La scommessa

Un piccolo racconto che avevo scritto per un’occasione speciale.
Colonna sonora consigliata:

Lascio la via principale, in cerca d’imprevisti: ho fatto una scommessa con Dio, e se perde paga da bere.
Una luna storta pende sul vicolo, appesa nel cielo con un filo da pesca.
Scioglie i colori nel suo bianco vacuo, ride beffarda, netta come una coltellata.
Da una finestra lassù, aperta ad accogliere la brezza di una sera d’agosto, le note di una chitarra si riversano in strada. Senza che io me ne accorga, il mio procedere si è trasformato in danza.
Poco più avanti un grosso tombino rutta vapore, tanto che al di là di esso tutto appare sfocato. Ci passo in mezzo, è come rinascere.
Fa un male cane, sei bagnato fradicio e dall’altro lato ti attende la luce.
Lumini, a decine, qua e là negli incavi dei muri, nicchie votive per penitenti occasionali. Proiettano ombre sulle lenzuola, che pendono, fluttuano e svolazzano dai fili tesi tra i muri delle case. Fate e giganti si alternano così al ritmo della musica, si fondono e scompaiono, finché tutto tace ed io mi sorprendo ad applaudire.
Una schiera di ragazzini, sudici scompigliati spiritelli scalzi, schiamazzando mi sciama attorno per poi scomparire tra i teli.
Mi hanno fottuto il portafoglio.
Corro loro appresso senza convinzione: il territorio, l’età e il mio culo giocano a vantaggio dei mocciosi.
I veli mi accarezzano mentre li attraverso, perdendo i miei sensi.

“Nottataccia eh?”
Mi divincolo dal sudario che mi impaccia e cerco di alzarmi da terra.
“Aspetta, ti aiuto io”
Due braccia nervose mi tirano su come fossi fatto di paglia.
Il giovane, occhi svelti da furetto, mi da due pacche sulle braccia, scuotendo la polvere.
Mi ha fottuto l’orologio.
“Fa questo effetto a tutti, la prima volta” sorride, ha un dente d’oro.
“Ah, tutti perdono portafogli e orologio?”
Afferra i lembi del gilet slabbrato, lo apre mostrando il petto nudo e glabro, poi fa un giro su se stesso; quando ritorna al punto di partenza, tra i denti regge il mio portafoglio.
“È questo?” me lo lancia.
“Ma è vuoto…”
“Tu mi hai chiesto il portafogli…”
Ride forte, fa un’altra piroetta e sparisce nel suo gilet, che cade a terra senza più il sostegno del corpo.

Il vicolo è cieco, come la fortuna, come l’amore.
Al fondo c’è un carrozzone gitano, di quelli che usano i giostrai, di legno intagliato e dipinto. La luna ancora ride in un cielo che si è scordato come si albeggia, ormai Dio ha lasciato il bar e ha messo tutto sul mio conto. Salgo due scalini, scosto le perline ed entro.

Lei è bella, di una bellezza selvatica, urticante, e non diciamo dove.
Scopre i denti bianchissimi, ceramica su un viso d’ebano.
Inarca un sopracciglio e mi invita con la mano a sedere, davanti a lei, davanti alle carte.
“Vuoi conoscere il futuro?” chiede, ma scoprendo già la prima carta mi suggerisce che non le interessa la risposta.
“Il Bivio. Bivio è buono, vuol dire cambiamento, ma vuol dire anche scelta.”
La sua voce ha il suono del mare sulla spiaggia, ogni sussurro ti arriva dritto al cuore e lo lambisce con spruzzi di spuma.
Scopre la seconda carta.
“L’inganno. Questo vuol dire che qualcuno ti ha mentito. Forse io prima, forse mento ancora.”
La terza.
“Il Bacio”.
Le sue labbra bruciano come tizzoni sulle mie, l’abbraccio e ardo tutto quanto, perdendo me stesso e lei e tutto il resto.
La chitarra suona, il mondo gira, da qualche parte Dio paga la puntata  a uno zingaro col gilet.

Haiku #1

Cos’è un haiku?
un componimento poetico composto solitamente di soli tre versi.
Se volete saperne di più, andate su wikipedia come fanno tutti.

Ochèi, direte voi, ma perchè scriverne uno?
Perchè a leggerli ci si mette un attimo, ma ti restano in testa molto a lungo.
E perchè pare vadano molto di moda: così ora chiunque metta in sequenza tre frasi a cazzo di cane si ritiene un poeta. E se lo fanno gli altri…
Quindi ecco il mio Haiku #1, scritto un pomeriggio di bonaccia creativa.
Non so se ce ne saranno ancora, rischio l’incidente diplomatico.

Culo che prude
rugiada
dito che puzza

[n.d.a: A parte i miei deliri creativi di dubbio gusto, ritengo che l’haiku, scritto da chi lo sa fare davvero, sia una bella forma di poesia, semplice e intensa. Vi invito a leggerne alcuni.]

La Manita

Oggi vi parlo sempre di scrittura, ma in modo alternativo: vi parlo di cinema.
Con una troupe di fenomeni (da baraccone?) affiatati e agguerriti al punto giusto, abbiamo partecipato a “50 ore Torino” 2012.

Cos’è?
50 ore per ideare, scrivere, girare e montare un corto di 5 minuti. Una cosa biblica.
Alcuni vincoli:
– Un oggetto di scena che dev’essere usato all’interno del corto, la lastra di una mano.
– Un costume da indossare, un ciondolo con ampolla di vetro.
– Una frase da pronunciare, “qui ci vuole il giullar-stregone”.
– Un genere estratto a sorte, la commedia.
– Qualche fotogramma in cui si capisce che siamo a Torino.

E via, si comincia facendo nottata per trovare un soggetto adatto, forgiando idee e defecandone altre, plasmando scene senza senso o intere filosofie esistenziali.
50 ore di lavoro esilarante ma faticoso, divertente in modo serio, che hanno portato alla realizzazione de “La Manita”.

Un corto che fa ridere e riflettere, in cui abbiamo messo il cu…ore.
Dopo aver appreso con soddisfazione, in via telematica, che la nostra creatura digitale si era piazzata tra i primi 20 (bella forza, su 28!) con diritto di partecipare alla proiezione nella serata dedicata presso l’Hiroshima Mon Amour, c’è stato il colpaccio.

I corti in gara erano tutti di buona qualità, molti davvero ben fatti e sorprendenti, alcuni piccoli gioielli. All’una di notte, la giuria sale sul palco per leggere il verdetto: tre film menzionati non vincitori, un secondo classificato ed il primo, vincitore assoluto.
Che ve lo dico a fare, l’avrete già capito: “La Manita” si piazza sul punto più alto del podio e non c’è verso di schiodarla da lì.

L’idea  di partecipare arriva da Laura Spina e Francesco Paini (regia e montaggio), malati cronici di cinema, che in breve mettono su uno staff mostruoso.
Alberto Berardo, occhio infallibile dietro l’obiettivo.
Stani Scuteri, fonico di nome, tuttofare di fatto.
Christian Cassar, Emanuele Colacito e Ferdinando de Blasio a stanare idee bestiali e metterle su carta.
Gabriele di Salvo, recuperato in corsa, attore dall’ironia devastante.
Andres Aguirre e Javier Urruzola, vere sorprese di questo corto, protagonisti e attori di rara simpatia e naturalezza, per quanto recitare con una mano nel culo possa essere naturale.

Di cosa parla il corto?
Non si può spiegare, bisogna vederlo: ecco la creatura direttamente dal Tubo.

“La Manita”

 

Il grande talento dell’Uomo-Pesce

Il grande talento dell’uomo-pesce
che sempre stupisce chi non ci riesce
è sbalordire se stesso ogni volta
con ogni cosa che vede o che ascolta.

La meraviglia è sua grande scoperta
gli occhi sbarrati e la bocca aperta
sua grande invenzione è poi lo stupore
di cui detiene il diritto d’autore.

Se tutti fossero uomini-pesce
mi tocca ammetterlo e un po’ mi rincresce
forse staremmo in un mondo migliore

 tutti strafatti di immenso stupore.