Dialoghi del terzo tipo: CORELLA
Pubblicato il 26 novembre 2013 Lascia un commento
Giòrg [entra nel cono di luce gialla del lampione]: l’hai portato?
Uìlbur [si volta di scatto, spaventato]: diavolo, Giòrg! Per poco non mi fai venire un maledetto infarto.
Giòrg: smettila di frignare e rispondi! Ce l’hai?
Uìlbur: sì, sì ce l’ho. È qua vedi? [sventola una grossa busta di carta gialla]
Giòrg: sta’ fermo, scimunito! Anche i muri hanno gli occhi.
Uìlbur: le orecchie.
Giòrg: cosa?
Uilbur: si dice “anche i muri hanno le orecchie”. Non gli occhi.
Giòrg: mi prendi per il culo?
Uìlbur: è una domanda retorica?
Giòrg [strappa la busta dalle mani di Uìlbur e inizia a menargliela sulla testa]: sì, e queste sono sberle retoriche, eh!
Uìlbur: ho capito, ho capito, smettila. CRIBBIO HO CAPITO!
Giòrg [si placa]: è roba buona almeno?
[Uìlbur estrae il pacchetto di sigarette da una tasca dell’impermeabile nero, ne accende una]
Giòrg: allora?!
Uìlbur [cerca di fare un anello di fumo, ma non ci riesce]: Che impazienza, cercavo solo di creare un po’ di tensione! Roba buona, roba buona, non so se è roba buona. La soffiata mi è arrivata dalla Rossa, lo sai che quella ha un gran bel fiuto.
Giòrg [guardando per aria con fare sognante]: eh sì, gran bel fiuto…
Uìlbur: Giòrg?
Giòrg: scusa, eccomi. Dicevamo?
Uìlbur: che dev’essere roba buona.
Giòrg: di sicuro.
Uìlbur [si curva in avanti, scrutandosi intorno con circospezione]: la apriamo?
Giòrg: Sicuro.
[Con un coltellino taglia un lato della busta, ne fa scivolare il contenuto nella mano aperta]
Uìlbur e Giòrg: porca troia.
[La copertina lucida del libro riflette la luce smorta del lampione, il titolo risplende scarlatto: CORELLA]
Uìlbur: dev’essere roba buona.
[Giòrg lo apre e ne annusa le pagine]: un bel libro. Finalmente.
Uìlbur: leggiamolo! Leggiamolo subito.
Giòrg: no, qui non è sicuro. Di qua. [sparisce nel buio, fuori dal cono di luce, Uìlbur lo segue]
Casomai questo non vi avesse incuriosito abbastanza, casomai foste scettici, casomai non aveste capito ciò di cui sto parlando ecco: siete pronti! A breve su questi schermi parlerò di “Corella” il libro di Federica Soprani, autrice esordiente come tanti, ma di talento come pochi.
Se invece foste già curiosi abbastanza da voler sapere ora e subito, ecco vi mando qua, perché sono pigro.
L’attesa è finita, leggete in pace.
Pubblicato il 14 novembre 2013 Lascia un commento
Il vecchio West quando non era ancora vecchio:
Spaghetti western torna col revolver carico di colpi di scena.
Leggi e scegli i futuri sviluppi della faccenda (che qui pare mettersi piuttosto male) facendo il login* su The Incipit.
Ma se hai il dito pigro, allora clicca semplicemente
qua
*anche via Facebook o Google+.
Nenia
Pubblicato il 31 ottobre 2013 Lascia un commento
Mostri che vivono dentro gli specchi,
belve in agguato al disotto dei letti;
ombre che l’ombra rendono più densa,
streghe che ballano lugubre danza;
spiriti dentro al camino sopiti,
feticci di pezza dagli occhi cuciti;
spaventapasseri che ondeggiano al vento
dal campo levando un triste lamento;
corvi gracchianti dai rami ritorti:
questa è la notte in cui vivono i morti!
Perduti – voodoo e altre robe strane.
Pubblicato il 25 ottobre 2013 Lascia un commento
Riuscite a immaginare un posto dove il tempo non ha importanza? Un posto sospeso in un chiarore eterno, dove il bianco latteo di un’alba che non giunge mai riverbera sulla superficie degli acquitrini e sulle nuvole perlacee, a volte sospese come un tappeto lucente, a volte basse nella più densa delle nebbie, riuscite?
Riuscite a vedere gli alberi e le piante emergere dall’acqua nera, lentissimamente protendendosi, come per fuggire dall’abbraccio fluido e indolente della palude? E tra gli alberi e l’acqua non scorgete forse una vecchia stamberga, legno putrescente su legno putrescente; una vecchia veranda con una vecchia sedia a dondolo e acchiappasogni di piume e di ossa che oscillano anche in assenza di vento?
Se ci riuscite: benvenuti.
Mama Bo dormiva. Dormiva sempre.
Il suo io corpulento e anziano, così spesso violentato dalle visioni, riposava su una branda al piano di sopra. Sulla sedia a dondolo Mojo sfogliava il solito album di fotografie, da cui erano state tagliate tutte le facce. Era un bambino esile e sgraziato, pallido come un morto che prima di morire non ha mai visto un singolo raggio di sole; uno scheletro rivestito di pelle, magro che sotto le costole si poteva indovinare la posizione di ogni viscere, tanto più che a parte uno straccio a coprirgli i lombi non indossava vestiti. Quando balzai sulle assi fradice facendole scricchiolare, volse il cranio calvo e inarcò il più possibile le labbra cucite in quello che intendeva essere un sorriso. La bocca glie l’aveva chiusa Ma’ Bo un giorno che era di cattivo umore, con un grosso ago e del filo di ferro. Diceva che era per il suo bene, per il bene di tutti.
Non so come darle torto.
“Ho belle novità. Dov’è Dolly?” domandai e quello mi rispose indicando l’interno. Mi avvicinai alla finestra, cercando di scrutare oltre la zanzariera opaca di ruggine, anche se non si sono mai viste zanzare da queste parti. Lei era lì, seduta sul vasto tappeto, il viso di porcellana e il vestitino grigio col merletto, i capelli sempre ordinati raccolti in una coda nera e lucida; intagliava omini di carta canticchiando a bassa voce.
Picchiettai sulla zanzariera e lei sussultò, ferendosi una mano con le forbici.
“Sei matto, Voodoo. Guarda cosa mi hai fatto fare” si lagnò, mostrandomi una manina. Sul palmo s’apriva un brutto squarcio, ma non una goccia di sangue lambiva gli orli della ferita.
“Smetti di piagnucolare e vieni fuori, ne ho trovato uno.”
“Sei andato di nuovo in giro per la palude? Ma’ Bo si arrabbierà moltissimo.”
“Se nessuno farà la spia, Ma’ Bo non verrà neanche a saperlo. Dai andiamo.”
Ci pensò un istante, poi si mise in piedi e aggiustate le pieghe del vestito trotterellò all’esterno.
Anche Mojo era scivolato giù dalla sedia, silenzioso, e s’era avvicinato per ascoltare.
“Dove?” mi chiese Dolly.
Mi scappò un sorriso feroce quando dissi “Vicino agli alberi del sangue”.
“Lo dico a Ma’ Bo!” strillò Dolly, arrabbiata e impaurita, ma non fece in tempo a proseguire perché le tappai la bocca.
“Suvvia, suvvia, non vuoi vederlo anche tu? Il risveglio di un Perduto non capita tutti i giorni. Ti prometto che saremo di ritorno prima che Ma’ Bo si accorga di nulla.”
“E mi terrai la mano?”
“E ti terrò la mano.”
Prendemmo in prestito la zattera di Ma’ Bo.
Dolly stava seduta al centro mentre con due lunghi bastoni Mojo e io ci spingevamo avanti, a destra e a sinistra, evitando gli ostacoli che affioravano dalle acque senza memoria della palude. Era una giornata limpida, le nuvole erano piuttosto alte, così che potevamo vedere lontano attraverso l’intrecciarsi di tronchi contorti, liane e radici. Eravamo molto eccitati: ci era già successo di vedere dei Perduti che vagavano per la palude, o che per caso capitavano a casa di Ma’ Bo, ma non avevamo mai assistito al primo risveglio di uno di essi. Speravo solo di fare in tempo.
Giungemmo in un punto in cui l’acqua si faceva meno profonda, dove la terra limacciosa color petrolio emergeva in ampie lingue attraverso la vegetazione, e tra l’una e l’altra si formavano pozze stagnanti. Gli alberi qui erano se possibile ancor più deformi, i tronchi rigonfi di bozze cancerose, coperti di funghi dall’odore acre.
Da uno specchio d’acqua affiorava il contorno supino di un uomo. Aveva dei bei tratti morbidi, capelli biondi e lisci. Indossava una divisa logora, sopra la linea del taschino della giubba era ricamato il nome “Brunner”, preceduto dalle iniziali P e A. Stringeva ancora la baionetta con la mano destra, l’elmetto invece galleggiava poco più in là. Ricordo che la maggior parte dei perduti erano soldati, in effetti. Lo osservammo incuriositi per un po’, ché parlare di minuti in quel contesto era ridicolo.
“Quanto ci metterà a svegliarsi, Voodoo?” domandò impaziente Dolly, battendo la scarpetta sul terriccio molle.
“Non so, non ne ho mai visto uno nuovo.” dovetti ammettere.
“Ma io non voglio aspettare tanto” frignò lei.
Allora Mojo lo toccò su un fianco con la punta del bastone. Non successe nulla.
Lo toccò ancora e ancora, poi anche io, tutti e due a stuzzicarlo sghignazzando come demóni, quasi fino a bastonarlo.
“Basta, basta gli fate male!” strillò Dolly, portandosi le mani sugli occhi.
Ci fermammo.
“Ma no, guarda come non sente nulla. Non gli facciamo niente, vero Mojo?”
Mojo annuì lentamente, ma ecco successe: il soldato aprì gli occhi di scatto, come dopo un semplice battito di ciglia, e si mise seduto.
“Dove sono?” chiese.
“Da nessuna parte” risposi secco, un po’ deluso da quel risveglio così privo di teatralità.
“Come sarebbe a dire, da nessuna parte? Eccomi qua, seduto, ecco il mio elmo. Ecco questi tronchi, quest’acqua scura, ecco voi davanti ai miei occhi. Tutto ciò dovrà pur essere da qualche parte.”
Riflettei per qualche secondo, Ma’ Bo era molto più brava di me a spiegare queste cose.
“Il punto è che tu non sei, non più almeno. E quanto a noi, da quel che so, non siamo nemmeno mai stati.”
“Siete spiriti?”
“Dei più tremendi.”
Rimase esitante per un po’ portandosi una mano alla fronte. Lo sguardo degli occhi celesti si perse vacuo in quello che gli rimandava il suo riflesso nell’acqua, nello sforzo di capire, ricordare, immaginare, qualsiasi cosa che potesse essere riconducibile a una volontà e quindi a un io, a un’esistenza.
“Sono morto” disse a un tratto, guardandoci negli occhi uno a uno.
“Non proprio” risposi, anche se quella che aveva pronunciato non era una domanda, ma piuttosto un’affermazione.
“Allora ditemi dov’è il fronte, devo tornare al fronte.”
Fu Mojo, silenzioso, ad allungare il braccio come un lungo ramo bianco e rinsecchito.
Il soldato senza dire più nulla raccolse l’elmo e s’incamminò in quella direzione.
“Laggiù non c’è il fronte” lo rimproverò Dolly quando fummo rimasti soli “hai detto una bugia.”
“E allora?” feci io “a te che ti importa?”
“M’ importa!”
“Dolly ama il soldato” presi a canzonarla, mentre Mojo come un’alga le danzava intorno “Dolly ama il soldato!”
Lei cominciò a piangere, furiosa “Smettila, non è vero, dirò tutto a Ma’ Bo.”
“Tu non le dirai niente invece, oppure ti molliamo qua.”
Rabbiosa si guardò intorno, poi afferrò con entrambe le mani il ramo secco di un vecchio albero.
“Stai ferma, stupida” urlai, ma era troppo tardi.
Il ramo venne via, dagli orli slabbrati della corteccia prese a zampillare la linfa rossa e densa che valse agli alberi del sangue quel nome pittoresco. Ferito, l’albero prese a scricchiolare, come se il legno dal dolore s’andasse impercettibilmente contorcendo; a esso presto s’unirono solidali gli altri, a decine e centinaia, finché l’intera palude prese a risuonare di quel lamento sinistro.
Quando tutto tacque, dopo un silenzio denso come il limo in cui affondavo i piedi, si levò un altro grido, bestiale e frustrato.
“Accidenti Dolly” dissi, pizzicandole un fianco per farle male “hai svegliato Ma’Bo.”