La Ballata di Lando – Cap II: Lando di Contrabbando
Pubblicato il 13 novembre 2014 Lascia un commento
Continuano le peripezie di Lando l’orgoblin, tra draghi, contrabbandieri e uomini-cinghiale.
Qui di seguito potete leggere il secondo capitolo in versione integrale, ma se volete votare e decidere come va avanti la storia, dovete cliccare QUA (Fatelo: così darete al povero Lando un po’ di sana visibilità!)
Un colpo di tosse di Pete il Coniglio dietro di me fece voltare lui e spaventare a morte il sottoscritto.
Zio Lou, così lo conoscevano tutti, era un uomo calvo e grasso, sui sessant’anni, di cui si diceva che fosse forte come un orco, ma non altrettanto amichevole. Sul petto ora nudo cresceva un pelo grigio setoloso.
Vedendomi sorrise, mostrando zanne indegne di un essere umano.
«Ti stavo aspettando» disse, strascicando i piedi mentre veniva nella mia direzione.
Io deglutii così forte che mandai giù anche la lingua.
«Mi hanno parlato molto bene di te. Molto bene. Siediti, vuoi? Siediti.»
E così dicendo indicò la sedia, in verità ancora occupata.
«Sto bene in piedi, grazie.»
Lui fece spallucce, poi proseguì: «Ho sentito dire che sei veloce e che in questi giorni ti sei dato parecchio da fare nel quartiere. Nel mio quartiere.»
Aveva questa inquietante abitudine di ripetere i concetti due volte.
Si voltò, diretto verso una pila di casse ammonticchiate alla rinfusa. Sulla schiena gli cresceva una specie di criniera, una striscia villosa larga circa due centimetri e lunga dalla nuca fino al sedere che ben completava quella sua aria da cinghiale sudato.
Depose con delicatezza l’arma e dalla cassa estrasse una bottiglia contenente un liquido torbido, che tracannò avidamente dopo averne estratto il tappo con i denti.
Poi la passò a me e ordinò: «bevi.»
Aveva l’odore dello zolfo e se mai avessi assaggiato lo zolfo prima d’allora avrei detto che ne aveva anche il sapore. Mi disintegrò completamente le budella, come trangugiare una manciata di chiodi roventi.
«Distillato di fegato di drago» spiegò Zio Lou «una rarità. Un’autentica rarità, almeno da quando i maledetti ambientalisti hanno deciso che i draghi non sono bestie schifose ma “specie a rischio d’estinzione”. A rischio d’estinzione, capisci?»
Sputò in terra sdegnato e la saliva densa impattò il suolo con l’effetto di un petardo.
«Ma parliamo d’affari, vuoi? Parliamo.»
Quando uno come Zio Lou diceva “parliamo” ovviamente intendeva che lui avrebbe parlato e tu avresti ascoltato e condiviso tutto quello che aveva da dire. Così accadde che senza sapere bene come mi ritrovai coinvolto nel giro del contrabbando.
Era un lavoro semplice tutto sommato e a ben pensarci anche meno rischioso dello scippo tradizionale. Dovevo soltanto recuperare le ampolle di concentrato di olio di fegato di drago alla periferia della città e farle arrivare alla distilleria di Zio Lou. I cacciatori di draghi da cui mi rifornivo erano tipi taciturni e a me andava bene così: niente domande, niente problemi.
Finché, ovviamente, un bel giorno qualcosa andò storto.
Il luogo dove ero solito incontrare i cacciatori era un vicolo sudicio nei pressi del mercato settentrionale, attraversato perennemente al suo centro da un rivolo maleodorante di liquami dei quali la calura estiva (ormai erano passati mesi da quando avevo cominciato a lavorare per lo Zio Lou) amplificava i miasmi, che si levavano in continue e nauseabonde zaffate. Potete immaginare dunque quanto ardentemente desiderassi che gli scambi si concludessero in fretta, per rimanere il meno possibile in quel tunnel degli odori.
E di norma, davvero lo scambio si concludeva in un batter d’occhio, o meglio di spalla: individuato il mio uomo, vi andavo quasi per caso a sbattere contro, facendo scivolare con l’abilità di un prestigiatore l’ampolla che quello mi sporgeva nella mia sacca e il denaro nella sua.
Quel giorno però non avvenne nulla di tutto ciò. Attesi il mio gancio, tra conati irresistibili, per oltre un’ora, finché risolsi che era meglio tornare sui miei passi e affrontare la rabbia cinghialesca di Zio Lou piuttosto che passare ancora un solo minuto in quel tetro merdaio.
A ritroso dunque passai per il mercato, dove gli strilloni già tacevano e i commercianti avevano cominciato a riporre le loro cianfrusaglie, così da lasciar libero il gigantesco piazzale prima che calasse il buio e con esso il coprifuoco; da lì sgattaiolai lungo la via del Piacere, le cui professioniste imbellettate resistevano stoiche agli schiaffi del caldo; ancora svoltai nel Vicolo dei Cocci, per poi sboccare e proseguire indisturbato lungo la via Prona, che docilmente declinava, in un carosello di straccioni, mendicanti e farabutti, verso la massa scura del mare là in fondo.
Che qualcosa non andava lo capii già a due isolati di distanza dalla distilleria clandestina di Zio Lou.
Le sue urla suine rintronavano sulle vecchie pareti di mattoni degli edifici del distretto del porto, incuranti dei rischi quanto della decenza: gran parte delle innumerevoli invettive con cui atterrisco i miei avversari nelle tradizionali competizioni – di cui poi avremo modo di parlare – le appresi proprio quel giorno.
Entrai piano, con la leggiadria che mi contraddistingue, e scivolai dietro una cassa di bottiglie vuote al riparo, così speravo, dalla frustrazione omicida di Zio Lou.
La Ballata di Lando – Cap I
Pubblicato il 11 novembre 2014 Lascia un commento
Torno, in un impeto di ispirazione, a imbrattare le pagine virtuali di TheIncipit con un racconto comico-fantastico dal titolo “La Ballata di Lando”. Lo riporto anche qui di seguito.
Per votare e decidere come andrà a finire, invece, dovete cliccare QUI.
Quando hai assistito al trapasso di tuo padre per mano di un orco, il quale dopo averlo afferrato per il collo ne ha fatto volare via la testa come un tappo di spumante, non è che puoi venir su tanto bene.
Se poi aggiungi che l’orco in questione è tua madre, ecco hai materiale per le discussioni di tutti gli strizzacervelli del regno da qui fino alla fine dei tempi.
Così ritengo che sia normale che io sia ciò che sono e che la mia storia sia andata in un certo modo, piuttosto che in un altro.
Ma andiamo con ordine e cominciamo dalla prima parte dell’affermazione, ovvero cosa sono io: il mio nome è Lando e sono un orgoblin.
Non state lì a scervellarvi, non troverete quelli della mia specie sulle enciclopedie o le storiografie, anche perché, per quanto ne so, della mia specie sono l’unico.
Proprio così, mezzo orco e mezzo goblin.
I miei si conobbero durante il saccheggio di Kelm, nelle regioni orientali, e il loro amore durò abbastanza da lasciare una traccia tangibile nelle mutande del mondo: me.
Ma orchi e goblin, è risaputo, non son fatti per stare troppo vicini tra loro; a dire il vero non son fatti per stare vicini a nessuno. Così mi ritrovai presto orfano di padre, come ho appena finito di raccontare.
Fisicamente direi che ho preso proprio da papà, non essendo io diverso da un goblin qualsiasi, forse appena un poco più robusto; motivo per cui mia madre si accorse a mala pena di avermi dato alla luce, giusto un momento prima di tirare lo sciacquone.
Quanto alla mia storia, la si potrebbe riassumere in poche righe, ma allora questa ballata non avrebbe alcun senso.
Così credo sia proprio il caso prenderla larga e di mettersi comodi, ché andrà per le lunghe.
Ma non sarà affatto noioso.
Parola di orgoblin.
All’età di dodici anni persi mia madre, nel vero senso della parola, in quella che le cronache del tempo riportano col nome de “La Grande Mattanza”: i saldi generali del mercato di Pianalunga, dove si narra siano avvenute atrocità mai perpetrate prima, neppure durante le guerre più cruente.
Mi voltai un attimo e lei era sparita.
Da allora dovetti arrangiarmi da solo, dove per “arrangiarmi” intendo “rubare”.
Avevo un certo talento, a dire il vero, eredità della famiglia di papà: lui stesso era un tagliaborse, come mio nonno prima di lui. I suoi otto fratelli erano anch’essi banditi affermati, specializzati ciascuno in un ramo diverso del settore. Mio zio Rufus, per esempio, specializzato in razzie, fu il primo a usare la catapulta per lanciarsi oltre le mura dei castelli fortificati. Fu anche l’ultimo, in effetti.
Quanto a me, preferivo il borseggio tradizionale: mi piaceva il rapporto diretto col cliente. Senza contare che avevo mani così delicate che sarebbe stato un peccato non farle fruttare.
Ricordo bene che una volta offrii a un tizio che aveva starnutito il suo stesso fazzoletto di seta.
Ero bravo, insomma, abbastanza bravo da farmi notare nell’ambiente.
Accadde una sera d’inverno, il mio ventesimo per l’esattezza. Mi ero da poco stabilito a Catona, una delle città più prosperose, popolose e pericolose del mondo conosciuto, la cui abbondanza di commercianti e turisti era per me fonte inesauribile di ispirazione. La mia giornata lavorativa si era da poco conclusa e mi accingevo a consumarne i frutti al Verro Danzante, una locanda a dir poco pittoresca situata nei pressi del porto.
A pochi passi dalla meta, fui però raggiunto e fermato da due brutti ceffi.
Il brutto ceffo numero uno era un uomo alto, col labbro leporino, che in un ambiente di gentiluomini quale quello di cui stiamo discutendo non poteva che essere conosciuto col nomignolo di Pete il Coniglio.
Il brutto ceffo numero due lo chiamavano Mastro Panza, e con ciò spero di potermi risparmiare ulteriori spiegazioni.
«Fei tu Lando?» mi chiese Pete il Coniglio.
«Dipende chi vuole saperlo.»
Mastro Panza mi diede un pugno nello stomaco.
«Riproviamo» riprese «Pete Fei tu Lando?»
«Fì, fono io.»
Ora fu Pete il Coniglio a darmene uno. Fu così che quel giorno imparai che i brutti ceffi non hanno il senso dell’umorismo.
«C’è un amico che vuole vederti» proseguì «feguici.»
E io: «Fubito.»
D’accordo, forse non lo imparai proprio quel giorno.
Fui scortato lungo un vicolo buio ed umido, fino all’entrata di uno dei magazzini del porto; con un cenno del capo Mastro Panza mi fece capire che dovevo entrare.
Era un vecchio deposito di reti e cordami, in cui il lezzo di pesce e salsedine si mescolava a un vago sentore di liquore di contrabbando. Era più grande di quel che sembrava da fuori: le innumerevoli casse e i rotoli immensi di corda per gli ormeggi erano stati addossati alle pareti, lasciando al centro uno spiazzo abbastanza grande, dal fondo di terra, illuminato da lanterne a olio così fuligginose che più che luce facevano buio. Al centro di questo spiazzo c’era una sedia, legato alla sedia c’era quel che restava di un uomo. Di spalle, con una mazza grondante sangue stretta nella mano destra, c’era lui.
…
Appuntamenti della settimana:
Pubblicato il 6 novembre 2014 Lascia un commento
Si ricorda alla gentile scriventela che il giorno 8 novembre, presso i locali della Cooperativa Sociale Johar, si terrà l’incontro gratuito di prova del Laboratorio di Scrittura Creativa.
In via eccezionale, questo sabato il laboratorio comincerà alle ore 19.30 e durerà un’ora.
(Stasera, domani e sabato invece, dalle 18.30 alle 19.00, sarò a Paratissima con il Duo Di e tutta la truppa del Balconcino!)
Il Drago di Carta a Paratissima
Pubblicato il 4 novembre 2014 Lascia un commento
i giorni 6-7-8 novembre 2014
alle ore 18.30
A Torino Esposizioni durante una delle manifestazioni più importanti di Torino, Paratissima.
Insieme con tutta la banda del Concertino dal Balconcino, a braccetto con l’inseparabile Duo Di, ci sarà anche Il Drago di Carta e con lui anche io, a dire sciocchezze inconcepibili e amenità inenarrabili durante la trasmissione di Radio Citofono.
Se ci siete, siateci!