El viento en Sommacima – Il vento a Sommacima

[Cuento en español y italiano.
Racconto in spagnolo e italiano.]

He escrito ese cuento hace mucho tiempo, y he pensado proponerlo otra vez por el dia de s. Valentino, traduciendolo en español.

Ho scritto questo racconto qualche tempo fa. Ho quindi pensato di riproporlo per il giorno di s. Valentino, traducendolo in spagnolo.
“Il vento a Sommacima” è apparso per la prima volta qui.

Muchas gracias a Armando Pardo Ampudia, mi hermano de mexico, que ha corregido todos mis errores de traducciòn!

El viento en Sommacima

El autobus subía despacio a lo largo de la estrecha callejuela, obligando a hacer articuladas maniobras a los raros coches que venían por la parte opuesta, y a los que lo seguían, a una espera enervante.
Con la cabeza apoyada a la ventanilla polvorienta, Marcello observó la cajita de lata en la que había amontonado su existencia, sin decidirse a abrirla.
Conocía de memoria su contenido: algunas viejas fotos, una piedra redonda recogida a la orilla del lago, la copia de su primer contrato de edición. Pero sobre todo, cartas de ella.
Ella, quien lo siguió en todos sitios… desde que anotaba tramas en los márgenes de los libros de la escuela, a cuando publicó “La Furia de los Mitos”, novela que lo consagró elevándolo al rango de escritor de fama internacional.
Gentil, discreta, enamorada de alguien que sólo se amaba a si mismo.
El rechinido repentino de la fricción lo arrancó con violencia del universo de sus pensamientos.
Un viejo cartel de madera ondeaba sin descanso, “Bienvenidos a Sommacima”.
El viento lo atacó arañándolo cuando salió del autobus. Había casi olvidado el viento de allá arriba: impetuoso, cruel, imperecedero.
Se insinuaba entre los pliegues de los vestidos, rozándole con dedos helados y dejándole con una desagradable sensación de haber sido violado. El viento, en Sommacima, siempre lleva un pedacito de ti.
Una senda se ramificaba desde la calle principal, procedía más allá del cartel y cortaba por la mitad melancólicos campos de calabazas maduras.
Más allá de ellos, surgía un bosque, ya desvestido por las caricias del otoño. Más allá del bosque, las casas de piedra.
Un niño saltaba de calabaza en calabaza, riendo, parecía un duende.
-¡Baja! ¡Baja! – gritaba una niña, que lo perseguía sujetando la falda del vestido azul, el pelo largo desordenado por la birsa.
-¡Marcelo baja, espérame!
Un viejo cuervo graznó, haciéndolo sobresaltar. Cuando retomó el camino, los niños ya no estaban.
Los recuerdos son así, se animan por una nimiedad y se disuelven igualmente rápido
Se sumergió en las calles desiertas, cubiertas de musgo y levigadas por el tiempo. Su memoria las repobló de sonidos, olores, vuelven, que creía haber olvidado.
Bajo un arco de piedra, una joven pareja se intercambió un beso fugaz, luego ella escapó entre la muchedumbre, riendo.
Más allá de las casas, estaba una loma. Una espuela de roca, tendida sobre un barranco, oscuro abismo donde violó al ogro corrió. No habría sabido encontrar un nombre mejor por un río como aquél.
No corria, se arrojaba; no gorgoteaba, más que otro rugía, refunfuñaba, maldecía cada obstáculo. Espumaba como si tuviera rabia.
Aferrado a la roca con loca tenacidad, crecía un sicomoro. Bajo él, una mujer lloraba.
Cuando Marcelo alcanzó la cima, ella ya no estaba. Abrió la caja, apretó entre las manos su última carta.
Mojó de lágrimas la palabra ‘adiós’, luego la arrojó con las otras a la furia del viento. Y con ellas, también se arrojó él.

El viento, en Sommacima, siempre lleva un pedacito de ti.

***

Il vento a Sommacima

La corriera s’inerpicava adagio lungo la stretta stradina, costringendo ad articolate manovre le rare vetture che venivano dalla parte opposta, e quelle che la seguivano ad un’attesa snervante.
Con la testa appoggiata al finestrino polveroso, Marcello osservava la scatola di latta in cui aveva ammonticchiato la sua esistenza, senza decidersi ad aprirla.
Ne conosceva il contenuto a memoria: alcune vecchie foto, un sasso rotondo raccolto sulle rive del lago, la copia del suo primo contratto di edizione. Ma soprattutto lettere di lei.
Lei che lo aveva seguito ovunque, da quando scarabocchiava trame sui margini dei libri di scuola a quando aveva pubblicato La furia dei miti, romanzo che lo aveva consacrato elevandolo al rango di scrittore di fama internazionale. Gentile, discreta, innamorata di uno che amava solo sé stesso.
Lo sbuffo improvviso della frizione lo strappò con violenza dall’universo dei suoi pensieri.
Un vecchio cartello di legno ondeggiava senza sosta, Benvenuti a Sommacima.
Il vento lo aggredì graffiandolo, non appena mise piede fuori dalla corriera. Se l’era quasi dimenticato, il vento di lassù: impetuoso, impietoso, imperituro.
S’insinuava tra le pieghe dei vestiti, sfiorandoti con dita gelide, e lasciandoti con la spiacevole sensazione di essere stato violato.
Il vento, a Sommacima, si porta sempre via un pezzetto di te.
Un sentiero si diramava dalla strada principale, procedeva oltre il cartello e tagliava a metà malinconici campi di zucche mature. Oltre di essi sorgeva un bosco, già spogliato dalle carezze dell’autunno, oltre il bosco, le case di pietra.
Un bambino saltava di zucca in zucca, ridacchiando, sembrava uno spiritello.
– Scendi, scendi – gridava una bimba, che lo rincorreva reggendo la gonna del vestitino azzurro, i capelli lunghissimi scompigliati dalla brezza.
– Marcello scendi, aspettami!
Una vecchia cornacchia gracchiò, facendolo sobbalzare. Quando riprese il cammino, i bambini non c’erano più.
I ricordi sono così, si animano per un’inezia e si dissolvono altrettanto velocemente.
Si tuffò nelle vie deserte, coperte di muschio e levigate dal tempo. La memoria le ripopolò di suoni, odori, volti, che credeva invece di aver dimenticato.
Sotto un arco di pietra, una giovane coppia si scambiò un bacio fugace, poi lei scappò tra la folla, ridendo.
Oltre le case, c’era un’altura. Uno sperone di roccia, proteso su un dirupo, scuro abisso dove violento scorreva l’Orco. Non avrebbe saputo trovare un nome migliore per un fiume come quello.
Non scorreva, si avventava; non gorgogliava, piuttosto ruggiva, borbottava, imprecava ad ogni ostacolo. Schiumava come avesse la rabbia.
Avvinghiato alla roccia con insana tenacia, cresceva un sicomoro. Sotto di esso, una donna piangeva.
Quando raggiunse la cima, lei non c’era più.
Aprì la scatola, strinse tra le mani la sua ultima lettera.
Bagnò di lacrime la parola addio, poi la gettò con le altre alla furia del vento
E con esse, si gettò anche lui.

Il vento, a Sommacima, si porta sempre via un pezzetto di te.

 

Fortuna, Fede e Disperazione

Nero e terribile si innalzava nella polvere, mentre un fremito invisibile lo scuoteva tutto quanto: il santo aveva lasciato il posto al bandito, e il bandito voleva sangue.

Non aggiungo altro.
Solo vi invito a leggere il capitolo finale de “Spaghetti Western”, racconto di cui, ora che ho messo la parola fine, vado abbastanza orgoglione.

Fortuna, Fede e Disperazione

bbc

Sulla scrittura: l’incipit

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Premessa: le righe seguenti non contengono “la verità” (quando si parla di scrittura, e più in generale di creatività, la verità è solo una parola: si confonde con le altre), piuttosto sono riflessioni di uno che, piuttosto che aver qualcosa da insegnare, fa dello scambio di opinioni il suo modo di apprendere.

Pare che una buona stretta di mano incida molto sull’impressione che facciamo ad uno sconosciuto. L’incipit è la stretta di mano di uno scrittore: se è buona, ti farà venir voglia di approfondire la conoscenza o, in questo caso, la lettura. Sarà poi allo scrittore dimostrare di essere un buon intrattenitore fino alla fine.

Prendete un libro a scatola chiusa, ovvero senza che nessuno ve ne abbia parlato, senza che vi sia stato raccomandato, un libro non pubblicizzato. Un libro, insomma, il cui giudizio immediato dipenda solo dalla stretta di mano tra voi e l’autore (allo scopo dell’esperimento: meglio se autore mai letto prima).
Difficilmente andrete oltre le dieci pagine, se queste si sono rivelate noiose, inconcludenti o peggio, mal scritte. E’ come far colpo su qualcuno: se cominci con una figura di merda, è facile che rivolga altrove le proprie attenzioni.
L’incipit è l’inizio del corteggiamento dello scrittore ai suoi lettori. Ciò non vuol dire che debba giocare qui le sue carte migliori, piuttosto significa che deve incuriosirli.
È noto che la curiosità faccia fare agli esseri umani le cose più idiote, la lettura non fa eccezione.
Non servono interrogativi eclatanti o esistenziali, basta una domanda, o addirittura un germe di domanda:
Cosa contiene quella valigetta? Che segreto nasconde la vecchia con le ciabatte? Perché quella porta è aperta? Riusciranno gli eroi a portare a termine la loro missione?
Le risposte ad alcune domande, come l’ultima che ho posto come esempio, possono  essere perfino ovvie: la risposta è scontata eppure il lettore vuole vedere, vuole accertarsi, vuole scoprire in che modo aveva ragione. È ovvio che, ne “Il Signore degli anelli”, alla fine il bene vada a trionfare sul male. Quello che Tolkien offre al lettore, è la storia del “come”.

Personalmente, mi piacciono gli incipit diretti, che introducano senza troppi giri di walzer e parole il lettore nella narrazione. Esempio per eccellenza, progenitore del romanzo come lo conosciamo, “I promessi sposi” del maestro Manzoni inizia con una bella sventagliata descrittiva, per farci capire subito con chi abbiamo a che fare, che ci cala nel contesto. Finita quella, ecco che quel volpone di Alessandro ci presenta subito don Abbondio (qui vorrei sproloquiare per dieci pagine sul perché secondo il sottoscritto sia lui, non Renzo e Lucia, il vero protagonista de “I promessi sposi”, ma vi risparmio).
E senza che ce ne rendiamo conto, ecco schiudersi il germe di almeno tre domande:
-chi è questo don Rodrigo così temuto?
-perché non vuole che si sposino quei due poveracci?
-come si divincolerà dalla faccenda il pretacchione?
E così via. Lo spirito dell’intera opera è già racchiuso lì, nell’incontro tra don Abbondio e i bravi su quel tratto di strada costeggiato da un muretto, ma noi seguiremo a leggere, per rispondere a quelle domande e porcene altre.
Credo che questo valga per tutti i romanzi, i racconti, i discorsi, i saggi, i dialoghi e pure e soprattutto le lezioni universitarie.

Per riassumere tutto in una parola: curiosità.
Ovviamente, meglio se accompagnata da un bello stile, fresco e scorrevole, e soprattutto da una grammatica impeccabile.

Questi non sono -ovviamente- criteri infallibili: come può capitare che due persone non si piacciano nonostante una presentazione educata e cordiale, così anche un bravo scrittore, nonostante un incipit scritto con sudore e sangue, può vedersi sbattere la copertina in faccia.

Spaghetti Western: Chi è senza peccato…

L’ottavo capitolo della saga è ora online su The Incipit!

Il cowboy che dice di essere in missione per conto del Signore e il suo inseparabile leccacul… compagno, sono in attesa di un’impiccagione: la loro.
Ma se le vie del Signore sono infinite, la pazienza del Reverendo no.
Venite a vedere un po’ di botte da orbi, giacché quelli che prima ci vedevano, ora sono ciechi.
Ora e subito, Spaghetti Western!

clint

C. Eastwood