passi; secondo i suoi calcoli non doveva essere troppo lontano da Graglia, che da Bagneri distava appena una dozzina di chilometri. L’acquazzone gli stava facendo perdere più tempo del previsto, ma a prendere la strada, che correva qualche metro più in basso, non ci pensava nemmeno.
S’affrettava, per quanto l’oscurità e la pioggia glielo concedessero, abbastanza da non accorgersi della roccia piatta e coperta di muschio su cui malauguratamente poggiò il piede.
Cadde, batté forte il sacro e scivolò a valle, rotolando fino a trovarsi con la faccia nel fango del fosso, sul lato della carreggiata. Tossì, sputò e trattenne una bestemmia, ché là vicino doveva esserci il santuario, poi provò a mettersi in piedi. Stavolta però non riuscì a trattenersi, e il Cristo volò alto nel fragore del temporale: la caviglia era slogata, più probabilmente rotta, e gli rimaneva ancora un buon tratto di cammino. Gettò lo zaino, si morse il labbro e prese ad avanzare, maledicendo il duce, i fascisti e pure gli Alleati, che dal suo punto di vista se la prendevano troppo comoda.
Non aveva ancora percorso venti metri che i fari dell’autocarro in corsa lo accecarono.
Il fischio dei freni bagnati fu l’ultima cosa che sentì.

Liberazione

Lo ricordo ancora, eravamo sul balcone della Jole, quello che dalla sua cucina s’affacciava sulla via Po.
C’ero io e c’era Gitano, che aveva sui ventiquattro anni e quindi, per i canoni del tempo, poteva tranquillamente dirsi veterano. S’era messo addosso il cappotto nero con le medaglie che aveva tolto all’ufficiale che prendemmo quella notte nel Monferrato e che diavolo come s’era cagato addosso quando aveva visto Gitano. Avevo paura io di lui, che ero uno dei suoi, figuriamoci quelli della Repubblica.
Eravamo io e Gitano, dunque, affacciati sul balcone della Jole, e guardavamo sfilare gli Alleati, finalmente, e come noi c’era una folla su altri balconi e ai lati della strada, tutto un sbracciarsi e un agitare di mani e fazzoletti. Io ero a disagio, Gitano s’accorse e mi disse: e che?
E io risposi che no, non aveva senso. Tutto quel tempo a sputare sangue sulle colline, sulle montagne, in riva al fiume, e poi arrivano questi e sistemano tutto; sarebbe stato meglio non fare nulla, stringere i denti e aspettare che arrivassero, che almeno i nostri non sarebbero morti per niente.
Mi diede un cazzotto proprio qui, forte che se ci penso mi fa ancora male, e mentre io recuperavo l’aria che mi aveva fatto sputare, mi fece: quando ti piove in casa, tenti di riparare il tetto o almeno di tappare i buchi, anche se sai che prima o poi torna il sole.
Io stetti zitto e mi ricordai perché comandava Gitano, e non io.

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