Il Condominio – Parte VII

Un condominio pieno di sospettati, un’investigatore privato sarcastico, un caso spinoso, un brutto errore ortografico nascosto in questa frase. Cosa potreste volere di più?
La settima puntata di Burton PI (Povero Idiota), sempre più vicini alla conclusione.
Buona lettura
F.
– Ora capisco perché non ti cerca nessuno. Li tratti tutti così i tuoi clienti? – Totò mi osserva riflesso nello specchio sopra il lavandino, mentre cerco di lavar via il sangue di quel bastardo.
– Sai benissimo che non mi piacciono quelli come lui.
– I cattolici?
– I pedofili.
Torno nello studio, dove quel sacco di merda è ancora per terra, privo di sensi.
Forse è il caso di dare un’occhiata in giro.
– Intendi abbandonare il caso? – domanda Totò, mentre frugo nei cassetti di un vecchio mobile.
– Neanche per sogno. Ormai mi ha pagato, il fatto che io stesso abbia voglia di ucciderlo è irrilevante.
Qui non c’è niente. Mi siedo alla scrivania e forzo un cassetto chiuso a chiave. Ci sono altri mille euro e una pistola, prendo gli uni e l’altra. Esploro il fondo con la mano, toccando quello che dev’essere un cd. Lo tiro fuori e lo sfilo dalla busta di plastica trasparente che lo protegge. Lo ficco nel portatile di Tachis e sto a guardare il mouse che si trasforma in una piccola clessidra.
Pare che serva una password, per vederne il contenuto. Guardo il mio cliente, dormirà ancora per un paio d’ore, come minimo, ma non ho tutto questo tempo. Che password potrebbe mettere un idiota?
Con un piede lo faccio rotolare fino a mandarlo con la pancia per terra. Gli sfilo il portafogli e quindi i documenti. Gregorio Tachis, 16/10/1971.
– Tanti auguri di buon compleanno, pezzo di merda – dico guardando il giorno di nascita, ma temo che gli sarà difficile spegnere candele per il resto della vita. Poi gli lancio il portafogli, torno al computer e digito la data.
Password corretta, oltre che pedofilo è pure coglione.
Il cd contiene solo fotografie. Non faccio fatica a immaginare di cosa si tratta, ma sono costretto a verificare. Alla terza foto ho la nausea, spengo e vado a pisciare.
– Cosa intendi fare adesso – mi domanda Totò, mentre mi accerto che anche le ultime gocce abbiano colpito il bersaglio.
– C’è ancora uno stronzo che galleggia, nella tazza. Penso che andrò a pestare anche lui.
Se l’uomo nel video che mi è stato consegnato stamattina era certamente Gregorio Tachis, solo un’altra persona poteva trovarsi dietro la telecamera.

La luce rossa, fuori dall’appartamento numero 6, è spenta. Mi affaccio all’interno, il personale è in pausa.
Blocco un tizio con due caffè bollenti in mano e gli chiedo dov’è Fausto Sebaci. Quello mi indica lo stanzino dove mi ha accolto la prima volta, la porta è chiusa.
– Grazie del caffè – dico, prendendo un bicchiere e mandandolo giù di colpo.
Era davvero bollente, mi sono ustionato tutta la lingua. Il ragazzo mi manda a cagare e va a prepararne un altro. Busso alla porta come ho fatto con Tachis, con mani e piedi, ma ho l’impressione che con quel grassone maniaco di Sebaci sarà tutto ancora più piacevole. Appena la porta si apre, parto col destro.
Un giovane gracile con l’aria da ragioniere, pantaloni di velluto marrone, camicia bianca e bretelle rosse, va prontamente al tappeto. Gli occhiali gli saltano giù dal naso e gli occhi gli si ribaltano, mentre mi rendo conto dell’errore.
– Che cazzo fai – domanda una voce unta come il suo proprietario, dall’altro lato di un tavolino pieghevole.
– Mi fcufi fignor Febafi, ho fbagliafo peffona. Adeffo fiftemo fuffo.
– Cosa? –
Maledetto caffè bollente. Ora cerco di tradurglielo in modo che possa capire.
L’intero cast de Quel porco del vicino si volta quando sparo quella palla di lardo del regista fuori dal suo studio. Qualcuno mi ferma al quinto cazzotto, quando ormai la sua faccia sembra un dettaglio del Guernica di Picasso. Anche quello l’ho visto in un documentario.
– Che cazzo ci fai qui Frank?
Sarah mi guarda, nuda come quando è venuta al mondo. Allora è questo il famoso ingaggio.
Tento per dieci minuti buoni di spiegargli la cosa, poi rinuncio e attendo che la mia lingua riprenda a funzionare.
– Ti spiacerebbe coprirti – le chiedo, dopo aver ripreso a parlare in modo comprensibile – così ti prendi un accidenti.
Lei si guarda intorno, afferra una sciarpa e se la avvolge intorno al collo.
– Contento adesso?
– Non è proprio quello che avevo in mente.
Siede con le gambe accavallate su un bracciolo del divano e mi fissa con disappunto. Io invece lancio noccioline e tento di prenderle al volo con la bocca.
– Così sarebbe questo l’ingaggio di cui mi parlavi .
Canestro, folla in delirio.
– Non fare il moralista. Il compenso è buono, anche se in nero, e lo prendo tutto.
In quell’istante passa l’attore africano dell’altro giorno, addosso ha solo una vestaglia che più che un vedo non vedo è un vedo anche troppo. Non posso fare a meno di cogliere un doppio senso nelle parole di Sarah, così violento che mi fa andare di traverso un’arachide.
– Sto lavorando Frank, non ho tempo per le tue stronzate. Se pensi di potermi trascinare via, sbagli di grosso.
– Sarah, non me ne frega nulla di cosa fai o ti fai fare qui dentro, non sono qui per te. Nella migliore delle ipotesi il tuo regista lavora per un pedofilo che qualcuno sta cercando di ammazzare. Certo, se non lo ammazzo prima io.
Mi alzo e raggiungo Fausto Sebaci, seduto su una sedia con una fetta di carne cruda sull’occhio.
– E’ l’ultima signor Sebaci – gli dice l’assistente – cerchi di non mangiarsi anche questa.
Disgustoso. Appena mi vede, per poco non cade dalla sedia.
– Stia pure comodo – dico, prendendo posto su uno sgabello a fianco a lui – voglio solo farle qualche domanda.
Più che il porno, avrebbe dovuto fare il cantante lirico: mai visto nessuno cantare così.
– Io ci mettevo solo la parte tecnica. A me di quelle porcate non frega un cazzo, ma i soldi erano buoni. Lui ogni tanto arrivava con uno o due… attori e via, mettevamo su un film. Mai toccati neanche con un dito, io.
Curioso, più canta e più mi viene voglia di suonargliele.
– Voglio un nome.
– Alina Kudrova – balbetta lui, poi con la lingua lecca un rivolo di sangue che la carne cruda ha fatto colare sui suoi baffi unti – è lei che trova gli attori per Tachis.
Non stento a crederlo. Quale bambino seguirebbe mai quello gnomo pelato di Tachis o peggio, lo schifo d’uomo che ho davanti adesso?
Ma lei… Ah, lei!
Salgo le scale due alla volta e busso con forza, al punto che il numero 7 attaccato sulla porta al terzo colpo si stacca e cade. Le tempie mi pulsano e mi accorgo che involontariamente le mani si sono serrate nei pugni. Non vorrei essere in lei, quando aprirà questa porta.
Ah, lei!
Un odore di pesche mature accompagna il cigolio dei cardini, mentre quella divinità del sesso a pagamento prende forma davanti ai miei occhi.
I pugni si schiudono, il sangue smette di martellare le tempie ed affluisce più in basso.
Indossa una vestaglia di seta bianca, i capelli sono raccolti in una coda, gli occhi mi trafiggono da parte a parte. Ai piedi, un paio di scarpe con il tacco sottile.
Maledette puttane d’alto borgo.
L’odore si fa così violento che per poco non mi dimentico cosa ci sono venuto a fare, quassù.
Lei sorride senza dire nulla: non sembra affatto sorpresa di vedermi. Si avvicina e mi poggia una mano sulla spalla, poi mi bacia vicino alla bocca. Sento le gambe cedere sotto l’influsso del suo incantesimo.
Cerco di mantenere il controllo facendo pensieri spiacevoli.
Gattini, gattini morti. Niente.
Il prezzo della benzina in aumento. Niente.
La nonna di Totò nuda. Quasi, ma niente.
Allora ripenso a quel maledetto cd e alla cassetta.
La afferro per i capelli e la faccio accomodare senza troppi complimenti sul divano.
Mi pulisco la guancia dal rossetto, con il dorso della mano.
Mentre mi fissa incredula i suoi occhi cominciano a riempirsi di lacrime, il petto sussulta piano, poi sempre più forte. Chissà perché, me lo aspettavo.
– Basta cazzate – grido.
Lei smette all’istante di piangere, riacquista tutta la sua sicurezza e si raddrizza, sfidandomi con gli occhi.
– Sei sveglio – dice.
– Già, anche se ci speravo che fosse un sogno. Sai perché sono qui?
Annuisce, senza scomporsi.
– Vuota il sacco allora.
– Fottiti.
Nonostante i miei sforzi, non posso fare a meno di trovare tutta questa situazione estremamente eccitante.
– Forse non hai capito bene. Sei nei guai, tesoro.
In tutta risposta, si lascia sfuggire una risata agghiacciante, come gesso che stride su una lavagna.
– Questa è casa mia, ricordi? – dice – Qui non sono io quella che deve preoccuparsi.
Prima che possa accorgermene, estrae una pistola e me la punta contro. Ma dove cazzo ce l’aveva, la pistola?
Cinque minuti più tardi mi ritrovo ammanettato a un termosifone.
Nella prossima puntata: la Conclusione!
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