La Fabbrica delle Chiacchiere

La Fabbrica delle Chiacchiere era un edificio basso, color tristezza, che sorgeva oltre la più estrema periferia, in quella zona indefinita tra una città e l’altra. Sulle pareti omogenee si aprivano numerose finestre, ma sarebbe meglio dire feritoie, tant’erano strette, e per di più poste in alto, in prossimità del tetto, così che nessuno potesse curiosare guardando dentro o distrarsi guardando fuori: curiosità e distrazione erano da sempre ospiti non graditi.
In essa si producevano chiacchiere, ciance e pettegolezzi d’ogni genere per l’intero paese. Si facevano chiacchiere da osteria, da barbiere, e da bocciofila; chiacchiere da stadio (che spesso venivano infilate, qui e là, anche tra quelle indicate prima); chiacchiere da sala d’aspetto; chiacchiere da treno e da autobus (anche se queste ultime, con l’arrivo dei cellulari, sempre meno) e chiacchiere di circostanza. Una quantità notevole di chiacchiere era spedita ogni notte, caricata su tre autotreni, al Parlamento. Poche chiacchiere si producevano sulla guerra, mentre sulla pace si confezionavano a pacchi da mille. Si fabbricavano anche chiacchiere stagionali, come quelle da ombrellone, estive, o quelle sul freddo, per lo più invernali. In generale sul tempo si facevano un sacco di chiacchiere. Chiacchiere in lingua straniera, per i turisti, venivano importate settimanalmente. Con l’arrivo dei Social-Network e dei Talk-Show, la quantità di chiacchiere prodotte fu centuplicata, ma la qualità si abbassò notevolmente. In effetti, l’unico luogo in cui non si chiacchierava affatto era proprio la Fabbrica.
Ovviamente, la Fabbrica delle Chiacchiere non dormiva mai: due file parallele di camion e furgoni, una in entrata e una in uscita, si srotolavano a perdita d’occhio da e verso gli immensi cancelli di ferro, a tutte le ore del giorno e della notte; da un’entrata laterale, scaricati da apposite corriere, puntuali al millesimo di secondo, ogni otto ore entravano e uscivano gli operai i cui turni erano scanditi dal fischio di una sirena a vapore; tre ciminiere altissime sbuffavano senza sosta e il rombo dei macchinari si ripeteva sempre uguale da oltre cento anni, senza interruzioni, tranne una volta.
Fu la volta in cui un operaio, non si sa bene per quale motivo, tirò la leva rossa d’emergenza, che spense tutti i macchinari e mandò in tilt l’intero sistema.
Le guardie di sicurezza lo trovarono lì, con la leva ancora in mano, sorridente. Non spiegò mai il significato né il motivo di quel suo gesto.
Certo è che le conseguenze furono disastrose: durante la settimana che ci volle per riattivare il complicatissimo meccanismo, senza poter più chiacchierare, la gente si trovò, con grande stupore, costretta a dover fare: barbieri sbarbavano, i tifosi tifavano, gli insegnanti insegnavano, i legislatori legiferavano, e in televisione opinionisti d’ogni sorta si guardavano imbarazzati, senza riuscire a dar fiato alle bocche.

Mai prima, e poi mai più, le cose andarono così bene come durante quella settimana.

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