Tagli (ode al Baffo)

Galeotto fu il rasoio.
Sfrà, sfrà, sfrà: una passata alla volta cadde nel lavandino la barba recisa, lasciandomi bambino.
Nudo il mento, che dopo tempo immemore tornava a sentire le carezze del vento.
Nude le guance, che per pudore o vanità s’erano coperte d’un vello bruno-rossiccio.
Perfino le basette, inseparabili compagne fin dall’adolescenza, con due colpi netti scivolarono meste sul bianco della ceramica, giù fino all’orrendo gorgo.
Solo i mustacchi, superbi, come due corazzieri a cavallo d’un unico naso, solo essi rimanevano, irti a guardia del mio olfatto.
Che fare?
Scintillava l’acciaio, bramoso di pelo, ma il braccio non l’assecondava.
Guardavo allo specchio quel me stesso più buffo, ad occhio pesavo l’utilità del baffo:
Puoi ridere sotto i baffi, se non hai i baffi?
Puoi fartene un baffo, se non hai i baffi?
Puoi leccarti i baffi, se non hai i baffi?
Baffi, baf-fi, b-a-f-f-i.
E dopo che l’ebbi ripetuto tante volte, ecco che il significato fu perduto.
Così posai il rasoio, marca Gillette, presi due forbicine e cominciai a farli a fette un pelo alla volta
per dargli una forma più dignitosa, ordinata, raccolta.
“Bizzarro” pensai, alla fine dell’impresa, guardando con sorpresa quel baffo mio da Zorro.
“Ridicolo” mi disse l’amica d’un mio amico.
Le dissi “ne convengo,
ma mi piace, e me lo tengo.”

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