La Ballata di Lando – Cap II: Lando di Contrabbando

Continuano le peripezie di Lando l’orgoblin, tra draghi, contrabbandieri e uomini-cinghiale.
Qui  di seguito potete leggere il secondo capitolo in versione integrale, ma se volete votare e decidere come va avanti la storia, dovete cliccare QUA (Fatelo: così darete al povero Lando un po’ di sana visibilità!)

Un colpo di tosse di Pete il Coniglio dietro di me fece voltare lui e spaventare a morte il sottoscritto.
Zio Lou, così lo conoscevano tutti, era un uomo calvo e grasso, sui sessant’anni, di cui si diceva che fosse forte come un orco, ma non altrettanto amichevole. Sul petto ora nudo cresceva un pelo grigio setoloso.
Vedendomi sorrise, mostrando zanne indegne di un essere umano.
«Ti stavo aspettando» disse, strascicando i piedi mentre veniva nella mia direzione.
Io deglutii così forte che mandai giù anche la lingua.
«Mi hanno parlato molto bene di te. Molto bene. Siediti, vuoi? Siediti.»
E così dicendo indicò la sedia, in verità ancora occupata.
«Sto bene in piedi, grazie.»
Lui fece spallucce, poi proseguì: «Ho sentito dire che sei veloce e che in questi giorni ti sei dato parecchio da fare nel quartiere. Nel mio quartiere.»
Aveva questa inquietante abitudine di ripetere i concetti due volte.
Si voltò, diretto verso una pila di casse ammonticchiate alla rinfusa. Sulla schiena gli cresceva una specie di criniera, una striscia villosa larga circa due centimetri e lunga dalla nuca fino al sedere che ben completava quella sua aria da cinghiale sudato.
Depose con delicatezza l’arma e dalla cassa estrasse una bottiglia contenente un liquido torbido, che tracannò avidamente dopo averne estratto il tappo con i denti.
Poi la passò a me e ordinò: «bevi.»
Aveva l’odore dello zolfo e se mai avessi assaggiato lo zolfo prima d’allora avrei detto che ne aveva anche il sapore. Mi disintegrò completamente le budella, come trangugiare una manciata di chiodi roventi.
«Distillato di fegato di drago» spiegò Zio Lou «una rarità. Un’autentica rarità, almeno da quando i maledetti ambientalisti hanno deciso che i draghi non sono bestie schifose ma “specie a rischio d’estinzione”. A rischio d’estinzione, capisci?»
Sputò in terra sdegnato e la saliva densa impattò il suolo con l’effetto di un petardo.
«Ma parliamo d’affari, vuoi? Parliamo.»
Quando uno come Zio Lou diceva “parliamo” ovviamente intendeva che lui avrebbe parlato e tu avresti ascoltato e condiviso tutto quello che aveva da dire. Così accadde che senza sapere bene come mi ritrovai coinvolto nel giro del contrabbando.
Era un lavoro semplice tutto sommato e a ben pensarci anche meno rischioso dello scippo tradizionale. Dovevo soltanto recuperare le ampolle di concentrato di olio di fegato di drago alla periferia della città e farle arrivare alla distilleria di Zio Lou. I cacciatori di draghi da cui mi rifornivo erano tipi taciturni e a me andava bene così: niente domande, niente problemi.
Finché, ovviamente, un bel giorno qualcosa andò storto.
Il luogo dove ero solito incontrare i cacciatori era un vicolo sudicio nei pressi del mercato settentrionale, attraversato perennemente al suo centro da un rivolo maleodorante di liquami dei quali la calura estiva (ormai erano passati mesi da quando avevo cominciato a lavorare per lo Zio Lou) amplificava i miasmi, che si levavano in continue e nauseabonde zaffate. Potete immaginare dunque quanto ardentemente desiderassi che gli scambi si concludessero in fretta, per rimanere il meno possibile in quel tunnel degli odori.
E di norma, davvero lo scambio si concludeva in un batter d’occhio, o meglio di spalla: individuato il mio uomo, vi andavo quasi per caso a sbattere contro, facendo scivolare con l’abilità di un prestigiatore l’ampolla che quello mi sporgeva nella mia sacca e il denaro nella sua.
Quel giorno però non avvenne nulla di tutto ciò. Attesi il mio gancio, tra conati irresistibili, per oltre un’ora, finché risolsi che era meglio tornare sui miei passi e affrontare la rabbia cinghialesca di Zio Lou piuttosto che passare ancora un solo minuto in quel tetro merdaio.
A ritroso dunque passai per il mercato, dove gli strilloni già tacevano e i commercianti avevano cominciato a riporre le loro cianfrusaglie, così da lasciar libero il gigantesco piazzale prima che calasse il buio e con esso il coprifuoco; da lì sgattaiolai lungo la via del Piacere, le cui professioniste imbellettate resistevano stoiche agli schiaffi del caldo; ancora svoltai nel Vicolo dei Cocci, per poi sboccare e proseguire indisturbato lungo la via Prona, che docilmente declinava, in un carosello di straccioni, mendicanti e farabutti, verso la massa scura del mare là in fondo.
Che qualcosa non andava lo capii già a due isolati di distanza dalla distilleria clandestina di Zio Lou.
Le sue urla suine rintronavano sulle vecchie pareti di mattoni degli edifici del distretto del porto, incuranti dei rischi quanto della decenza: gran parte delle innumerevoli invettive con cui atterrisco i miei avversari nelle tradizionali competizioni – di cui poi avremo modo di parlare – le appresi proprio quel giorno.
Entrai piano, con la leggiadria che mi contraddistingue, e scivolai dietro una cassa di bottiglie vuote al riparo, così speravo, dalla frustrazione omicida di Zio Lou.

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