Lo que queda, lo llaman solar.
Pubblicato il 20 novembre 2012 Lascia un commento
[La versione italiana del testo è disponibile qui]
De vez en cuando, en estas partes, tiran abajo una casa. Lo digo de veras, la tiran abajo con todos los pisos, el techo, los tubos, los suelos y, si no están atentos, incluso la abuela, que es sorda y no ha sentido las excavadoras llegar.
Lo que queda, lo llaman solar.
Camino por las calles de Valencia.
Es una bonita ciudad de mar, llena de edificios antiguos y de extrañezas modernas.
Como la ciudad de las Artes por ejemplo, que no es otra cosa sino el delirio de omnipotencia de cierto señor Calatrava, que de niño quiso ser trapecista y en cambio terminó siendo un arquitecto famoso, pero que ha conservado la pasión por las acrobacias.
O como el parque que la atraviesa, que corre en el medio, porque primero fue un río y luego alguien tuvo la idea genial: “¿por qué no desplazamos el río y nos hacemos un parque?”
Qué según yo, este alguien siempre es el Calatrava, pero no tengo las pruebas.
En fin, te asomas al pretil, justo cerca del puente, para ver cuál es el río que hace el ruido de las hojas en lugar del agua: hay aquí un parque que se extiende a lo largo bajo el nivel de los edificios.
Yo camino, en fin, por esta ciudad que sabe mucho de España, cuando de repente en la sucesión ordenada de bonitos edificios algo se para. Qué es una cosa esta, que te jode el cerebro: ya, porque estás allí tranquilo contando las casas cuando, en la improvisación, falta una.
Sin embargo hablamos de casas, edificios, centenares de millares de toneladas de cemento e hierro y revoque y papel de parados de color horroroso. En absoluto pueden desaparecer así.
Pero las dos paredes que se enfrentan desnudas, mirándose perplejas sin poderse tocar más , ya dicen todo. Con una casa viene abajo mucho más material del con el que está construida, con ella se derrumba parte de la historia de quien en ellas ha vivido: pinturas rupestres de niños prodigio, causa de todavía más prodigiosas nalgadas; secretos escritos sobre trozos de papel y confiados a la discreción de una grieta en el muro; manchas de sangre y vino; vigas bañadas de nombres, escritos y borrados y reescritos. Me asomo más allá del muro cubierto de murales y miro dentro, esperando me por lo tanto escenarios de desolada melancolía, de devastación, y en cambio.
Y en cambio pongo el punto después “y en cambio”, porque aquella es la sensación que pruebo mirando al interior: sorpresa. Dentro hay gente, en el cuadrado de tierra batido dejado por el gigante después de la caída, hay vida.
Alguien ha llevado sillas, mesas, un par de bancos. Alguien ha puesto sobre un bar y distribuye cerveza. Alguien tiene una armónica, una guitarra, un tambor, alguien canta.
Una vaca disfrazada de perro vaga entre la gente suplicando trozos de bocadillo.
Un fotógrafo ostenta sus fotos mejores, una chica con las trenzas rubias dispone ordenadamente sus creaciones sobre un escritorio: pendientes y collares.
Y algo aparte, entre los pliegues del esqueleto del edificio, en la parte baja de los fundamentos, un huerto.
Un huerto. Cosa viva, que crece, allá dónde lógicamente mi cabeza sólo se esperó polvo.
Me pierdo en los sonidos, en los colores, en el intercambiar cuatro charlas con un tío que no conozco.
La música sube, rebota sobre los muros y entra en las casas: la orquestina improvisa una canción en inglés inventado. Creo se llama Swishyouganawèi.
No sé qué cosa quiere decir, pero el sentido me parece que sea
“todavía estamos aquí”.

[Para saber algo mas: http://solarcorona.wordpress.com/ ]
Quello che resta, lo chiamano solar.
Pubblicato il 18 novembre 2012 2 commenti
[También está disponible en español]
Ogni tanto, da queste parti, tirano giù una casa.
Dico davvero, la tirano giù con tutti gli appartamenti, il soffitto, i tubi, i pavimenti e se non ci stanno attenti pure nonna, che è sorda e non ha sentito arrivare le ruspe.
Quello che resta, lo chiamano solar.
Cammino per le strade di Valencia.
È una bella città di mare, piena di palazzi antichi e di stranezze moderne.
Come la città delle Arti, che altro non è se non il delirio di onnipotenza di un certo señor Calatrava, che da bambino voleva fare il trapezista e invece è finito a fare l’architetto famoso, ma ha conservato la passione per le acrobazie.
O come il parco che la attraversa, che le scorre nel mezzo, perché prima era un fiume e poi qualcuno ha avuto l’idea geniale: “perché non spostiamo il fiume e ci facciamo un parco?”
Che secondo me questo qualcuno è sempre il Calatrava, ma non ne ho le prove.
Insomma ti affacci dal parapetto, proprio vicino al ponte, per vedere che razza di fiume è, ché fa il rumore delle foglie invece di quello dell’acqua, e via, ecco un parco che si estende in lunghezza sotto il livello degli edifici.
Ci cammino, insomma, per questa città che sa tanto di Spagna, quando ad un tratto nel susseguirsi ordinato di bei palazzi qualcosa s’inceppa. Che è una cosa, questa, che ti frega il cervello: già, perché sei lì tranquillo a contare le case quando, all’improvviso, ne manca una.
Eppure parliamo di case, palazzi, centinaia di migliaia di tonnellate di cemento e ferro e intonaco e carta da parati di colore orrendo. Mica possono sparire così.
Ma le due facciate che si fronteggiano spoglie, guardandosi perplesse senza più potersi toccare, parlano chiaro.
Con una casa viene giù molto più del materiale con cui è costruita, con essa crolla parte della storia di chi ci ha vissuto: pitture rupestri di bambini prodigio, cagione di ancor più prodigiose sculacciate; segreti scritti su pezzi di carta e affidati alla discrezione di una fessura nel muro; macchie di sangue e spumante; travi ricoperte di nomi, scritti e cancellati e riscritti.
Mi affaccio oltre il muretto coperto di murales e guardo dentro, aspettandomi quindi scenari di desolata malinconia, di devastazione, e invece.
E invece metto il punto dopo “e invece” , perché quella è la sensazione che provo sbirciando all’interno: sorpresa. Dentro c’è gente, nel quadrato di terra battuta lasciato dal gigante dopo la caduta, c’è vita.
Qualcuno ha portato delle sedie, dei tavoli, un paio di panche. Qualcuno ha messo su un bar e distribuisce cerveza, in culo all’ufficio di igiene. Qualcuno ha un’armonica, una chitarra, un tamburo, qualcuno canta.
Una mucca travestita da cane s’aggira tra la gente supplicando pezzi di panino.
Un fotografo mette in mostra i suoi pezzi migliori, una ragazza con le trecce bionde dispone ordinatamente le sue creazioni su un tavolino: orecchini e collane.
E poco in disparte, tra le pieghe dello scheletro del palazzo, nella parte bassa delle fondamenta, un orto.
Un orto. Roba viva, che cresce, là dove la mia testa logicamente s’aspettava solo polvere.
Mi perdo nei suoni, nei colori, nello scambiare quattro chiacchiere con un tizio che non conosco.
La musica sale, rimbalza sui muri ed entra nelle case: l’orchestrina improvvisa una canzone in inglese inventato. Credo si chiami Swishyouganawèi.
Non so cosa voglia dire. Ma il senso, mi pare che sia
“siamo ancora qui”.

Lo que queda, lo llaman Solar
Oh tu che ancheggi ondeggiando sui tacchi
Pubblicato il 12 novembre 2012 Lascia un commento
A Letizia, per il suo compleanno.
Oh tu che ancheggi ondeggiando sui tacchi
come se fossi creatura divina
sai che risate se inciampi e ti spacchi
il culo a terra cadendo supina?
Ora mi sembra vedendoti andare
d’aver viaggiato nel tempo all’indietro:
sei senza dubbio un bell’esemplare
di dinosauro con zeppe di vetro.
Per certe altezze vertiginose
lasciami dir per amor del buongusto
servono principalmente due cose
buon equilibrio e portamento giusto.
A te che manca sia l’uno che l’altro
dar io vorrei un consiglio erudito:
lasciando i tacchi a chi forse è più scaltro
opta per il più fidato infradito.
Vorrei
Pubblicato il 12 novembre 2012 Lascia un commento
Vorrei fare tante cose oggi.
Vorrei disegnare, fare una passeggiata. Vorrei cucinare una torta, fermarmi dieci minuti a sentirne l’odore mentre lievita sotto un panno umido. Vorrei incontrare la gente, gli amici, fermare uno sconosciuto per strada e parlare. Vorrei discutere animosamente di cose futili. Vorrei leggere, vorrei essere in Italia, a vedere l’altro lato della mia vita che scorre senza che io sia presente. Vorrei stare qui. Vorrei viaggiare, ovunque, altrove, vorrei fare un pisolino. Vorrei giocare col mio cane, vorrei fare un castello di sabbia.
Vorrei scrivere.
E in tutto questo, sono ancora qui fermo a pensare
a quello che vorrei.