Cacca di Drago: Poesie nel Metrò

Un estratto dell’incontro di ieri è finito, non so come, su Repubblica.

Con Clara Vajthò, Carlo Molinaro (autore, oltre che di belle poesie, del video in versione integrale che potete trovare qui), Giovanni Schiavone, la splendida presentazione di Francesco Deiana e l’accompagnamento polimusicale di Nico. E poi ci sono io, che son riuscito a passare per poeta.

“Vada, dottor Di Ebbrezza, vada.”

Cacca di Drago: Il Drago di Carta a Biennale Democrazia 2015

Car* tutt*

nei prossimi giorni sarò infiltrato a Biennale Democrazia:

venerdì il Drago occuperà la Metropolitana di piazza XVIII dicembre, per delle letture pendolari (Fermata 18 dicembre) mentre sabato con Radio Citofono e la cricca del Balconcino saremo appollaiati sulla balaustra del Rettorato, in via Po, per un concertino d’eccezione (La Democrazia dal Balconcino)

Se ci siete, siateci!

La Fabbrica delle Chiacchiere

La Fabbrica delle Chiacchiere era un edificio basso, color tristezza, che sorgeva oltre la più estrema periferia, in quella zona indefinita tra una città e l’altra. Sulle pareti omogenee si aprivano numerose finestre, ma sarebbe meglio dire feritoie, tant’erano strette, e per di più poste in alto, in prossimità del tetto, così che nessuno potesse curiosare guardando dentro o distrarsi guardando fuori: curiosità e distrazione erano da sempre ospiti non graditi.
In essa si producevano chiacchiere, ciance e pettegolezzi d’ogni genere per l’intero paese. Si facevano chiacchiere da osteria, da barbiere, e da bocciofila; chiacchiere da stadio (che spesso venivano infilate, qui e là, anche tra quelle indicate prima); chiacchiere da sala d’aspetto; chiacchiere da treno e da autobus (anche se queste ultime, con l’arrivo dei cellulari, sempre meno) e chiacchiere di circostanza. Una quantità notevole di chiacchiere era spedita ogni notte, caricata su tre autotreni, al Parlamento. Poche chiacchiere si producevano sulla guerra, mentre sulla pace si confezionavano a pacchi da mille. Si fabbricavano anche chiacchiere stagionali, come quelle da ombrellone, estive, o quelle sul freddo, per lo più invernali. In generale sul tempo si facevano un sacco di chiacchiere. Chiacchiere in lingua straniera, per i turisti, venivano importate settimanalmente. Con l’arrivo dei Social-Network e dei Talk-Show, la quantità di chiacchiere prodotte fu centuplicata, ma la qualità si abbassò notevolmente. In effetti, l’unico luogo in cui non si chiacchierava affatto era proprio la Fabbrica.
Ovviamente, la Fabbrica delle Chiacchiere non dormiva mai: due file parallele di camion e furgoni, una in entrata e una in uscita, si srotolavano a perdita d’occhio da e verso gli immensi cancelli di ferro, a tutte le ore del giorno e della notte; da un’entrata laterale, scaricati da apposite corriere, puntuali al millesimo di secondo, ogni otto ore entravano e uscivano gli operai i cui turni erano scanditi dal fischio di una sirena a vapore; tre ciminiere altissime sbuffavano senza sosta e il rombo dei macchinari si ripeteva sempre uguale da oltre cento anni, senza interruzioni, tranne una volta.
Fu la volta in cui un operaio, non si sa bene per quale motivo, tirò la leva rossa d’emergenza, che spense tutti i macchinari e mandò in tilt l’intero sistema.
Le guardie di sicurezza lo trovarono lì, con la leva ancora in mano, sorridente. Non spiegò mai il significato né il motivo di quel suo gesto.
Certo è che le conseguenze furono disastrose: durante la settimana che ci volle per riattivare il complicatissimo meccanismo, senza poter più chiacchierare, la gente si trovò, con grande stupore, costretta a dover fare: barbieri sbarbavano, i tifosi tifavano, gli insegnanti insegnavano, i legislatori legiferavano, e in televisione opinionisti d’ogni sorta si guardavano imbarazzati, senza riuscire a dar fiato alle bocche.

Mai prima, e poi mai più, le cose andarono così bene come durante quella settimana.

La Ballata di Lando – Cap IX: Eroe per forza, martire per caso, Lando per sfiga.

I capitoli precedenti e le opzioni per decidere il seguito sono, come sempre, su TheIncipit!

Rialzai la faccia dalla pozza di liquami appena in tempo per udire le urla degli assedianti e degli assediati esplodere tutte insieme come allo scoccare del capodanno.
Ero stato vomitato proprio tra le fila degli assalitori, appena fuori da Roccamara, e potevo scorgere le loro facce provate mentre mi correvano incontro a braccia tese, salvo poi fermarsi ad almeno un metro, per via dell’odore. Non c’era parte del corpo che non mi dolesse, mi facevano male perfino i capelli.
Mi sentivo come…
Già: come cosa?
In effetti dubito che ci sia qualcosa di anche solo vagamente simile all’essere parzialmente digeriti e poi rigettati da un drago. Dovrete accontentarvi di sapere che mi sentivo molto, molto male.
Con occhi opachi osservavo i soldati, che avevano fatto un cerchio tutto intorno a me, e che mi osservavano a loro volta con un misto di esaltazione e disgusto. Un uomo con dei bei baffi grigi che ricordavano le corna di un bufalo e una divisa piena di medaglie si aprì un varco tra la folla, poi mi indicò e disse qualcosa, ma non riuscii ad udire una sola parola perché nelle orecchie avevo ancora il fragore delle budella del drago. A malincuore, due soldati si fecero avanti e, mentre mi sollevavano di peso da sotto le ascelle, ciascuno con una mano a coprirsi la bocca ed il naso, mi si fece tutto buio intorno.
Al mio risveglio due occhi gialli e tondi come pompelmi mi fissavano da sopra un naso storto e piatto, simile alla piastra di un ferro da stiro, a pochi centimetri dal mio volto.
«C’è mancato pochino ragazzo, huh! Proprio pochino, huh.»
«Zio Rufus?» biascicai, sbavandomi addosso ad ogni parola.
«In carne ed ossa, huh.»
«Ti credevo morto. In effetti, tutti ti credevano morto.»
Zio Rufus fece spallucce. Poi inarcò le sopracciglia e restò lì impalato a guardarmi, col labbro inferiore sporgente, senza battere ciglio.
«Dove mi trovo?»
«Nella tenda dei sottoufficiali, huh, dei sotto-ufficiali.»
Mi trovavo in effetti in un ampia tenda, lunga una decina di metri e larga almeno quattro, in cui erano allineate parallelamente due file da sei brande, su una delle quali mi trovavo disteso.
«E i sottoufficiali dove sono?» chiesi, notando che era deserta.
«Due sono morti. Gli altri sono andati a dormire con la truppa, huh. Sai, l’odore…»
Non avrei potuto dar loro torto, visto che puzzavo come un nano dopo sei giorni di miniera¹.
Quanto a zio Rufus, suppongo avesse perso l’olfatto (insieme a un sacco di altre cose) per via di quel suo vizio di lanciarsi con la catapulta².
Restammo in silenzio a fissarci l’un l’altro, cullati dal dolce fischio della narice sinistra di zio Rufus, finché un soldato, o forse un paggio, non fece capolino con la testa dall’apertura più distante della tenda. Aveva capelli arruffati e stopposi, cosparsi di residui della paglia su cui in ogni esercito devono accontentarsi di dormire gli armigeri di grado più basso. Il giovane trattenne un conato di vomito, poi lo vidi sparire nuovamente dietro il drappo della tenda e lo sentii prendere un respiro profondo. In tutta fretta, ricacciò dentro la testa e disse d’un fiato: «IlcomandantesupremoLudwikdesideraconvenireconvoialpiùpresto.» Uscì nuovamente, riprese fiato e rientrò «viattendeallapiazzad’arme, trovereteabitinuovinelbauleaipiedidellabranda.»

Fuori il cielo s’andava rischiarando e le stelle sbiadivano una per una fino a sparire: l’alba non doveva essere troppo lontana. Camminai fino alla piazza d’arme in un nitrire di cavalli, fuggire di cani, svenire di cavalieri in arme.
Il comandante supremo Ludwik era l’ufficiale coi baffi a corna di bufalo. Mi attendeva seduto nel grande spiazzo tra la cambusa e le tende del primo reggimento, affiancato da due robusti luogotenenti che sventolavano giganteschi ventagli, e non potei fare a meno di notare che più mi appressavo e più il loro sventolare si faceva vigoroso.
«Mi avete mandato a chiamare?» chiesi, fermandomi rispettosamente a una decina di metri di distanza, gesto che il comandante sembrò apprezzare sinceramente.
Annuì, s’alzò dallo scranno su cui era posto e indicò con un dito grassoccio la sagoma scura di Roccamara, da cui si levavano ancora colonne dense di fumo. « Prima hai sparso il terrore tra i traditori di Roccamara, poi hai messo in fuga il drago: è il cielo che ti manda» disse «per perorare la santa causa dell’Impero-al-di-Qua.»
«Ma veramente io…»
«Pertanto è stato deciso che sarai tu a guidare il prossimo assalto. Se riuscirai nell’impresa di espugnare Roccamara entro il tramonto, sarai proclamato Grande Eroe Imperiale.»
«E se fallissi? O meglio, se proprio non ci volessi provare?»
L’imponente pancia pluridecorata del comandante supremo fu squassata prima piano, poi sempre più forte, da una grassa risata, a cui si unirono quelle dei suoi luogotenenti.
Già che c’ero, risi anche io.

¹La giornata lavorativa di un nano è appunto di sei giorni; secondo una diceria popolare, durante il lavoro i nani non sostano né per mangiare né per andare di corpo. E il fatto che non si fermino per farlo non significa che non lo facciano.
²Vedi capitolo 1