La Ballata di Lando – Cap VII: Quello che non ti aspetti
Pubblicato il 1 febbraio 2015 Lascia un commento
Settimo capitolo, sempre più vicini alla conclusione. Per aiutarmi un poco ad arrivarci, potete cliccare QUA e decidere il seguito di questa ballata!
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Il Regolamento Imperiale numero 756 prevedeva l’applicazione di un rigido protocollo in casi del genere, il Codice di Comportamento in caso di Assalto Dragonesco.
L’articolo 13bis di questo Protocollo sproloquiava pressappoco così:
“Se risulta invero impraticabile di abbattere il Drago coi mezzi tradizionali, sia proceduto come segue:
-Si allerti immantinente il più vicino presidio della Gilda dei Palatini Imperiali, affinché mandino il Campione preposto a confrontarsi colla belva.
-Qualora il Palatino prescelto perisca, sia scelto il secondo, e il terzo, fino ad un massimo di cinque.
-Qualora finanche il quinto campione soccomba, sia scelta una tra le vergini del loco e assicuratala a una pertica sia condotta in un posto sopraelevato come offerta di pace e riconciliazione alla creatura…”
Mi aspettavo dunque, da un momento all’altro, di sentire il suono di un corno e vedere arrivare di gran carriera uno di quegli splendenti campioni che tanto ammiravo quando ero piccino.
Tutti i bambini, di qualsiasi specie fossero, sognavano di fare i paladini (tutti tranne Morris, il mio compagno di banco, un tipo cicciottello che voleva fare l’agente assicurativo). Perfino quando si giocava tra noi figli di orchi s’accendevano zuffe furibonde per chi dovesse impersonare il Paladino.
Capirete dunque quanto rimasi deluso, quando accadde ciò che sto per raccontarvi.
Il drago, dopo quel suo macabro falò, s’era appollaiato sul tetto del palazzo della Guardia Cittadina da dove ora ruggiva la sua sfida mentre io, ancora impigliato alla catena, pendevo come una caccola verdastra lungo la parete. Continuavo a domandarmi quale demonio mi avesse convinto a liberarlo, invece d’accopparlo finché ero in tempo. «Ah già» sbuffai poi, ricordandomene «maledetti schifosissimi elfi.»
Le strade erano deserte, su di esse era calato un silenzio innaturale e una luna piena e rotonda le faceva luccicare come torrenti montani. Uno scalpiccio di zoccoli si levò improvviso come uno scroscio di pioggia, e dall’alto del mio penzolare scorsi un bagliore dorato muoversi lungo le vie desolate. Pregustavo già l’ingresso del Campione di Roccamara, sorteggiato tra gli altri suoi pari per dare alla bestia il benservito. Chissà se avrebbero mandato Baldorn, che si diceva che una volta durante un lungo viaggio, poiché il suo destriero s’era molto affaticato, scese e lo portò a spalle fino a destinazione. O forse avrebbero mandato Àgilo, che aveva salvato oltre cento principesse ma non ne aveva sposata nessuna e la gente cominciava a fare battute. O ancora, avrebbero magari mandato Waldo, che armato solo di un cucchiaio aveva espugnato il castello di Shara-duk.
Ma né Waldo, né Àgilo, né Baldorn, né nessun altro dei famosi paladini che avrebbero potuto trovarsi per caso a Roccamara quel giorno venne a vedersela col drago. Al loro posto arrivò un omino basso e tarchiato, con la testa calva in cima e grosse lenti che gli scivolavano sul naso sudato. L’avevano forse fatto montare in sella a forza, poiché cavalcava rivolto verso il sedere del cavallo, che procedeva nervoso lungo la via principale. Quando lo vide, sorpreso quanto lo ero io, ma forse anche un poco offeso, il drago sibilò irritato.
Il cavallo a quel suono s’arrestò di botto, scagliando il suo cavaliere con tanto di scudo e armatura a quasi sei piedi di distanza.
Con un misto di curiosità e disgusto, il drago lo guardò mentre lui cercava tentoni gli occhiali sul lastrico della piazza, afferrava lo scudo troppo grande per lui e raccoglieva la spada smussata in punta per via della caduta.
«In nome di sua Altezza Serenissima l’Imperatore» disse poi gonfiando il petto «e dell’Ordine Sacro dei Paladini che qui rappresento io, Morris di Vallebruma, ti ordino di andartene o prepararti a morire di spada.»
«Morris» gridai incredulo «sei proprio tu?»
Lo vidi strizzare gli occhi attraverso le lenti spesse, poi sgranarli di colpo.
«Lando? Che diavolo ci fai lassù?»
«È una storia lunga. Tu piuttosto, non volevi fare l’assicuratore?»
«È una storia lunga.»
«Già. Senti, Morris» dissi, un po’ in imbarazzo.
«Sì?»
«Non per offenderti, ma questo bestione ha appena mandato in rotta una guarnigione, fatto esplodere una casa e squagliato una torre come fosse fatta di burro. Sei sicuro di essere in grado…»
«So quello che faccio» mi interruppe risentito, mettendosi in guardia, ma la sua voce tremava come quella di un agnello.
Povero Morris.
Ricorderò per sempre quella volta che mi fece copiare il compito di storia.
Venni a sapere in seguito che come ricompensa del suo servizio, al cospetto di un’Alta Delegazione Imperiale, raccolsero le sue ceneri con un cucchiaino d’oro.
Cacca di Drago: Riapre i battenti il Laboratorio di Scrittura Creativa!
Pubblicato il 28 gennaio 2015 Lascia un commento
IL DRAGO DI CARTA PRESENTA:
“SE UNA SERA D’INVERNO UNO SCRITTORE”
LABORATORIO DI SCRITTURA CREATIVA
“Il Drago di Carta è il foglio bianco, la potenzialità pura, il nulla che racchiude il tutto. È il guardiano delle parole, il custode della creatività, la belva immensa che eternamente lotta con lo scrittore. Sotto le sue ali passano tutte le storie del mondo.”
Il laboratorio offre uno spazio fertile per la creatività e la condivisione delle idee, che vuol essere d’aiuto a chi, per passione, si cimenta o si vuol cimentare contro il Drago. Non un corso quindi, ma un per-corso che attraverso piccole sfide si propone di stimolare la fantasia e superare la paura del foglio bianco. Un laboratorio per parlare di scrittura, ma soprattutto per “fare scrittura”: ogni incontro si svilupperà intorno ad attività pratiche, penna alla mano, perché è solo scrivendo che si impara a scrivere.
Per questa seconda edizione del Laboratorio di Scrittura Creativa, il ciclo di incontri (sei appuntamenti da due ore ciascuno) ruoterà attorno al romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino*, di cui si seguirà il percorso alla scoperta dei vari generi letterari.
Gli incontri si terranno di sabato a partire dal giorno 14 febbraio 2015, ogni dalle 18.30 alle 20.30 circa, presso la Cooperativa Sociale Johar, in via Santa Giulia 42.
Il costo complessivo del Laboratorio, della durata di dodici ore, è di 35 euro.
Per informazioni e prenotazioni è possibile scrivere a: lettere[at]ildragodicarta.com
*Non è necessario per partecipare al Laboratorio possedere il libro, né averlo letto: piccoli assaggi dei brani prescelti saranno presentati ad ogni incontro.
La Ballata di Lando – Cap VI: Non sparate sull’Orgoblin
Pubblicato il 19 gennaio 2015 Lascia un commento
Sesto capitolo appena sfornato. Fate piano, che scotta.
Potete come sempre votare il seguito cliccando QUI
Il profilo affusolato e austero della fortezza di Roccamara si delineava davanti ai miei occhi, più nero dell’oscurità in cui era immerso. La superficie liscia e scoscesa dei suoi bastioni risplendeva come ossidiana di rimando alle fiamme dei bracieri da campo che gli ardevano tutt’intorno.
Vista da lontano aveva le sembianze di una gigantesca cozza piantata di lungo nella roccia del monte, al cui interno, al sicuro come il mollusco al riparo delle valve, si trovava la cittadella.
Così com’era, la fortezza di Roccamara aveva fama d’essere inespugnabile; eppure aveva visto più volte nel corso della storia cambiare il proprio vessillo. Quando passeggiando o più spesso fuggendo con mio padre attraverso le Lande Brulle scorgevamo in lontananza il suo contorno severo, lui soleva agitare il pugno in quella direzione e maledirne tutti signori in ordine cronologico, dai costruttori fino agli attuali. Non seppi mai il perché di questa avversione del mio sfortunato genitore nei confronti dei suoi reggenti, ma lungo andare ne imparai la storia: fatta costruire dai duchi di Ghiaiona (maledetti) oltre sei secoli prima, la fortezza passò poi sotto il dominio dei Mangiaponte (stramaledetti), dai quali fu ceduta ai vassalli di Borgo Vecchio (figli di troll) che la persero a favore dei Signori di Argiò e delle Valli Alte (possano crepare e restare insepolti), i quali però si videro presto costretti ad abbandonarla nelle mani del visconte Ubertino delle Fosse (il diavolo se lo porti), che ancora la deteneva all’epoca dei fatti.
La sua importanza, anche se meramente strategica, era fondamentale: si trovava infatti a guardia del Cariato, uno dei tre passi montani che collegavano le terre dell’Impero a quelle dell’Impero vicino, ché a quel tempo anche il re più cencioso aveva la smania di definirsi Imperatore.
Il visconte Ugolino, signore di Roccamara, era un personaggio ambiguo, volubile e sanguinario. Dopo aver giurato fedeltà all’Imperatore, quello da questa parte del valico, aveva cambiato idea e aveva deciso di giurare fedeltà piuttosto all’altro, quello dall’altra parte, motivo per cui l’intero esercito del primo s’era mobilitato per fargli tornare il senno o toglierglielo una volta per tutte.
E proprio durante l’assedio di Roccamara capitai io, scarrozzato dal drago il quale, fiutata la possibilità di un pasto così facile e abbondante quale quello offerto solitamente dalle battaglie, vi si lanciò a velocità spaventosa.
Le sentinelle di entrambi gli schieramenti, vedendo la bestia che si avvicinava e potendo già scorgere i baleni fiammeggianti che irradiavano dalla sua gola attraverso le fauci spalancate, si affrettarono a dare fiato ai corni. Appresi in seguito che il codice guerresco, notoriamente semplice sì da poter essere inteso anche dal miliziano più tonto, in proposito era chiarissimo: “il nemico del mio nemico è mio amico, l’amico del mio nemico è mio nemico e il se arriva un drago si salvi chi può.”
Così, disinteressandosi completamente gli uni degli altri, i soldati di entrambe le fazioni corsero ai ripari.
Un primo nugolo di frecce, simile a uno stormo di rondini, saettò verso l’alto a un ordine del comandante degli arcieri assedianti. Il drago però era ancora troppo distante e le osservai mentre ricadevano in picchiata e si conficcavano al suolo.
Poi fu la volta dei tiratori di Roccanera, che dalla loro posizione sopraelevata potevano prendere la mira assai meglio dei loro avversari. Stavolta delle frecce udii anche il fischio, e poco ci mancò che una non arrivasse al bersaglio. Il drago dal canto suo era come indeciso e volava in tondo senza sapere chi arrostire per primo. Lasciò partire un bolide ardente dalla narice sinistra, spiovente, che impattò come un colpo di mortaio tra le fila inermi dell’accampamento assediante, poi si portò a volteggiare sui tetti di Roccanera.
Una seconda palla infuocata lasciò la narice destra, sfondando il tetto di una casa che esplose letteralmente all’impatto. Le maledizioni di entrambi gli schieramenti si univano alle mie, che dondolando senza sosta per via dei costanti cambi di direzione soffrivo di feroci conati di vomito.
Sul tetto della torre più alta allora gli armigeri, dopo essersi accorti dell’inutilità delle frecce tradizionali, avevano collocato una grossa balista. Era una specie di balestra gigante, che scagliava dardi delle dimensioni di strali e che, se l’avesse colto, avrebbe causato qualche fastidio perfino al dragone.
«Oh, dèi pagani» sospirai, vedendo la punta acuminata rivolta verso la belva e quindi, seppur accidentalmente, verso il sottoscritto. Cominciai allora a cercare di issarmi, facendo leva sul piede impigliato, ma il continuo movimento rendeva l’impresa faticosa e dolente.
Avevo quasi afferrato, dopo un colpo di reni da applausi, la catena che mi imprigionava; quand’ecco uno scatto, come il vibrare di una corda enorme, seguito da un sibilo sinistro. Il drago scartò appena in tempo per evitare il dardo, ma poiché i draghi son bestie permalose, parve non prenderla troppo bene.
Gonfiò il petto al punto che potevo sentirne scricchiolare le scaglie e gettò una fiammata tale che della balista, dei soldati e dell’intera torre non rimase più nulla.
Quindi vomitai.
Cacca di Drago: Recensioni Liofilizzate™
Pubblicato il 17 gennaio 2015 Lascia un commento
Possibile riassumere un libro in 130 caratteri?
Probabilmente no, ma io lo faccio lo stesso.
Su twitter.
La prima è la micro-recensione de “Il Corsaro Nero”, preso a caso dal mucchio.
è facile ed è un ottimo esercizio di sintesi: partecipate anche voialtri, lettori immaginari, con le vostre Recensioni Liofilizzate™ qui, su twitter o su facebook, ché mi hanno detto che, per fare lo scrittore oggi, devo essere un tipo un po’ più social*.
*e lo faccio usando l’hashtag #chissenefrega.