Il vento a Sommacima

Un piccolo racconto, con cui partecipo a una sfida tra scrittori. Così, per gioco, in palio c’è la gloria e una pacca sulle spalle…

Buona lettura!

La corriera s’inerpicava adagio lungo la stretta stradina, costringendo ad articolate manovre le rare vetture che venivano dalla parte opposta, e quelle che la seguivano ad un’attesa snervante.
Con la testa appoggiata al finestrino polveroso, Marcello osservava la scatola di latta in cui aveva ammonticchiato la sua esistenza, senza decidersi ad aprirla.
Ne conosceva il contenuto a memoria: alcune vecchie foto, un sasso rotondo raccolto sulle rive del lago, la copia del suo primo contratto di edizione. Ma soprattutto lettere di lei.
Lei che lo aveva seguito ovunque, da quando scarabocchiava trame sui margini dei libri di scuola a quando aveva pubblicato La furia dei miti, romanzo che lo aveva consacrato elevandolo al rango di scrittore di fama internazionale. Gentile, discreta, innamorata di uno che amava solo sé stesso.
Lo sbuffo improvviso della frizione lo strappò con violenza dall’universo dei suoi pensieri.
Un vecchio cartello di legno ondeggiava senza sosta, Benvenuti a Sommacima.
Il vento lo aggredì graffiandolo, non appena mise piede fuori dalla corriera. Se l’era quasi dimenticato, il vento di lassù: impetuoso, impietoso, imperituro.
S’insinuava tra le pieghe dei vestiti, sfiorandoti con dita gelide, e lasciandoti con la spiacevole sensazione di essere stato violato.
Il vento, a Sommacima, si porta sempre via un pezzetto di te.
Un sentiero si diramava dalla strada principale, procedeva oltre il cartello e tagliava a metà malinconici campi di zucche mature. Oltre di essi sorgeva un bosco, già spogliato dalle carezze dell’autunno, oltre il bosco, le case di pietra.
Un bambino saltava di zucca in zucca, ridacchiando, sembrava uno spiritello.
– Scendi, scendi – gridava una bimba, che lo rincorreva reggendo la gonna del vestitino azzurro, i capelli lunghissimi scompigliati dalla brezza.
– Marcello scendi, aspettami!
Una vecchia cornacchia gracchiò, facendolo sobbalzare. Quando riprese il cammino, i bambini non c’erano più.
I ricordi sono così, si animano per un’inezia e si dissolvono altrettanto velocemente.
Si tuffò nelle vie deserte, coperte di muschio e levigate dal tempo. La memoria le ripopolò di suoni, odori, volti, che credeva invece di aver dimenticato.
Sotto un arco di pietra, una giovane coppia si scambiò un bacio fugace, poi lei scappò tra la folla, ridendo.
Oltre le case, c’era un’altura. Uno sperone di roccia, proteso su un dirupo, scuro abisso dove violento scorreva l’Orco. Non avrebbe saputo trovare un nome migliore per un fiume come quello.
Non scorreva, si avventava; non gorgogliava, piuttosto ruggiva, borbottava, imprecava ad ogni ostacolo. Schiumava come avesse la rabbia.
Avvinghiato alla roccia con insana tenacia, cresceva un sicomoro. Sotto di esso, una donna piangeva.
Quando raggiunse la cima, lei non c’era più.
Aprì la scatola, strinse tra le mani la sua ultima lettera.
Bagnò di lacrime la parola addio, poi la gettò con le altre alla furia del vento
E con esse, si gettò anche lui.
Il vento, a Sommacima, si porta sempre via un pezzetto di te.

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