A casa di Dio

Si commenta da solo. Purtroppo.
Buona lettura,
F.

Sto andando a casa di Dio.
Mi ci ha mandato un autista gentilissimo, stamattina, quando gli ho fatto notare che mi aveva tagliato la strada col SUV.
In realtà non è proprio a casa di Dio, che mi ha detto di andare, ma faccio finta che nel rumore del traffico ho sentito male.

Fatto sta che sono qui, cammino e penso.
Da piccolo ero come uno stronzo in un campo di rose.
Mio nonno diceva: se sei stronzo, non puoi essere rosa. Ma puoi essere il miglior stronzo.
Da allora, mi ci sono messo di impegno.
Appena arrivo glie lo chiedo, a Dio, perché alcuni li ha fatti stronzi e altri rose.
Dio sta in un villino fuori Druento.
Ha anche una bella casa a Gerusalemme, ma dopo quella faccenda della croce non ci va più tanto spesso.
Svolto a sinistra nel viale, passeggio sotto gli alberi fino al numero 3, un complesso di villette.
Ci sono quattro campanelli: Padre, Figlio, Spirito Santo e un certo Favazzi-Dellafiore.
Suono al primo.
Il cancello ronza e si apre, sono dentro.
Percorro un vialetto di ghiaia fino alla porta, che si spalanca prima che possa toccarla.
Grido, come non ho mai gridato in vita mia.
Tutti pensano che vedere un angelo sia una cosa meravigliosa.
Cazzate disumane.
Brucia peggio che mettersi le lenti a contatto col limone.
– La pace sia con te – dice.
Gemo, coprendomi gli occhi.
– Puoi spegnere, per favore?
Sento un click tipo salvavita. Così va meglio.
– Sei un angelo?
– Sì.
– Custode?
– Maggiordomo.
– È in casa il principale?
– Ha un appuntamento?
Mi scruta l’anima con quegli occhi celesti, celesti nel senso di cielo, non azzurri.
Se mento, mi becca di sicuro.
– Certo – dico.
Diceva bene nonno: il miglior stronzo.
– Glie lo chiamo, si accomodi.
La prima cosa che mi colpisce è che Dio ha un gusto squisito, in fatto di arredamento.
La seconda è che si serve all’Ikea.
Mi siedo sul divano “Skogaby”, 503,16 euro, disponibile nero e bianco.
Una vetrata spaziosa si affaccia sulla veranda, la casa è piena di luce.
Passi leggeri richiamano la mia attenzione verso una scala a chiocciola, di legno.
Dentro le scarpe di vernice col tacco, un paio di gambe da peccato originale.
Appresso ad esse sbuca il resto del corpo, in un elegante tailleur bianco.
Lei si siede di fronte a me e mi fissa.
– Allora? – mi fa.
– le tre e mezza – rispondo.
Ride.
Rido.
Ma non l’ho capita.
– Allora, cosa desidera?
– Lavora per Dio? – chiedo.
– Prego?
– Se lavora per Dio.
Sorride.
Grido.
Brucia peggio che quello scherzo di spalmare la carta igienica col peperoncino.
Non fatelo a casa.
Brucia peggio di un clistere di aceto.
Brucia così tanto che svengo.

Mi risveglio sudato, nel mio letto.
Dio è donna.
Lo sapevo.

Grama Punzone

Spero che possiate apprezzare questo mio ennesimo delirio: credo sia la più lunga serie di assurdità che io abbia mai messo nero su bianco. 
Buona lettura,
F.

A Grama Punzone le bugie sono un’antica tradizione.
Raccontare storie è nella natura dei suoi abitanti e se non menti almeno una volta in una conversazione di cinque minuti sei un cafone.
Il record è di sette bugie in quattro parole, stabilito da Mario il Muto la notte del 31 febbraio del ‘93.
I Grama Punzesi mentono tutti, da quando si svegliano a quando vanno a dormire, alcuni anche nel sonno.
E si comincia prestissimo.
Io stesso, lo ricordo, additai il postino e dissi per la prima volta “papà”, scatenando una delle più memorabili discussioni coniugali del secolo scorso.
Durò così tanto che mi spedirono dai nonni e quando compii dieci anni non era ancora finita.

“Guardati dagli specchi, non negli specchi.”
Lo diceva sempre mio nonno, prima che catturasse una cometa al lazo e fosse trascinato da essa in giro per il cosmo. Ora la cometa porta il suo nome, secondo gli scienziati rivedremo nonno nel 2030.
Il fatto è che gli specchi non mentono, gli specchi ingannano.
L’ho sempre sospettato: fanno finta di fare ciò che fai tu, ma in realtà se nessuno li guarda fanno quello che vogliono.
Poi una volta ne ho sorpreso uno che, invece di ripetere le mie mosse, mi fissava in modo malsano usando miei stessi occhi. Quando capì di essere stato scoperto s’affrettò a rimediare, ma inciampò sul riflesso di uno sgabello e finì steso oltre la cornice, fuori dal mio campo visivo.
A fatica l’altro me stesso si rimise in piedi, poi si sistemò i capelli e fece finta di niente.
Così feci anch’io, ma da quel giorno non mi sono più specchiato con serenità.
Perciò a casa mia ho fatto mettere, al posto degli specchi, altrettanti ritratti di me stesso.
Il pittore era un certo Ruben Ceffoni, che nel 1998 fu per circa settantatré secondi il ritrattista più famoso del mondo. In realtà faceva sempre lo stesso ritratto di Giuliano Ferrara, e poi cercava di convincerti che eri ingrassato.
Ci riusciva quasi sempre (dopotutto era nato anche lui a Grama Punzone) e poi ti dava il numero di suo fratello, Adolfo Ceffoni, dietologo di fama internazionale. Lo conoscevano da noi e nel piccolo stato del Mirghyszistan, esistito per circa sette giorni e poi trasformato in un fast-food.
Adolfo mi prescrisse una cura miracolosa per perdere peso: supposte all’elio.
Non persi un chilo, ma in compenso scoreggiavo tre ottave più alto.
Facevo peti tanto acuti che mi presero nel coro della parrocchia, quando si ruppe l’organo. Certo, dovevamo tenere le finestre aperte durante la messa, ma a Grama Punzone fa quasi sempre caldo, perché abbiamo solo due stagioni, l’estate e la primavera.
Questo perché i Grama Punzesi vendettero le altre due durante la guerra, per comprare il cannone più grande del mondo. Era così grosso che dovettero appoggiarlo al campanile, e potevano spararci fino in Cina.
Non che avessero nulla contro la Cina, ma non erano capaci di regolarlo per sparare altrove.
Oggi lo usiamo solo per le cerimonie importanti, ma bisogna prima avvertire il consolato cinese.
Ad esempio si usa quando, una volta all’anno, salutandolo con sei cannonate, premiamo il re dei Bugiardi.

Quest’anno ho vinto io, perché ho mentito fin ora e forse mento ancora.

Liber-a-Mente presenta: "Il sogno di aprire un ristorante"

Attenzione: la seguente recensione contiene un numero quasi irritante di doppi sensi a sfondo culinario.
Torna Liber-a-Mente, per parlare di un libro davvero… appetitoso: “Il sogno di aprire un ristorante”.
Per introdurlo, non c’è nulla di meglio che le parole dello stesso autore, Renato Collodoro.

“Questo libro racconta di un sogno, a quanto pare diffuso e ricorrente, quello di aprire un ristorante. Se ne sente parlare sempre più spesso, e qualcuno passa dalle parole ai fatti.
Per me, che ci sono dentro da sempre, non è raro imbattermi in storie che una volta  avrebbero raccontato l’idea di fare un mestiere, mentre oggi sono sublimate dalla aspettativa  di coronare un sogno. Ma i sogni possono anche ingannare, illudere e a volte trasformarsi in incubi. Fortunatamente altre volte si realizzano, ma concorrono tanti altri fattori, non basta addormentarsi e sperare nel bel sogno. In realtà, dicono che dipenda anche da quello che si pensa quando si è svegli e da quanto e cosa si è mangiato e bevuto prima di andare a dormire, ma non sono un esperto in materia …
Io mi sono semplicemente divertito a cercare di raccontare di questi sogni, sperando di condividerli con chi si prende la briga di leggerli. E già, infatti io cucino perché qualcuno mangi, così scrivo perché qualcuno legga.
Scrivendo di storie di ristoranti e di mangiare, mi è venuto spontaneo redigere il libro come un menù.”

Un menù, aggiungo io, dal contenuto saporito, servito con stile e una spolverata di ironia.
Lettura leggera e scorrevole, ma anche ricca di contenuti.
Come ogni piatto, coi suoi odori e sapori, rievoca pensieri e sensazioni più o meno piacevoli, così i racconti de “Il sogno di aprire un ristorante” sapranno suscitare nel lettore proprio ciò che l’autore, chef letterario, si era preposto.
Un libro, insomma, che mi ha lasciato un buon sapore in bocca.
Alla fine, non si può non fare come quando ci si allontana da un buon ristorante, dopo aver mangiato tanto e bene: si appunta il nome e si promette a se stessi di tornarci al più presto.
Lo consiglio alle buone forchette, a chi mangia col cucchiaio, a chi fa rumore col brodo, a chi mangia cavoli a merenda, a chi è acido come un limone e anche a tutti gli altri.
Maggiori informazioni direttamente su www.ilsognodiaprireunristorante.com

Tale cane, tale padrone.

Questo pezzo s’è piazzato secondo al “Fun Cool”, divertente concorso online cui si partecipa con un racconto da una sola frase, da punto a punto. Veni, vidi, risi.

Era un esemplare piuttosto brutto, dal pelo grigio ispido, col grugno schiacciato, fissava tutti di sbieco e ringhiava mostrando i denti, spesso inseguiva le vecchie per strada;
il suo cane, invece, era adorabile.